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A pochi giorni dal 10 ottobre, Giornata Mondiale della Salute Mentale, Netflix ha lanciato Tutto chiede salvezza. La serie italiana in sette episodi, liberamente tratta dal romanzo autobiografico di Daniele Mencarelli, vincitore del Premio Strega 2020, tratta il tema del disagio psichico con spiazzante profondità.

Al centro della storia il giovane Daniele, nella fulgida interpretazione di Federico Cesari – già protagonista di Skam Italia – e il suo ricovero in trattamento sanitario obbligatorio (TSO) dopo una violenta crisi psicotica. Nella camera d’ospedale che condivide con altri pazienti con disturbi mentali di varia gravità, giorno dopo giorno il ragazzo sentirà vacillare la sua illusione di ‘normalità’ e la negazione di un disturbo dell’umore mai curato e a rischio cronicizzazione.

Tutto chiede salvezza è un’opera intensa e meravigliosa perché infrange impietosamente i tabù e gli stereotipi sulla salute e sulla malattia mentale. Attraverso la cronaca di sette giorni di vita in un reparto psichiatrico, la regia mai retorica e sempre amorevole di Francesco Bruni racconta la realtà diffusa della sofferenza emotiva e del disagio esistenziale che cultura e società ancora minimizzano e marginalizzano. 

Chi di noi non è stato toccato o non ha vissuto in prima persona i sintomi, i traumi, le paure e le angosce di Daniele e degli altri personaggi del telefilm? Chi può chiamarsi fuori dall’immensa e multiforme realtà dei disturbi mentali?

Eppure il disagio emotivo resta oggetto di stigmatizzazione. Le persone che ne soffrono e i loro cari devono sopportare troppo spesso i pesi aggiuntivi della vergogna e della solitudine, pesi che impediscono di chiedere un aiuto professionale tempestivo, sino al palesarsi dei sintomi peggiori.

Ogni episodio di Tutto chiede salvezza racconta una giornata di TSO: il tempo scandito dai farmaci, dalle visite degli psichiatri, dai pasti tristi nei vassoi, dalle visite degli infermieri. In questo tempo dilatato la vita scorre con lentezza innaturale e le emozioni si distillano goccia a goccia, sino all’essenza. Per questo nella serie, come accade davvero nei reparti, l’interazione tra pazienti e tra operatori sanitari e pazienti scatena inattese tempeste emozionali cariche di rabbia, di tristezza e crisi che corrispondono a nuove e potenti prese di coscienza. 

La storia di Daniele è intessuta di dialoghi sconvolgenti e di scene che graffiano il cuore per drenare il veleno del male di vivere negato e rinnegato. Oltre il vissuto del protagonista e dei suoi compagni in terapia, la sceneggiatura mostra con la stessa disarmante umanità le insicurezze, le nevrosi e le difficoltà professionali e personali dei medici e degli infermieri. Come raramente accade, Tutto chiede salvezza mostra fatica, la fragilità e l’inadeguatezza di chi, pur curando l’altro non è migliore dell’altro, né é immune dai mali contro cui combatte.

Nella nostra società, più segnata che mai dal malessere mentale anche a causa della pandemia e della crisi economica esacerbata dalla guerra, il titolo Tutto chiede salvezza suona come un grido legittimo e straziante, come una supplica urgente. Quella di trovare un senso al disagio emotivo e punti di riferimento per curarlo, senza più sentirsi bollati come ‘deboli’, ‘devianti’ o ‘pazzi’.

Enrico Maria Secci
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