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Il suicidio è un enigma, un fenomeno ancora senza risposte né soluzioni psicologiche e psicosociali. Eppure, da Socrate e Platone alla psichiatria e alla psicoanalisi, passando per secoli di scritti, di riflessioni e di ricerche, pensatori eminenti si sono concentrati sulla comprensione di un atto così estremo.

L’uccisione di sé, fin nella radice etimologica del vocabolo “suicidio”, parla di una rottura interna, di una frattura profonda dell’identità che diventa un baratro mortale. Perché la sofferenza psichica del suicida è immane e supera quel punto insensibile di sopportazione oltre il quale si è come anestetizzati, si è diventati di ghiaccio e di ferro.

Il suicida perde parzialmente il contatto con la realtà di sé e degli altri e forse, allo stesso tempo, perde la capacità di sentire la paura della sofferenza fisica e della morte del corpo.

Epidemiologia del suicidio. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel mondo si registra un suicidio ogni 40 secondi e un tentato suicidio ogni 23 secondi. 3780 i suicidi in Italia solo nel 2016 (Istat). Il numero degli uomini che si suicidano è superiore al numero di donne, mentre il suicidio, nell’arco del ciclo di vita, è più frequente tra gli anziani, anche se è una voce drammaticamente significativa tra le cause di decesso in adolescenza e nella prima età adulta. Si tratta di numeri impressionanti, numeri che devono portare a concludere che il suicidio sia un fenomeno multidimensionale, dipendente da fattori personali, familiari e sociali e non il mero atto dell’individuo “pazzo” che si toglie la vita all’apice della malattia mentale.

I fattori coinvolti. I clinici di ogni orientamento hanno individuato più fattori coinvolti nell’ideazione e nell’atto suicidari. Alcuni fattori sono di tipo generale e obiettivo (per esempio, età, sesso, presenza di malattie croniche e invalidanti, storia familiare con casi di suicidio o marcati disturbi psichici), altri fattori sono di carattere psicopatologico, come disturbi depressivi, schizofrenici o disturbi di personalità. Infine, i fattori sociali: difficoltà economiche, isolamento sociale e solitudine, fragilità nell’identità professionale, erosione o rottura di legami affettivi significativi. Il suicidio si configura dunque come la combinazione fatale di più fattori psicologici individuali e sociali, non certo come una “scelta” lucida e deliberata e tanto meno come la “determinazione” puramente autoreferenziale dell’individuo “psichicamente malato”.

Il suicidio come atto comunicativo. Per Freud il suicidio costituisce un atto aggressivo verso figure interiorizzate che si vuole distruggere attraverso l’uccisione di sé. Si tratterebbe di una sorta di punizione nei confronti di elementi affettivamente significativi per il suicida, soggetti da cui si è sentito, a seconda dei casi, incompreso, violentemente escluso, deriso o abbandonato.

Tipologie di suicidio. L’antropologo e sociologo Emile Durkheim ha affrontato la tematica del suicidio in modo più ampio. Durkheim collega strettamente l’atto suicidario alla qualità delle relazioni sociali strutturare dalla persona: un eccessivo senso di “differenza”, “originalità”, “particolarità” e di alienazione rispetto alla società di riferimento configurano, secondo lo studioso francese, il suicidio egoistico.

Viceversa, un conformismo eccessivo, un’adesione troppo rigida al gruppo di riferimento può comportare la perdita dell’identità e un senso di depersonalizzazione da cui può scaturire il suicidio altruistico. Il suicida altruista è mosso dalla volontà di compiere un atto salvifico per la società a cui appartiene, una sorta di rituale di purificazione dedicato alla collettività, in difesa dei valori della collettività stessa. Una terza possibilità è, nello schema interpretativo di Durkheim, il suicido anomico, correlato all’influsso degli squilibri e delle crisi sociali siano esse economiche o valoriali.

Suicidi d’impulso e suicidi “pianificati”. I suicidi impulsivi agiscono sull’onda della disperazione, in modo imprevedibile e disorganizzato. Invece, i suicidi “pianificati” sono caratterizzati dall’esistenza di un programma, di un qualche schema comportamentale organizzato e riconoscibile, per esempio, dalla scelta del modo e del luogo, del momento e della data del suicidio; dalla scrittura di lettere e, prima dell’evento, dall’allusione a quanto accadrà. Le persone che compiono suicidi organizzati appaiono di frequente “leggere” e “solari” nel periodo che precede il tragico gesto, forse proprio perché la “decisione di andarsene” allevia il loro male di vivere sin quasi all’ebbrezza.

Qualunque sia la prospettiva assunta, il suicidio resta un fatto buio e angustiante. Qualunque categoria utilizziamo per interpretarlo, il suicidio rimane un mostruoso abisso della mente, quel non luogo da cui vorremmo trattenere ogni persona amata. In psicoterapia, il suicidio è un tema ricorrente nei disturbi depressivi e un killer nascosto nei disturbi di personalità, un killer che a volte agisce nell’ombra e colpisce in modo spettacolare improvviso. In entrambi i casi, la persona arriva a vedere se stessa e il mondo in modo univoco, orribile e immodificabile.

Nel suicida accade essenzialmente questo: perde la capacità di percepire possibilità nuove e creative, di immaginare una salvezza potenziale e di nutrire una speranza concreta di evoluzione positiva. Per questo, lavorare con il paziente con ideazione suicidaria è particolarmente complesso: una parte di lui, quella prevalente, ha già decretato che “tutto è uno schifo”, che “tutti fanno schifo”, ha deciso di essere inutile e irrecuperabile e di non avere alcun posto nel mondo; in ragione di queste convinzioni, il passaggio all’uccisione di sé costituisce pericolosamente una forma di “vittoria” contro chiunque abbia cercato di modificare la sua visione del mondo e un atto di protesta contro un universo alieno.

La psicoterapia diventa così un delicato e attento gioco di Shangai, un’arte di destrezza e pazienza che si concentra innanzitutto sulla costruzione di una relazione positiva, sorprendente ed interessante per il paziente, per poi condurlo alla scoperta di quelle possibilità che la depressione o altri fattori gli hanno impedito di vedere.

Il rischio dell’emulazione nella società dei Social Network. Studi internazionali mettono in guarda dalla possibilità del “suicidio emulativo”, dato dalla possibilità che i mass media che calibrano in modo scorretto le notizie di suicidio influenzino più persone a ripetere il gesto letale. L’emulazione di massa del suicidio è scientificamente nota come “effetto Werther”, dalla catena incontrollata di suicidi che seguì in tutta Europa la pubblicazione del romanzo di Goethe (1774) dove il protagonista, il giovane Werther, pone volontariamente fine alla sua vita. Storicamente, ondate di suicidi sono seguite anche alle scomparse tragiche di personaggi come Marilyn Monroe e Hemingway in una società non certo multimediale come quella di oggi. Oggi, l’eco contagiosa del messaggio suicidario, specie se gli vengono conferite caratteristiche di spettacolarità e mistero, può pericolosamente diffondersi attraverso Internet e social network e amplificare l’ottocentesco “effetto Werther”.

Enrico Maria Secci
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