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Comunicare significa “mettere in comune”, dal latino cum, insieme e munis, responsabilità.

Nell’etimo antico “munis” vuol dire anche “fortificazione”, “muro difensivo”. In questa accezione, comunicare assume il significato profondo di oltrepassare le difese, ovvero approcciarsi all’altro con autenticità, con responsabilità e con la consapevolezza che l’interazione sia un processo naturalmente complesso.

La complessità è data appunto dalle difese psicologiche, più o meno inconsce, che opponiamo a modalità e punti di vista differenti dal nostro; sono dispositivi automatici azionati dalla mente quando incontra un’altra mente finalizzati a conservare la propria visione della realtà, a volte a discapito di versioni alternative della realtà stessa.

Di frequente crediamo di comunicare sino a quando percepiamo che gli altri sono d’accordo con noi, quando avvertiamo un feeling immediato, mentre stentiamo a relazionarci non appena emergono divergenze.

Sono molte le persone che precipitosamente ravvedono nel disaccordo un’incompatibilità caratteriale, e si barricano sulle proprie posizioni: si ritirano dalla relazione o ingaggiano diatribe estenuanti al solo scopo di “avere ragione”.

Perché è comune scambiare la comunicazione con la ricerca esclusiva dell’“avere sempre ragione”, del comfort interpersonale illusorio in cui le altre persone hanno il compito di convalidare i nostri vissuti e le nostre idee, possibilmente senza particolari sforzi nell’argomentarli.

Così tante amicizie, amori e sodalizi professionali si sbriciolano di colpo, crollano fragorosamente e improvvisamente non appena il rapporto incappa in circostanze e questioni che svelano la scarsa qualità della comunicazione tra le parti.

Per questo è importante sapere che comunicare vuol dire “mettere in comune e superare le barriere”, soffermarsi sul concetto originario di comunicazione, che prevede l’ascolto, l’apertura, la condivisione, l’esplicitazione, l’accettazione e la concertazione congiunta delle differenze.

Non si tratta di una competenza intrinseca, né di un’attitudine geneticamente determinata, ma è il frutto di una ricerca duplice e importantissima: la consapevolezza di se stessi e la consapevolezza degli altri.

La capacità comunicativa non è una dote innata, necessita di applicazione e chi vuole migliorarla ha bisogno di lavorare su molti ostacoli.

La sfiducia, il pregiudizio, la timidezza, la paura, la tendenza a utilizzare l’altro per guadagnare un qualche vantaggio nella relazione (sicurezza, decisionalità, conferma di noi stessi) sono alcuni difetti del processo comunicativo.

 

Per capire se stesso
l’uomo ha bisogno
di essere capito dall’altro.
Per essere capito dall’altro,
ha bisogno di capire l’altro.

[Hora T.]

La comunicazione aggressiva. Così, chi parla e parla, e parla… e argomenta, e inquisisce, pretende, sbraita o mette a tacere, o tace quando gli parva e gli piaccia non sa comunicare, anche se lo crede con forza; né è capace, al di là della propria consapevolezza, di condivisione e di responsabilità.

Chi parla troppo e ascolta poco, insomma, non comunica e ignora l’essenza della comunicazione a proprio rischio e pericolo, a danno e detrimento di sé e degli altri.

La comunicazione remissiva. Le persone che, invece, si ritirano dall’interazione in modo passivo, quelli che simulano accondiscendenza per evitare il disaccordo e che subiscono a priori le altrui posizioni, salvo poi rifugiarsi in una solitaria dimensione di pessimismo e di amarezza, non comunicano. Appaiono recettive, eppure sono chiuse, rassegnate e inquiete.

Chi parla poco e ascolta troppo, in realtà simula l’atto comunicativo e arriva alla triste conclusione dell’essere solo ed incompreso, senza accorgersi appieno dell’inadeguatezza con cui agisce le proprie difese nella comunicazione, anziché adoperarsi nell’orltrepassarle.

La comunicazione manipolatoria. Né aggressivo, né remissivo, chi adotta questa modalità si consuma alla ricerca di consensi, seppure artefatti. Amico di tutti, nemico di chiunque, dispone di proprietà mimetiche: può essere allo stesso tempo in accordo e in disaccordo, dipende dalle convenienze. E, soprattutto, è talmente reticente ad esprimere le proprie emozioni e i propri argomenti, che finisce per dimenticarsi di quali siano, le une e le altre.

Vive nell’alienazione del consenso estorto al prezzo esorbitante di negare se stesso. Galleggia nella vanagloria di essere apprezzato da tutti e non si cura di quanto la sua incapacità di comunicare, che assurge a modello efficacie ed efficiente, danneggi le persone vicine e invalidi le sue relazioni.

La comunicazione assertiva. Essere attenti, guardare a se stessi e agli altri con rispetto, modulare il giudizio, esprimere apertamente affetti, preferenze e intenzioni. Essere curiosi ed aperti verso il nuovo.

Questa è la comunicazione assertiva, caratterizzata dalla laboriosa capacità relazionale di tollerare il conflitto e la frustrazione, ma soprattutto dalla possibilità di utilizzare l’intelligenza emotiva anziché la rudimentale reattività che contraddistingue e danneggia, seppur in buona fede, le nostre potenzialità.

Utilizziamo sempre più media per inviare messaggi senza pensare, viviamo nei social-network, ma il progresso dei mezzi di comunicazione non è stato accompagnato sinora da un’evoluzione dei modi della comunicazione, dallo sviluppo dell’assertività e dell’auto-consapevolezza che renderebbero finalmente rivoluzionari i nostri tempi.

Infatti, in una perversione tecno-cratica, le immani innovazioni di Internet sono troppo spesso adoperate come clave da tecno-scimmie aggressive, tramutate in pietosi piagnistei globali da cyber-santoni, o sfruttate da formidabili manipolatori per vendere quisquilie e disvalori di ogni genere.

L’evoluzione tecnologica sta surclassando l’evoluzione delle capacità umane, empatiche, relazionali, affettive e psicologiche. Infatti, siamo disposti a spendere più denaro e più tempo per gestire uno smartphone che per scoprire i dinamismi della nostra mente.

Preferiamo lasciare a briglia sciolta i nostri automatismi psichici, subire o infliggere aggressività, passività, manipolazioni che investire sul cambiamento personale.

 Eppure, da oltre un secolo, la psicologia offre strumenti pedagogici, sociali, psicoterapeutici che migliorebbero la qualità della vita più di ogni innovazione ingegneristica ed informatica. Pochi investono davvero su queste risorse, soprattutto a livello istituzionale, dove l’istruzione sulla comunicazione assertiva e sul benessere psicologico sono relegate al rango di “accessori” nella miope e meccanica visione che la società si regga sui numeri e sull’economia, e non sulle persone e sulla loro capacità comunicativa, e non sul loro equilibrio psicologico…

Enrico Maria Secci
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