La reciprocità è un principio elementare della comunicazione umana. Infatti, ciò che trasforma un semplice messaggio in una interazione è la risposta generata dal destinatario, risposta che determina una reazione -un ulteriore messaggio- e avvia una catena di scambi. L’insieme delle comunicazioni inviate e ricevute tra due o più persone genera esperienze emotive, aspettative, stili e regole di comportamento implicite che orientano momento per momento i soggetti e strutturano la relazione.

La reciprocità è data dall’alternanza con cui ciascuno riveste il ruolo di emittente e ricevente e, come in una partita a scacchi, è condizionata dalla capacità di attendere il proprio turno prima di comunicare o agire di nuovo.

Quando la reciprocità è rispettata, in una sequenza di tipo io-tu-io-tu-ecc., la comunicazione fluisce e consente alle persone coinvolte di posizionarsi con chiarezza l’una rispetto all’altra e di decidere se e come portare avanti la relazione.

Un concetto semplice e basilare come il principio di reciprocità favorisce la costruzione di rapporti leggibili, permette di delineare confini condivisi e, anche nel conflitto, agevola la ricerca di soluzioni. Per questo è facile osservare che in una coppia, in una famiglia o in un gruppo che funzionano, la reciprocità viene spontaneamente e abitualmente assecondata dai comunicanti, o velocemente ripristinata nelle situazioni critiche.

Viceversa, quando il principio di reciprocità è apertamente e ripetutamente violato, quasi sempre senza che i comunicanti ne abbiano consapevolezza, la relazione diventa frustrante e difficile. Non a caso, schemi d’interazione rigidamente asimmetrici sono una costante nella storia e nelle quotidianità di persone imbrigliate nella dipendenza affettiva, nella depressione, nell’ansia e nel panico. Queste persone violano il principio di reciprocità, in modo pressoché sistematico, o subiscono passivamente le comunicazioni altrui, senza mai prendere il proprio “turno” nella relazione, né difenderlo quando l’altro se ne appropria.

Il conflitto interpersonale è l’esempio più chiaro della dinamica e degli effetti del principio di reciprocità. Nel conflitto le persone tendono a sovrapporre i propri interventi senza ascoltarsi, oppure tacciono rifiutando la comunicazione e abdicando dal proprio turno di parola. L’esito di entrambi i comportamenti genera confusione, rabbia e, sulla scia di queste emozioni, ulteriori interruzioni della reciprocità.

Nelle dipendenze affettive la violazione dell’alternanza dei ruoli assume proporzioni spettacolari. C’è sempre un soggetto che “comunica troppo” e uno che “comunica poco”, in modo criptico e incostante o per niente (anche il silenzio è comunicazione). Si alimenta così un disastroso squilibrio comunicativo, che mantiene il problema e impedisce a entrambe le parti di definirsi liberamente l’una rispetto all’altra all’interno di un dialogo comprensibile, anche se a volte doloroso.

Il rifiuto della reciprocità è una costante nella psicopatologia e si esprime principalmente in due modi: nella comunicazione impulsiva, tipica di chi non aspetta che l’altro risponda o non tollera il diritto dell’altro di tacere, o nella comunicazione coartata, tipica di chi tende a evitare di reagire ai messaggi ricevuti e ad adottare uno stile passivo ed evitante in perenne attesa che l’altro faccia per due.

Enrico Maria Secci
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