Seleziona una pagina

Nel linguaggio comune chiamiamo ossessione un’idea insistente e spiacevole che mina il nostro equilibrio psicologico e condiziona negativamente la quotidianità. Preoccupazioni eccessive per l’igiene, la salute, l’ordine, il controllo, il denaro, la sessualità possono comparire in momenti di forte stress emotivo come componenti di una transitoria condizione ansiosa e regredire spontaneamente col miglioramenti delle circostanze in cui si sono manifestati.

In particolare nell’età evolutiva, dall’infanzia all’adolescenza, la comparsa di ossessioni di lieve o moderata entità può essere la spia di un disagio nella sfera affettiva e interpersonale, una richiesta d’ascolto, d’aiuto e d’attenzione in un momento dello sviluppo e non necessariamente un indicatore di psicopatologia.

Diverso è il caso in cui l’ossessione comunemente intesa assume la rigidità, l’invadenza e la costanza del disturbo ossessivo-compulsivo (DOC), una sindrome clinica caratterizzata dalla persistenza di pensieri ossessivi e/o di azioni e rituali ripetute e incontrollabili che si innervano nella vita quotidiana di chi ne soffre in modo pervasivo e che influiscono gravemente sul suo rapporto con se stesso, gli altri e il mondo circostante.

In Italia il disturbo ossessivo-compulsivo – da moderato a grave -, colpisce almeno 800.000 persone, con un picco statistico tra i 15 e i 25 anni. Circa il 2,25% della popolazione, quindi, è esposta alla esasperante ciclicità di questo disturbo, caratterizzato da momenti acuti e momenti di remissione apparente e dalla tendenza a cronicizzarsi, se non curato.

L’ossessione sconfina nella psicopatologia quando si presenta per un periodo superiore alle 3 settimane a cadenza quotidiana, quando i pensieri sono avvertiti con angoscia e dispiacere e la persona li sente inappropriati, abnormi, incombenti e fuori dal proprio controllo.

Così, l’ossessione può tradursi in azioni compulsive: lavarsi le mani, pregare, evitare il contatto con le maniglie, imprecare mentalmente e poi pentirsi, controllare infinite volte l’auto, la luce, il gas … con l’aspettativa sottostante della malattia o della morte.

A volte l’ossessione comprende le fantasie più bizzarre e terrorizzanti: la paura di poter uccidere se stessi o gli altri, la follia percepita terribilmente “vera” di ammalarsi di Aids per aver bevuto dal bicchiere di un’altro o per aver visto una siringa ai bordi di un marciapiede, l’idea persecutoria di sentirsi giudicati e derisi. Il risultato di queste angosce sfocia nelle pricipali caratteristiche del disturbo ossessivo-compulsivo: la ritualità e l’evitamento.

La ritualità: per esempio pulirsi o ripulire di continuo, senza potersi fermare, a meno di precipitare in un abisso ansioso profondissimo; fare le stesse cose nelle stesse ore, o dedicare un’ora al giorno, o più, al “riassetto” della casa o dell’automobile.

L’evitamento: la tendenza al ritiro sociale motivata spesso da “fantasie di contaminazione”. L’ossessione è rafforzata dalla possibilità di infettarsi al contatto con gli altri, o incentivata dal una generale percezione di vulnerabilità che produce, nel soggetti più colpiti, ritiro sociale e alienazione.

Per il disturbo ossessivo-compulsivo che, quasi nella totalità dei casi, si collega a sintomi ansiosi e depressivi, è indicata la psicoterapia e, in alcune situazioni, può essere utile un’integrazione psicofarmacologica finalizzata ad alleviare la sintomatologia che, per ragioni pregresse, si dimostri particolarmente acuta o soggettivamente intollerabile nel singolo caso.

Tipicamente chi vive l’ossessione patologica riconosce che le sue reazioni sono abnormi e irrazionall e, perciò, tende a dissimularle anche se corre il rischio di un progressivo isolamento sociale. Gli altri tendono a sottostimare i pensieri ossessivi e le compulsioni, le assegnano a “vizi del carattere” almeno sino a che non diventano limiti palesi, condotte realmente lesive l’equilibrio interpersonale.

Le ossessioni diventano solitudine, isolamento, rabbia, impotenza e, dal punto di vista clinico, possono generare crisi ansiose molto gravi, comportano il ricorso al pronto soccorso e lunghe file che culminano nella sommistrazione di sedativi a fronte della crisi psicologica in corso e nell’indicazione di una psicoterapia.

Ma una parte delle persone colpite da ossessione riescono a modulare il disturbo e realizzano una convivenza amara e ostinata con l’insania dei propri pensieri, sino a imporli ad altri come “giusti”, come verità imprescindibili. Strutturano una specie di normalità intono all’ossessione e la somministrano ai partner, ai figli, agli amici, come una panacea, incuranti delle conseguenze a breve, medio e lungo termine della propria inconsapevole o arrendevole ossessività.Oppure si ritirano tristemente e ingiustamente nella più cupa solitudine, tra un rituale e l’altro. Un’ossessione dopo l’altra senza soluzione di continuità.

Enrico Maria Secci
©Riproduzione riservata