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Separazione e divorzio sono tra le esperienze più traumatiche che possono colpire un individuo, esperienze purtroppo sempre più frequenti, a dispetto della morale comune che vorrebbe relegarle nell’angolo della patologia relazionale. Sino alla prima metà degli anni ’80 l’interruzione del matrimonio è stata stigmatizzata come disfunzione, come un evento critico abnorme causato da una qualche incapacità dei coniugi di intrattenere una relazione sempiterna come da giuramento.

L’incedere pressoché inarrestabile di separazioni e divorzi nell’ultimo ventennio ha capovolto questo punto di vista e pone la società davanti alla scomoda evidenza che se non sostenute da un sentimento d’amore, da un adeguato grado di impegno, di passione e di complicità i matrimoni si concludono (Kernberg). E ciò si verifica in quanto fisiologia e non come patologia relazionale: le storie si compiono e si concludono perché ad un certo punto hanno esaurito la propria funzione affettiva per uno o entrambi i partner. In quest’ottica, la fine di un matrimonio non rappresenta un “fallimento” sebbene sia vissuta come tale dai coniugi in un contesto in cui lo stereotipo culturale trasforma in regola l’eccezione di un’unione armoniosa ed eterna.

L’impennata delle statistiche. Secondo l’Istat separazione e divorzio sono più frequenti in una fascia d’età compresa tra i 40 e i 45 e intervengono in media dopo quindici anni di matrimonio. Dal 1995 ad oggi le crisi matrimoniali culminate nel divorzio hanno subito l’incremento del 101% e una concomitante impennata che supera l’80% in più di separazioni. Inoltre, la curva statistica che descrive inequivocabilmente un calo dei matrimoni. Questi dati fanno pensare a un netto cambiamento dei valori e a una profonda modificazione del significato di famiglia e matrimonio nella nostra società e, guardando dentro in numeri, spingono a riflettere sul dolore psichico che colpisce al cuore decine di migliaia di coppie ogni anno, una sofferenza che si propaga nei loro familiari e nei loro figli.

Sei divorzi in uno. Un modello degli anni ’70 ancora attuale, proposto da Bohannan, scompone il divorzio in sei processi paralleli, ognuno avente caratteristiche specifiche. Questi momenti dell’elaborazione psicologica del divorzio non sono da intendersi come sequenziali: ogni coppia compie un percorso proprio attraverso le diverse “stazioni” e i partner possono, in uno stesso momento, trovarsi in un “stazione” diversa.

Il divorzio emotivo. Il divorzio emotivo inizia quando uno dei coniugi riduce il proprio investimento affettivo sulla relazione con l’altro. Raramente il divorzio emotivo viene condiviso simultaneamente dai membri della coppia. Tutti gli autori che si sono occupati di divorzio, hanno segnalato un’iniziale asimmetria tra marito e  moglie. Un coniuge decide, l’altro subisce la decisione. Chi dei due ha preso l’iniziativa ha già in parte elaborato i propri sentimenti e ha sull’altro un notevole vantaggio psicologico.
Il divorzio emotivo di chi “subisce il divorzio” è spesso drammatico e pieno di sentimenti di rabbia, di colpa e di ostilità verso il partner. Frequentemente il coniuge “passivo” trasforma la propria impotenza rispetto alla incombente separazione, in aggressività per l’altro e lo mette sotto accusa. Il coniuge che non ha deciso, può sperimentare sentimenti di vendetta e ritenersi una vittima. Per queste ragioni il divorzio emotivo è caratterizzato da alta conflittualità e dal fallimento di ogni tentativo di negoziazione.

Il divorzio legale. Il divorzio legale è una “stazione” in cui i coniugi passano simultaneamente. Durante il divorzio legale vengono prese decisioni importanti come l’affidamento dei figli In Italia oltre l’80% dei divorzi è consensuale, ma ciò non rende meno traumatica sul piano psicologico l’esperienza dell’interruzione ufficiale del matrimonio.

Il divorzio economico. Nel divorzio economico rientrano tutte le questioni relative alla spartizione dei beni materiali della coppia. Secondo Santi [1997], la gestione di questa fase del divorzio viene delegata all’avvocato. I coniugi sono troppo tesi per occuparsi anche degli aspetti patrimoniali della fine del loro rapporto. Tuttavia, alcuni autori sostengono che i conflitti coniugali possano sorgere anche durante il divorzio economico. In questo caso il denaro è, più che il motivo, il tramite del conflitto, un argomento ulteriore per ricattare o per vendicarsi del partner che ha dissolto il legame.

