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Per chi, come me, per mestiere si dedica agli altri in un ambito delicato come la salute e l’equilibrio psicologico, andare in ferie non è semplice, perché significa sospendere la continuità delle psicoterapie in corso e interrompere un setting che, nel vivo del trattamento, prevede una seduta alla settimana circa.

La pausa terapeutica è vissuta con ambivalenza dalle persone: alcuni pazienti la percepiscono con sollievo, come un’occasione per allentare la tensione verso il cambiamento indotta dal lavoro terapeutico, altri la affrontano come una specie di “abbandono”, come se si interrompesse un processo in atto.

Per questo, comunico sempre con molte settimane d’anticipo le date delle ferie, così da favorire l’accettazione del “distacco” e incorporarlo nell’evoluzione della terapia. So con certezza che interferenze brusche sulla cadenza degli incontri costituiscono eventi disturbanti in una relazione, quella terapeuta-paziente, che deve costituire un luogo sicuro, protettivo, rassicurante perché il trattamento funzioni.

Inoltre, tra lo psicoterapeuta e i suoi clienti si instaura una reciprocità emotiva tale che lo stesso professionista in prossimità della pausa lavorativa deve fare i conti con le proprie fragilità di essere umano e contenere il senso di colpa e il dispiacere di sospendere l’attività.

Il timore più grande è che nel periodo di ferie si verifichino regressioni o peggioramenti proprio quando la persona stava traendo beneficio dal suo percorso. E’ un sentimento di empatia profonda che mi sono abituato a considerare come la prova che si sono instaurate relazioni potenti e feconde, dense di quel potenziale terapeutico, che è la qualità emotiva alla base dell’efficacia di qualunque psicoterapia davvero produttiva.

Dunque, accetto che le persone con cui lavoro mi mancheranno e che a qualunque latitudine io viaggi, qualunque cosa io faccia per distendermi e per ricaricarmi, per farmi del bene come persona, capiterà di pensarci e di chiedermi: “Chissà come sta …”.

Quando vado in vacanza mi rendo conto più che mai di quanto fare lo psicoterapeuta non sia un “fare” ma un “essere”, di quanto questo lavoro si innervi nella carne, nelle ossa e nell’anima di chi lo esercita e imponga, per questo motivo, un livello elevato di consapevolezza, pena la totale confusione dei ruoli e l’autosacrificio grave, che non giova ai pazienti in alcun modo.

La psicoterapia, infatti, deve sempre focalizzarsi sull’autonomia della persona e, quando è impostata correttamente, si struttura sulla certezza di conseguire risultati misurabili e soddisfacenti nel minor numero possibile di incontri; questo obiettivo è incompatibile con la “dipendenza emotiva” del paziente o, peggio ancora, del terapeuta dal paziente. Così ho maturato l’idea che la “pausa psicoterapeutica” non sia affatto un ostacolo ma una risorsa importantissima che permette di testare la “tenuta” dei risultati raggiunti e aiuta le persone a riconoscere la reale portata del loro investimento.

Il terapeuta va in vacanza, ma la terapia resta. Continua a lavorare dentro e durante la “pausa” delle sedute possono verificarsi straordinarie “ri-combinazioni” di idee, comportamenti inediti, spontanei e inattesi e “più funzionali”, emozioni potenti e “correttive” che diventeranno la base per proseguire il lavoro, considerarne l’impatto, verificare la qualità e la profondità delle nuove acquisizioni.

Allora, la sospensione temporanea delle sedute diventa una fase cruciale per i pazienti, possono infatti stilare un bilancio dei “pro” e dei “contro”, dei vantaggi reali del loro percorso e provare a “guardarsi indietro con gli occhi di oggi” e misurare fermamente l’attuale distanza dai sintomi che li hanno spinti a chiedere aiuto, osservare i miglioramenti ottenuti e proiettarsi positivamente in avanti. Alcune persone si accorgeranno di aver tratto il massimo dalle sedute e potranno così immaginare di terminare la psicoterapia nell’arco di pochi incontri, altre potrebbero chiedersi che cosa ancora si aspettino, quali obiettivi concordare per proseguire l’ascesa verso il proprio benessere.

In questo senso, le “vacanze terapeutiche” diventano un passaggio importante, un punto di snodo fondamentale per appropriarsi con chiarezza e con certezza della propria scelta di cambiare. Vado in ferie con questa consapevolezza e mi sento sereno, pieno, appagato e orgoglioso per tutto quello che ho il privilegio di vedere e sentire nella mia professione, per le persone con cui lavoro e per le loro conquiste, per il coraggio e la dedizione che ogni singolo caso accresce in me.

È un senso di bellezza, non saprei come definire altrimenti il movimento interiore che accompagna costantemente il processo terapeutico e i suoi protagonisti. Un abbraccio e un arrivederci presto, prestissimo. So che il messaggio arriverà puntuale alle singole persone a cui è diretto.

Con affetto,
Enrico Maria Secci