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Il surriscaldamento globale sta risvegliando in una parte crescente della popolazione un’acuta coscienza ecologista. Anche se giunge tardiva, la consapevolezza dell’inquinamento e l’urgenza di salvare l’ambiente violato dall’uomo rappresenta un passo decisivo per le nostre culture e si configura più che come un’opzione, come un’impellenza.

L’inferno in Australia seguito da grandinate come bombardamenti e da tempeste di sabbia, suona come la nota più acuta e lacerante di una sinfonia apocalittica orchestrata ad ogni latitudine dalla secolare noncuranza umana verso l’ambiente e le sue risorse. Ora, finalmente, il tema dell’ecologia guadagna la centralità da sempre usurpata da intrighi politici, da interessi economici, e dall’indifferenza dei più. 

Un mozzicone di sigaretta gettato distrattamente per strada, l’uso di bicchieri e piatti di plastica, l’abuso di combustibili inquinanti sono tra le scelte bandite dalla nuova coscienza ecologista. Infatti, per salvare il pianeta è necessaria la mobilitazione massiva di ogni singolo essere umano e perché questo accada serve sensibilizzare l’opinione pubblica alla cultura del rispetto e della tutela dell’ambiente.

Una simile rivoluzione culturale richiederà molto lavoro e molto tempo, ma il susseguirsi dei disastri dall’artide all’antardide potrebbe indurre velocemente anche la persona più sciatta e più scettica ad assumere condotte ecologiche in ogni ambito della propria esistenza, pena l’estinzione dell’ecosistema umano-centrico e delle sue insostenibili contraddizioni.

Come psicoterapeuta osservo che una svolta ecologista, nelle proporzioni salvifiche di cui abbiamo bisogno, possa, anzi debba, riguardare anche le emozioni e le relazioni interpersonali, perché le emozioni e le relazioni sono senza dubbio alla base della qualità della vita umana ad ogni livello: individuo, coppia, piccolo gruppo, collettivo, società. 

Vivere relazioni inquinate, marcescenti, patologiche e coltivare emozioni negative, stagnanti, ostili o ambivalenti è quanto, nel mondo, continua ad accadere sotto una cappa di indifferenza, una coltre altrettanto spessa e persistente di quella che ammanta la questione ambientale.

Così come accade nei confronti della natura, l’ecologia della mente e dei rapporti umani incontrano l’ostracismo generale. Nell’ambito degli affetti e della salute mentale una maggioranza schiacciante utilizza un approccio fatalistico e disimpegnato, lo stesso con cui getta nell’indifferenziato ogni cosa, perché il riciclo richiede quel secondo in più di attenzione, quella capacità di discernimento semi-sconosciuta ai più.

Quando vedo le immagini atroci di testuggini cresciute dentro il cilicio delle plastiche, deformate in modo permanente per il solo fatto di aver nuotato in un oceano inquinato non posso che pensare alle tante vittime di inquinamento psicologico, affettivo e relazionale che ho conosciuto nel mio studio e non solo.

So bene quanto la contaminazione psicologica si verifichi quotidianamente in contesti che consideriamo sicuri e puliti: la coppia, la famiglia, la scuola, il luogo di lavoro. Perciò credo sia il tempo di sollevare una questione sull’inquinamento mentale in cui siamo immersi e può danneggiarci in modo profondo, a meno che qualcuno non ci presti soccorso.

Sul piano dell’inquinamento materiale, le risposte sono ridurre i gas inquinanti, eliminare le plastiche e razionalizzare i consumi energetici. Le soluzioni per affrontare la contaminazione psicologica che può esserci fatale, fuor di metafora non sono troppo diverse e sono altrettanto urgenti: 

  1. ridurre per quanto possibile le presenze negative che orbitano nella nostra sfera emotiva;
  2. rimuovere in modo definitivo e inappellabile soggetti, situazioni e contesti opportunistici, ambigui e manipolatori;
  3. coltivare un’autentica psico-ecologia, basata sui valori della gentilezza, della reciprocità e del rispetto delle differenze;
  4. disintossicarsi da idealizzazioni, da falsi Sé portatori di sensi di colpa e ritrovare il prima possibile il gusto dell’autenticità, anche quando questo significa dire “No”, “Basta”, “Non farti più sentire”;
  5. fare ordine e pulizia a partire di nostri telefoni: buttare via il ciarpame relazionale accatastato negli anni sui social, sulle chat, sulle cartelle fotografiche, nelle email.

Una società più attenta all’igiene psicologica e comunicativa delle persone e tra le persone, sarebbe indubbiamente un luogo più vivibile  Più sano e più felice.

In un mondo psico-ecologicamente equilibrato non dovremmo assistere di continuo ai crimini relazionali, agli abusi e alle trascuratezze che oggi sono tristemente la discarica a cielo aperto della politica, degli stadi, dei talk, dei reality, … e del bullismo, del mobbing, dello stalking … del narcisismo patologico e della dipendenza affettiva.

Facciamo pulizia!

Enrico Maria Secci
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