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Cosa resta alla fine di una relazione? Cosa rimane della tua identità quando scopri all’improvviso che l’altro, in cui credevi di specchiarti nitidamente, non era che uno sconosciuto?

Resta la metà di quanto il partner si porta via, la metà di ciò che ha concesso e di ciò che ha rovinato. La metà dei ricordi, la metà delle responsabilità, la metà dei silenzi, degli egoismi, delle omissioni e delle bugie. Resta la metà di niente, un’eredità peggiore del niente e che, come ogni eredità, non si può ignorare.

“La metà di niente”. Così la scrittrice irlandese Catherine Dunne intitola un diario lucido ed emblematico sul crollo di un matrimonio e sulla fatica del lutto emotivo che comporta. Rose, la protagonista del romanzo -moglie di Ben, con cui ha tre figli, una casa e una vita perfetta-, una mattina qualunque si sente dire con una durezza inaudita:”Non ti amo più”. Un minuto dopo il marito esce di casa e sparisce lasciando Rose in un inferno materiale e psicologico che prende il posto di quell’illusione che lei considerava la sua vita felice.

Quest’abbandono inatteso e brutale è il prologo di mesi strazianti, mesi che Dunne documenta con la scrittura volutamente essenziale di una persona sconvolta. Dalla scrittura de “La metà di niente” salgono i lamenti della protagonista, i suoi pianti e la sua stanchezza. Rose è una donna comune, avvinta da un comunissimo divorzio, sulle cui cause indaga con la perizia di Sherlock Holmes per scoprire quelle verità scontate e quei cliché devastanti quasi sempre sottesi all’abbandono “improvviso”.

Il romanzo è un affresco ossessivo ed esasperante della banalità del separarsi dopo un matrimonio avvinto dall’inerzia e dall’abitudine, la cronaca del decorso della malattia emozionale che ha preso Rose e Ben senza incontrare resistenze, sino all’apice dell’abbandono del tetto coniugale e dei figli.

Capitolo dopo capitolo, l’autrice alimenta nel lettore la speranza di un cambiamento radicale, di un colpo di scena, di una svolta (un ritorno? una riconciliazione?) senza che nulla accada. Proprio come succede quasi sempre, anche ne “La metà di niente” il riscatto avviene con l’acquisizione di un’autonomia nuova ma, soprattutto, di scoperte e nuove acquisizioni sulla natura del rapporto ormai concluso.

Fra le trame lineari della quotidianità di Rose, il racconto è ricco orditi psicologici fittissimi che regalano una consapevolezza piena e toccante delle dinamiche di coppia e familiari della separazione. Pian piano la protagonista affronta lo shock dell’abbandono e supera una fase di idealizzazione della coppia -e di Ben-, fase dopo cui saprà vederlo per come è, ed sempre è stato: un uomo immaturo, egoista, disattento, fugace. Un uomo instabile, infantile e aspro.

L’intelligenza del romanzo consiste nel raccontare il divorzio da una prospettiva psicologica. La rinascita di Rose comincia quando la donna smette di demonizzare il marito, riconsidera il passato comune e prende a   domandarsi quale sia stato, sin dall’inizio, il proprio contributo al naufragio del rapporto. Nel dolore della separazione la protagonista scopre così ciò che aveva sempre negato a se stessa: che il marito, in fondo, non aveva mai appagato i suoi bisogni affettivi e che era stato un escamotage per evitare di affrontare le proprie insicurezze e la paura di conquistare un’autonomia.

Anche se non si può definire un capolavoro, “La metà di niente” è un libro interessante e intenso sulla complessità delle dinamiche della coppia in crisi.

Enrico Maria Secci
© Riproduzione riservata

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