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Quante carezze non hai dato? Quanti abbracci mancati, quanti baci sono rimasti intenzioni sulle tue labbra emozionate. Quanto sarebbe stato bello invitare a cena quella persona? Quanto sarebbe stato bello chiedere scusa e tendere una mano, anziché nasconderti dietro due faccine su WhatsApp?

Quanto vorresti, ora che non è più possibile, affrontare la tua vita e gli altri faccia a faccia, a muso duro, senza più procrastinare, né mimetizzarti dietro un social network …

Martedì mattina il mio studio ha chiuso sino al 6 aprile, dopo più di vent’anni di attività serrata.

Da giorni, come tutti, mi preparavo a questa eventualità e monitoravo le mappe del contagio sulla Rete. Lunedì notte, mentre il Governo estendeva lo status di “zona protetta” a tutta Italia, fissavo online il planisfero chiazzato da cerchi rossi di ampiezze crescenti, come schizzi di sangue sul Pianeta .

È stato come se un bisturi cieco, perverso colpisse il mappamondo e provocasse tagli ed emorragie dappertutto -sono più di 100 gli Stati infetti-, in un’escalation irrefrenabile.

Così da tre giorni osservo le misure di isolamento, telefono alle persone che seguo per riprogrammare le sedute e fornire assistenza a distanza in casi urgenti; mi dedico alla bozza del nuovo libro, che potrei pubblicare a ottobre. Ma in questa solitudine in cui dobbiamo evitare il contatto fisico con gli altri, mi domando di continuo cosa potremmo imparare dalla pandemia da Covid-19.

Ci penserò a lungo, però una risposta tra le molte che verranno ce l’ho.

Il Coronavirus e le misure draconiane adottate per combatterlo suggeriscono che sbagliamo ogni volta che procrastiniamo, e mettono a dura prova quel senso narcisistico di immortalità che ci ha indotto sino ad ora a rimandare tutto, o quasi, a “tempi migliori”, senza accorgerci prima d’ora che i tempi migliori sono appena passati.

Ora quel film che volevamo vedere al cinema non è più disponibile. E vederlo in streaming con la mascherina non sarà la stessa cosa. Ora quel bacio che abbiamo negato non è più disponibile. Quelle parole che non abbiamo detto, adesso potrebbero non servire a niente. Le verità che abbiamo ignorato, perché abbiamo paura di essere veri, però resisteranno al virus, se mai avremo il coraggio di proiettarci oltre la pandemia, di andare oltre l’era del rimpianto e riconnetterci con le nostre emozioni più vere.

Quante carezze non hai dato? Scrivi una lettera a quella persona.

Quanti abbracci mancati, quanti baci sono rimasti intenzioni sulle tue labbra emozionate. Quanto sarebbe stato bello invitare a cena quella persona?

Trova il modo per essere esplicito sui tuoi sentimenti.

Quanto sarebbe stato bello chiedere scusa e tendere una mano? Chiedi scusa, sempre per lettera. Hai un sacco di tempo, ora che sei in isolamento.

Quanto vorresti, ora che non è più possibile, affrontare la tua vita e gli altri faccia a faccia, a muso duro, senza più procrastinare, né mimetizzarti dietro un social network … Lo puoi fare esattamente ora, qui ed ora. Possiamo tutti trasformare l’era del rimpianto nell’ora della rinascita.

Ottimisticamente, penso che tante settimane di quarantena potrebbero aiutare ognuno di noi a riflettere più attentamente su ciò che è davvero importate nella nostra vita, e incoraggiarci a vivere un’esistenza sincronica, dolce, equilibrata senza snervanti camuffamenti, tradimenti, strategie e procrastinazioni.

Terrò un diario in questi giorni di confino e lo pubblicherò qui. Non voglio procrastinare. Ce la faremo.

#iostoacasa #celafaremo

Enrico Maria Secci
*riproduzione riservata