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Secondo l’antropologo britannico Robin Dunbar un essere umano può mantenere relazioni sociali stabili con un massimo di 150 persone. Il numero è scaturito dalla comparazione tra le dimensioni del cervello dei primati e degli esseri umani e l’estensione dei gruppi sociali d’appartenenza.

Il ricercatore della Oxford Univerisity ha documentato scientificamente l’esistenza di un limite alla quantità di amici con cui possiamo realisticamente restare in contatto, ovvero conoscere e frequentare personalmente.
La cifra di 150 relazioni -in realtà compresa tra i 100 e 250 contatti, escluse le semplici conoscenze e i rapporti interrotti-, sarebbe condizionata dalla capacità cerebrale umana, in particolare dalla memoria, che non potrebbe gestire informazioni e input provenienti da gruppi sociali più ampi.

Realtà sociali oltre il numero di Dunbar. Il numero di Dunbar descrive la nostra potenzialità relazionale, ma resta come sospeso tra due realtà, una virtuale e un’altra empirica, opposte e di ampiezza molto differente.

Nella realtà virtuale, quella di Internet e dei social network, sono milioni gli individui che accatastano sulle loro bacheche almeno mezzo migliaio di amici senza colpo ferire e che dimostrano di saper imperversare tranquillamente anche nella vita di non-amici o di sconosciuti, senza che la loro memoria ne risenta nemmeno per un attimo.
Al contrario, nella realtà empirica, sono pochissime le persone nelle condizioni di contare ben 150 amici autentici. Mentre tante si ingegnano a farsi bastare un pugno di affetti, una popolazione vastissima e silenziosa riceve ogni giorno il pugno della solitudine.

L’incognita della solitudine. Nella nostra società è difficile pronunciare la parola solitudine senza ingenerare angoscia, negazione, colpa o vergogna. Ma se applicassimo il numero di Dunbar al contesto nel quale viviamo, potremmo trovare che rappresenti un doloroso metro della solitudine ai giorni nostri, una sorta di sismografo sociale che vibra, impazzito e inascoltato, ai limiti dell’isolamento, del cinismo e del ritiro sociale di moltitudini.
Se, come sostiene l’antropologo inglese, il nostro encefalo è “programmato” per gestire circa 150 amici, è ovvio immaginare quanto possano soffrire le persone che hanno solo un paio di amici -magari quelli della scuola o dell’università, sempre gli stessi- e, allo stesso tempo, comprendere come Facebook sia diventato in fretta un’autentica savana relazionale. Si potrebbe pensare che la sofferenza collettiva, più o meno cosciente, del sentirsi soli, anonimi e persi, con una frazione molecolare di quei 150 amici a cui il cervello sarebbe predisposto, abbia scatenato un paradossale esodo telematico sui cosiddetti social, sulle chat, sulle app e via dicendo.

La fragilità dei 40enni. Il numero di Dunbar è messo a dura prova soprattutto dai 40 in su, quando, venute meno le agenzie di socializzazione come la scuola e l’università, la rete di relazioni sociali stabili e significative tende a ridursi. Usciti dai binari convenzionali, gli adulti, ma non solo, devono affrontare con sgomento un mondo totalmente nuovo, spesso vuoto e destabilizzante, devono gestire l’esigenza di trovare nuovi amici o un/una partner in un universo sociale disorientante. Ciò riguarda in particolare chi non si sposa o chi divorzia, queste persone possono sentire i rapporti sociali passati frantumarsi e non sapere in che modo costruire una rete di amicizie e di sostegno sociale.

I social-network come escamotage relazionale. Ecco perché Facebook o altri social network possono costituire un escamotage per ingannare il numero di Dunbar e, allo stesso tempo, arginare i morsi della solitudine indugiando tra pseudo-amici virtuali e like a centinaia.
Ma, per quanto nascoste in un mare di click e di bit, restano l’evidenza e l’emergenza della solitudine nei luoghi in cui viviamo, di troppe persone che esistono in un cono d’ombra senza accorgersene, sino alla depressione e a quel senso di fallimento che può farsi così intimo e inconfessabile da falsare ed impedire progressivamente ogni nuovo contatto, ogni amicizia, ogni nuovo amore.

Uscire dalla solitudine, con e senza Internet. Lo stigma dell’esser soli e insoddisfatti è tale da indurre in tanti a evitare di uscire non accompagnati, di andare al cinema o a teatro, di frequentare un corso o partecipare ad un’attività sociale. E va da sé che in questo modo si rinunci automaticamente a gettare le basi perché avvengano nuove conoscenze. Così non resta altro da fare che tumularsi dietro la lapide di un tablet o di un pc, magari con un profilo inventato, per compensare con una falsa identità le mancanze del Sé reale ed isolato. Questa strategia funziona di rado, proprio perché parte dal presupposto errato e fobico del nascondersi all’altro con la pretesa di conoscerlo.

Mi colpisce sempre osservare il comportamenti sociale dei bambini, la naturalezza con cui chiedono amicizia, la dolcezza istintiva con cui si presentano agli altri. I bambini piccoli cercano l’amore, cercano nuovi amici, a volte in modo impavido e commuovente. Ed ecco, invece, che gli adulti e i giovani adulti, sembrano faticare oltremodo a costruire nuovi legami e, anzi, tendono a nascondere questa necessità e a vergognarsene, preferendo in molti casi la solitudine alla ricerca attiva di nuovi legami.

Per uscire dalla solitudine in età adulta occorre innanzitutto superare la passività e la vergogna e riconoscere che i tempi i cui gli amici si acquisiscono senza alcuno sforzo, o quasi, sono quelli della fanciullezza. In quanto adulti bisogna dismettere la credenza magica e fallace che le relazioni non vadano cercate  e darsi da fare anziché stazionare lungamente nella solitudine, lamentarsene di continuo o, peggio, sopportarla con amarezza e rassegnazione.

Enrico Maria Secci
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