C’è da notare che gli aspetti economici del divorzio sono tutt’altro che secondari. Con preoccupante frequenza, le persone che hanno divorziato devono far fronte a problemi finanziari notevoli. In particolare, le donne a cui è stato affidato il figlio incontrano grosse difficoltà economiche. Nella maggioranza dei casi il divorzio causa un abbassamento dello “status” economico delle donne ed un conseguente abbassamento del tenore di vita che esse possono assicurare ai loro figli  [Kaslow e Schwartz, 1987; Furstenberg e Cherlin, 1991; Weitzman, 1985]. Sembra che gli effetti economici del divorzio siano minori per gli uomini, sebbene essi, come le loro ex-mogli, si trovino a dover gestire una casa da soli oltre ai doveri verso la famiglia che hanno lasciato.

Il divorzio dalla comunità. E’ la fase in cui gli ex-coniugi affrontano la propria condizione di divorziati all’interno del contesto sociale. Si parla di divorzio dalla comunità perché accade spesso che, una volta divorziate, le persone abbiano la volontà di cambiare completamente la propria vita. Il ritrovarsi con gli amici, che erano amici della coppia, provoca frequentemente disagio; disagio dovuto probabilmente dal fatto che, dal punto di vista psicologico, i vecchi amici ricordano l’ex-partner e, comunque, rappresentano ancora un trait d’union con la precedente vita matrimoniale.
Durante il divorzio dalla comunità prevalgono sentimenti di solitudine e depressione. Anche se negli ultimi cinquant’anni l’atteggiamento della società nei confronti del divorzio è radicalmente cambiato, nel senso di una maggiore accettazione, le persone che provengono da un matrimonio distrutto e che vivono in un contesto sociale in cui alla loro età “è normale essere sposati”, si sentono diverse. L’accettazione della propria “diversità” sociale è un processo piuttosto lungo, caratterizzato dalla difficoltà ad allacciare nuove amicizie e relazioni.

Il divorzio genitoriale. Una delle difficoltà maggiori in cui incorrono gli ex-coniugi è la gestione dei ruoli genitoriali che, naturalmente, permangono dopo il divorzio. Coniugi in conflitto devono cooperare come genitori. E’ evidentemente una condizione contraddittoria che, se non risolta, può produrre gravi conseguenze sui figli della coppia [Santi, 1997].
Nel divorzio genitoriale sono implicate le decisioni del tribunale circa l’affidamento dei figli e la frequenza delle visite da parte del genitore non affidatario quando non è possibile un affidamento congiunto.

Il divorzio psichico. Il divorzio psichico è la sesta ed ultima stazione prevista nel modello di Bohannan. E’ l’esito finale del processo di separazione tra i coniugi. Il divorzio psichico avviene quando essi riacquistano la piena indipendenza reciproca e la capacità di cominciare una nuova vita. Il divorzio psichico avviene nel momento in cui la coppia divisa ha elaborato e compreso l’esperienza della separazione e, in questo modo, passa dal conflitto alla cooperazione. Il raggiungimento di una reciproca autonomia emotiva da parte degli ex-coniugi è di primaria importanza per quanto riguarda una serena gestione dei rapporti con i figli. Dalla buona riuscita del divorzio psichico dipende anche il successo del divorzio genitoriale necessario per assolvere adeguatamente alle funzioni genitoriali.

Elaborare il lutto. Le sei stazioni di Bohannan costituiscono una inevitabile semplificazione della vorticosa complessità emotiva di un evento che stravolge gli orizzonti emotivi ed esistenziali dei coniugi e li pone violentemente di fronte alla necessità di comprendere ed elaborare un grave lutto. In questo senso, il dramma può costituire un’occasione per conoscere e ri-conoscere le dinamiche relazionali agite, gli errori fatti, gli schemi emotivi attivati inconsapevolmente nel rapporto e che ne hanno causato la distruzione.

La consulenza psicologica o la psicoterapia possono agevolare in tempi brevi questo indispensabile processo e favorire l’acquisizione di nuove consapevolezze utili a gestire la delicata fase del divorzio psicologico e promuovere una nuova autonomia. Lo dimostra la crescente richiesta sociale di aiuto intercettata dal sistema sanitario nazionale e da una sempre più ampia offerta di servizi privati a sostegno delle coppie in crisi.

Enrico Maria Secci
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