Con l’approssimarsi del picco dell’epidemia si rafforzano le misure dell’isolamento collettivo e l’allerta aumenta, amplificata dal Governo con ogni mezzo possibile nella speranza di fermare l’ecatombe.

#iostoacasa. La stampa, l’informazione online e televisiva, gli artisti  mobilitati in concerto dalle proprie case, eserciti di blogger e di influencer ripetono senza sosta #iostoacasa. #iostoacasa è l’eco incessante di un Paese e, ormai, di un pianeta assediati da dall’implacabilità del Cornavirus .

Da settimane, anche gli spazi pubblicitari sono sostituiti da cartelli ossessivi: stai a casa, lavati le mani, metro di distanza, mascherina, gel alcolico. Messaggi necessari, purtroppo lanciati all’inizio come pacate precauzioni e ora diramati a volumi apocalattici a reti unificate.

In attesa del picco. Con l’estendersi del confino sanitario collettivo il livello di allarme sociale segue ormai una progressione verticale e il susseguirsi di decreti draconiani persegue la necessità di vincolare gli ultimi irresponsabili che ancora circolano un po’ ovunque, perché menefreghisti patologici, sordi selettivi e analfabeti funzionali al rispetto dell’isolamento preventivo.

L’allarme che non udiamo. Tuttavia, come psicologo credo che l’allarme più persuasivo ed efficiente di qualunque decreto sia proprio quello che non udiamo. L’allarme vero, quello che esprime inoppugnabilmente la gravità della pandemia, è il silenzio innaturale delle città deserte a primavera.  Questo silenzio che mummifica le piazze e sterilizza le vie del centro, di ogni centro del mondo.

Questo silenzio desertifica parchi e spiagge, interrompe lo starnazzare superficiale di tutti, tranne quello di alcuni politici dalla coda di paglia. Questo silenzio è più incessante del latrare delle ambulanze, più penetrante del pianto dei campanili, più persuasivo di ogni discorso, slogan o hashtag. E se il silenzio fosse una delle chiavi per assimilare la drammaticità di ciò che sta accadendo ad ognuno di noi?

L’allarme che non udiamo e sul quale sarebbe necessario concentrarsi è il silenzio, che è anche la condizione più necessaria per elaborare nuove strategie, per studiare soluzioni, per trovare un senso, per onorare il coraggio degli operatori sanitari, per salutare quei morti dal respiro tagliato, come annegati.

E se la sirena disperata del silenzio ci richiamasse a riflettere su ciò che sta accadendo? Se il silenzio e la sua onda lunga ci richiamasse alle nostre emozioni nascoste, e a riflettere sulle scelte di comodo, o sulle non-scelte che punteggiano e talvolta forgiano la nostra vita? E se il silenzio dell’epidemia, come già sta avvenendo, costituisse un’opportunità per fermarsi e riprogettare in senso ecologico e sostenibile, in senso più onesto e egualitario tutto e a ogni livello?

Individuo, coppia, famiglie, gruppi, grandi gruppi, comunità, collettivi e società potrebbero, nel silenzio e nell’isolamento di questa epidemia vaccinarsi contro l’indifferenza, il machiavellismo mediatico, finanziario e politico imperanti, e approntare misure preventive alla pandemia di narcisismo sociale di cui pochi parlano.

Incoraggiati dai media, passiamo il tempo a eludere il silenzio. Siamo incoraggiati solo ed esclusivamente a fare, fare, fare. Ancora non è chiaro che proprio questo fare, fare, fare ha permesso al contagio di diffondersi esponenzialmente, e continua nella sua propagazione infernale proprio grazie agli ideologi del fare a tutti i costi: la partita di calcio, la settimana bianca, la corsa … i negozi aperti, gli studi televisivi aperti ad oltranza e senza ritegno, l’infinita offerta di distrazioni dall’allarme del silenzio che continua a suonare inascoltato.

La poetessa Alda Merini scrisse che “a volte il silenzio dice quello che il tuo cuore non avrebbe mai il coraggio di dire”. Mi chiedo a quali verità e a quali paure ognuno di noi voglia sottrarsi nel corso di questo isolamento drammatico e cruciale. Un evento epocale da trasformare in un’occasione per tacere e per ascoltare se stessi che rischia di trasformarsi in una stupida maratona multimediale di massa e in un reality show estremo e distopico.

Enrico Maria Secci
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