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Avevo solo cinque anni, ma ricordo con precisione la classe, le finestre dalle inferriate azzurre affacciate sul cortile alberato della scuola, i banchi allineati in file parallele, i grembiuli e i fiocchi rosa della prima elementare, oggi scuola primaria.

All’ora di ricreazione Claudio mi mostrò il prodigio di una goccia di mercurio in una fiala di vetro. Gli brillavano gli occhi, quel fulgore dei bambini felici che io non ho mai avuto, mio malgrado. La sua energia bastava a entrambi e ogni giorno di scuola era per noi un giorno gioioso. Scappavamo dall’aula, facevamo scherzi, ridevamo tutto il tempo. Eravamo croce e delizia della classe per via della nostra indisciplina e del nostro essere speciali, diversi dagli altri senza per questo sentirci minori. Io e Claudio non eravamo mai tristi insieme.

Quel giorno versò il mercurio sulla cattedra e il nucleo argentato si sparse in tante palline argentate. Claudio le avvicinò con la punta di una penna ed ecco di nuovo una sfera perfetta.
Rimasi sbalordito e affascinato. Ruppi a mia volta il nucleo di mercurio, che si disperse come per magia in goccioline luminose. Giocammo a farle correre. Si conglobavano e si rompevano davanti ai nostri occhi divertiti, finché entrò la maestra e ci scansò bruscamente.

«Bambini! Il mercurio è velenoso! … Dove l’avete preso!?»
Claudio arrossì, io tacqui. Ovviamente non sapevamo di rischiare l’avvelenamento.
Claudio porse subito alla maestra l’ampollina che conteneva il metallo e lei iniziò a raccoglierlo con l’aiuto di un foglio di carta mentre la fissavamo preoccupati.
A questo punto accade una cosa molto strana. La maestra si guardò le mani e cominciò a piangere. Non l’avevamo mai vista così triste e così avvilita. Mise la fiala in un cassetto, poi tolse l’anello nuziale e ce lo mostrò.”

«Il mercurio mangia l’oro.», disse.
La fede era diventata argentea. Da oro a vile metallo in poco più di un istante. Ora non aveva più alcun valore, era diventata inservibile.

Mi sono ricordato di questo episodio durante una seduta di psicoterapia, quando a quarant’anni ho perso la mia supernova e sono passato dal ruolo di psicoterapeuta a quello di paziente per salvarmi. Ho raccontato, in pianto, del mercurio e dell’oro alla mia terapeuta perché, in definitiva, mi sentivo come quell’anello nuziale contaminato irrimediabilmente e mi sentivo morire. Pativo quello che ogni essere umano prova dopo un abbandono assurdo e inspiegabile. Sentivo di aver perso di colpo tutto il mio valore e il mio equilibrio. La mia essenza era perduta, se mai ne avessi avuta una.

Vedevo il mio presente frantumato e il mio futuro distrutto dopo quasi vent’anni trascorsi a guarire me stesso e gli altri dal passato (perché quello che fa un terapeuta è, prima di tutto, essere un paziente “risolto”) e a imparare ad aiutare gli altri a superare i loro problemi, ad affrontare i traumi, gli abbandoni, i lutti, le trascuratezze e gli abusi.j

Quando la mia relazione supernova è scoppiata ho attraversato una fase di abbattimento profondissimo e il fatto che io sia uno psicoterapeuta, ovviamente, non mi ha protetto dalla depressione e da ogni singola dinamica descritta in questo libro. Col senno di poi, ammetto che l’esperienza professionale ha facilitato la mia ripresa e accelerato il processo di riparazione della mia identità, perché avevo già seguito “casi supernova” e ne avevo scritto.

Ma, come i miei collegi confermeranno, l’essere psicoterapeuti non immunizza dai dolori della vita. Anzi, quando questi dolori riguardano l’ambito relazionale, l’essere psicologi può costituire un’aggravante come nel mio caso, perché mette in discussione l’intuizione e l’empatia e le capacità relazionali affinate nel duro percorso di formazione professionale e di lavoro sul campo.

“Le domande: “Perché non me ne sono accorto prima?”, “Come ho fatto a non cogliere i segnali?” e simili, nella mente di uno che per lavoro studia la mente e il cambiamento assumono la portanza schiacciante della stupidità, dell’inadeguatezza e del disvalore professionale, oltre che personale …

Nell’immediatezza dell’abbandono radicale avevo perso “l’amore della mia vita”, avevo perduto tutto: la bellezza di essere amato, la sicurezza di valere qualcosa, la dolcezza con cui amavo, la speranza e l’integrità. Perché quando il tuo amore ti lascia all’improvviso, rischi di morire, di ammalarti e morirne.

Come mercurio sull’oro, per effetto alchemico, al di là della mia volontà o di precise responsabilità, la nostra relazione era trasmutata in un distacco brutale, volgare e ingiusto sin nelle fondamenta della sua struttura. E il mio amore, per quanto amassi, ormai non valeva più niente.

Il mercurio aveva contaminato l’oro. Non ci sarebbe stato nulla che potessi fare per invertire l’orrore di questo processo, per respingere questa maledizione. Nulla, tranne riprendere in mano la mia vita e affinare le riflessioni già compiute lavorando con le persone che avevo aiutato in situazioni simili. Potevo fare qualcosa, insomma, qualcosa come scrivere questo libro.”

Passi di
AMORI SUPERNOVA
Enrico Maria Secci