Ormai è un pensiero fisso. Dall’alba al tramonto la tua vita è condizionata da questa relazione più di quanto tu possa ammettere. Hai cominciato con la prudenza istintiva di chi avverte un’aura di pericolo, ma la tua prudenza si è dissolta in fretta. Come resistere a chi promette di renderti felice? Come rifiutare la seduzione insistita e travolgente di qualcuno che ti ha scelto e che crede in te, che ti ha ingaggiato senza esitazioni in un grande progetto?

Semplicemente non potevi rifiutare questa prospettiva esaltante, perché come ogni essere umano hai bisogno di amare e di sentirti amato. Così hai spento i sensori psicologici deputati a segnalare l’errore di sistema e a captare il pericolo, e hai attivato il pilota automatico nella tua vita. In quanto automa hai dato il meglio di te: hai fatto orari straordinari, sei arrivato per primo sul posto di lavoro, hai trascurato i tuoi familiari, gli amici e gli amori allo scopo di stare nell’azienda, di incorporarla e di incorporarti nelle sue dinamiche al fine di sentirti finalmente al sicuro.

Non solo perché ti serve uno stipendio, perché devi pagare l’affitto o il mutuo di una casa. La validazione che l’azienda nella figura dei tuoi capi può fornirti è probabilmente la leva che innesca e mantiene il tuo problema. Un problema che non riconosci se non quando diventa apicale, quando il tuo corpo protesta e nel momento in cui, prima che tu possa accorgertene, ogni aspetto della tua vita psichica subisce il trauma di velluto dell’alienazione. Di colpo, non hai più amici o quasi, perché non hai tempo oppure perché ti senti incompreso.

Poi non hai una storia d’amore o quella che vivi risente dei tuoi sintomi: l’insonnia, l’insofferenza, l’anedonia, la depressione latente. Insomma, il lavoro dilaga, divora il tuo tempo. L’azienda ti chiede di essere sempre più presente o, peggio, non chiede più niente all’improvviso e questo può terrorizzarti. Hai imparato in qualche modo che quando i tuoi capi smettessero di soverchiarti smettono di stimarti. Un collega più giovane di te diventa allora la tua ossessione e il tuo bersaglio oltre che un nuovo standard rigiro e severo a cui uniformarsi per il timore del de-mansionamento o del licenziamento.

Ti hanno detto che l’azienda si basa sui risultati, quindi pensi che basterà essere efficiente per soddisfare il criterio. Il fatto è che nella cattiva gestione delle aziende narcisiste, non c’è un modo per rispondere al criterio proposto o, per meglio dire imposto. Ci sarà sempre qualche criticità, perché le aziende narcisiste e i capi narcisisti si imperniano sulla critica, sempre e comunque.

L’illusione che alla prestazione corrisponda l’esatta misura del riconoscimento affettivo realizza un empasse tra azienda e dipendente, in quanto le organizzazioni disfunzionali, come i narcisisti perversi in ambito sentimentale, sono manchevoli: non premiano ma puniscono, oppure procrastinano il “riconoscimento” sino all’esasperazione.

Hanno parlato di eccellenza. Forse hai fatto corsi di empowerment, di comunicazione efficace e di pirobazia sentendoti intimamente uno scemo totale. Ma lo hai fatto per amore. Per amore facciamo l’impossibile, giusto? E dove il lavoro è distorto, compresso e obbligato artificiosamente  nelle dinamiche dell’amore siamo di fronte a un problema serio e sottaciuto nelle organizzazioni che trasformano narcisisticamente i propri dipendenti in dipendenti affettivi.

Intanto, per anni, hai risposto ad ogni richiesta aziendale con precisione, hai lodato i tuoi capi e hai meccanicamente assecondato la legge dell’usura.

La legge dell’usura

Parliamo di aziende narcisiste e di capi narcisisti con riferimento, innanzitutto, alla tendenza di queste organizzazione e dei loro dirigenti a reificare le persone. Reificare – dal latino res, cosa – in ambito psicologico significa trasformare i soggetti in oggetti e utilizzarli per raggiungere i propri scopi senza considerare il loro bisogni, le loro caratteristiche individuali e le dinamiche relazionali di cui sono portatori e promotori in ogni ambito dell’esistenza.

La reificazione è un tratto emblematico del narcisismo patologico e consiste nella manipolazione, nello sfruttamento e nella mortificazione dell’altro con l’obiettivo di alimentare una visione grandiosa di sé. Il culmine dell’oggettivazione è raggiunto quando l’altro è assoggettato al potere del narcisista, angustiato dalla sua comunicazione magmatica, sopraffatto dal suo machiavellismo, emotivamente esaurito al punto da risultare inservibile eppure psicologicamente dioendente.

