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Chi per professione aiuta gli altri a risolvere disturbi psicologici e problemi relazionali è soggetto a forti carichi emotivi, che si sommano alle sollecitazioni e cambiamenti della propria vita personale. Per questo motivo gli psicoterapeuti si rivolgono ad altri psicoterapeuti in più momenti della propria formazione professionale e del ciclo di vita individuale.

La possibilità di occupare la posizione di paziente e lavorare sui propri problemi, conflitti e sintomi di essere umano risulta decisiva durante gli anni di specializzazione post-lauream perché mirata sia a risolvere le difficoltà soggettive più insidiose che a favorire lo sviluppo di un’identità di ruolo in grado di reggere la presa in carico di futuri pazienti.

Ma il percorso dello psicoterapeuta nel ruolo di paziente non si esaurisce con l’abilitazione professionale, e continua attraverso attività di supervisione su casi clinici, che lo chiamano in causa anche sul piano emotivo più profondo.

Nonostante l’aggiornamento e la formazione continua imposti dal senso di responsabilità verso le persone che gli si affidano e dalla necessità di monitorare ogni volta che è necessario il proprio operato attraverso la supervisione, nessun terapeuta può essere immune dal dolore e dallo shock inferto da fatti che occorrono nella vita di ogni persona. E, esattamente, come accade ai non addetti ai lavori, lo psicologo che sta male ha bisogno di un altro psicologo.

Indipendentemente dalla capacità e dall’esperienza professionale maturata, infatti, nessuno psicoterapeuta può essere lo psicoterapeuta di se stesso, come non può esserlo dei partner, dei familiari o degli amici. Quello che può vedere da “fuori” il sistema e dal ruolo, infatti, può sfuggirgli quando è “nel sistema”, il suo, quello di persona che può renderlo come tutti e ovviamente fragile, esposto, vulnerabile a relazioni e circostanze che lo riguardano intimamente.

Purtroppo partner, familiari e amici talvolta nutrono l’aspettativa, conscia o inconscia, che l’altro in quanto psicoterapeuta debba possedere qualità telepatiche e super-umane, col risultato frequente di investirlo del compito impossibile della responsabile di dirimere incomprensioni, di esplicitare questioni di relazione e di sciogliere nodi senza neppure darsi il disturbo di verbalizzarle.

Così quando la vita personale di un terapeuta si complica o interviene un trauma emotivo significativo, l’urgenza di iniziare a propria volta un nuovo percorso di psicoterapia è triplice e non deve essere trascurata. In primo luogo perché come persona si trova in uno stato di sofferenza emotiva e necessita d’aiuto; in secondo luogo perché come professionista è responsabile del benessere di altri; in terzo luogo perché spesso, in quanto terapeuta, gli altri eventualmente coinvolti nella crisi possono dimenticare di trovarsi davanti a un essere umano e incriminarlo per non essere stato capace “lui che è psicologo” di evitare errori, propri e/o di altri.
Come nella vita di tutti, fanno eccezione gli amici più cari, ma gli amici non sono sufficienti a superare situazioni che scuotono una persona nel profondo.

Nel corso degli anni ho occupato la sedia di paziente più volte oltre che quella di terapeuta, così come a mia volta sono diventato terapeuta terapeuti in formazione, in supervisione e esperti. Si tratta di esperienze cruciali e necessarie umanamente e professionalmente, psicoterapie che contribuiscono su più livelli alla resilienza e alla consapevolezza indispensabili per continuare a fare questa professione mentre la vita personale, inevitabilmente e certe volte all’improvviso, pone nuove questioni e passaggi dolorosi da superare.

In realtà sono diverse le scuole di specializzazione in psicoterapia che non prevedono nel programma didattico la psicoterapia individuale per gli apprendisti. Questo, se da una parte abbassa notevolmente le rette, a mio avviso riduce la qualità del percorso formativo e banalizza il processo di apprendimento di un mestiere delicatissimo e veramente insidioso.

Infatti, non aver affrontato i propri problemi in terapia didattica prima e nell’iter professionale professionale rappresenta un fattore di rischio sia per i pazienti che per lo psicoterapeuta.

Anche se non è evidentemente l’unico elemento caratterizzante la competenza professionale, il fatto di avere ripetutamente lavorato su se stessi, e di continuare a farlo ogni volta che si renda necessario mette lo psicoterapeuta nella condizione importantissima di sapere “come si sta dall’altra parte”, di conoscere i vissuti del paziente nella relazione d’aiuto e, quindi, lavorare con le persone con l’empatia, l’equilibrio e la sensibilità necessarie.

Enrico Maria Secci
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