Chi subisce la reificazione perde progressivamente la propria dignità e in quanto cosa e non persona è utilizzato sino al punto di rottura, dopo cui viene trascurato o gettato via. Questa è quella che chiamiamo la legge dell’usura, un principio fondativo delle relazioni narcisistiche per il quale il soggetto più debole è portato a dissipare le proprie risorse, a disperdere il proprio valore e a consumarsi nell’illusione che il proprio sacrificio comporterà qualche vantaggio. In base alla legge dell’usura, il funzionamento narcisistico è implicitamente determinato dalla necessità di soggiogare l’interlocutore e alla fine espellerlo proprio in quanto ormai “oggetto” rotto, consunto e da sostituire.

Usura psicologica e narcisismo

I processi interpersonali e le conseguenze del funzionamento narcisistico sono state indagate e descritte dai clinici nell’ambito delle relazioni di coppia e della psicopatologia, ambito in cui si manifestano con particolare evidenza e drammaticità. I sintomi dei/delle partner di narcisisti o narcisiste includono ansia, depressione, panico, disturbi psico-somatici e si configurano come una sindrome complessa e multidimensionale: la dipendenza affettiva. È noto che la dipendenza affettiva non sia ancora un’unità diagnostica riconosciuta dal DSM, ma il dibattito scientifico su questo disturbo, specie quando uno dei partner presenta tratti narcisistici disfunzionali, testimonia la crescente urgenza dei ricercatori e dei clinici di offrire risposte e formalizzare strategie terapeutiche a una moltitudine di “pazienti invisibili” data l’assenza in un quadro diagnostico unanime per la comunità scientifica. Senza un sostegno psicologico mirato e cure adeguate queste persone rischiano di permanere nello stato di vittime e sostare a tempo indeterminato nel limbo della dipendenza dal/la narcisista, sino alla consunzione psicologica.

A livello dei rapporti sentimentali è possibile osservare che l’usura del sistema emozionale costituito dal/dalla narcisista e dalla/dal partner comporta lo sviluppo di sintomi psichici e può sfociare in tragedie, come documentato da tanti fatti di cronaca nera, come le continue vicende di violenza fisica e morale nella coppia culminate in femminicidi. Agli occhi degli esperti, in primis criminologi e psicoterapeuti, questi episodi gravi ed eclatanti rappresentano la punta di un iceberg, perché il danno psicologico derivante dall’interazione disfunzionale con soggetti narcisisti avviene pian piano e sotto traccia nella maggioranza dei casi ed è tale che le “vittime” impieghino molto tempo a comprendere i soprusi subiti. La consapevolezza tardiva dell’essere state manipolate e prevaricate è un tratto distintivo delle vicende di abuso psicologico. Questo è vero anche quando lo scenario relazionale del narcisismo patologico e della dipendenza affettiva non è la coppia, ma il rapporto di lavoro. Eppure nel contesto delle organizzazioni il problema del narcisismo disfunzionale e delle sue ripercussioni sulla salute mentale e fisica dei dipendenti risulta sottostimato o negato, come se il mondo del lavoro non appartenesse all’universo emozionale degli esseri umani e seguisse dinamiche avulse dalla realtà delle emozioni e dei sentimenti.

Freud ha definito con straordinaria efficacia la salute mentale come “la capacità di lavorare e di amare”. Queste capacità vitali sono i bersagli dei partner e dei capi narcisisti. I primi minano il senso di amabilità dell’altro sottoponendolo a svalutazioni, critiche, ricatti e tradimenti; i secondi colpiscono l’autostima professionale con gli stessi mezzi e analoghi risultati. La persona assoggetta dalle manovre “incomprensibili” del narcisismo insano precipita in uno stato di confusione crescente su se stessa, sugli altri e sul mondo accompagnato da sensi di colpa, di inadeguatezza e di inferiorità e da un dolore emotivo che interferisce sulla sua condizione psicologica e fisica.

Nella coppia la vittima reagisce alle incongruenze e ai paradossi della comunicazione narcisistica aumentando l’investimento affettivo sull’altro, mentre disinveste su se stessa a causa del crollo dell’autostima. Analogamente, in azienda il dipendente sottoposto a un/una leadership narcisista incrementa l’impegno lavorativo e si adopera a lungo per soddisfare le richieste e le condizioni impossibili dell’azienda sino a un punto di rottura che coincide con lo sviluppo di sintomi depressivi, ansia, panico e/o con l’emergere di somatizzazioni.

I disturbi correlati alla dinamica tra capo narciso e dipendente affettivo non si limitano ai due soggetti coinvolti, ma si estendono al gruppo di lavoro e all’azienda intera in un contagio silenzioso che perturba il clima organizzativo dove non inficia i processi produttivi. L’aumento della conflittualità tra colleghi, la riduzione della capacità di collaborare, il peggioramento della comunicazione possono propagarsi nell’organigramma a partire da un problema che sembra limitano alla coppia narcisista-vittima e contribuiscono allo sviluppo di un disagio diffuso. Non a caso nei luoghi di lavoro della leadership narcisistica la probabilità di incidenti professionali, il tasso di malattie stress-correlate e il turn-over del personale risultano particolarmente elevati.

Enrico Maria Secci, Blog Therapy
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