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Il 2019 si è aperto per me sotto i migliori auspici: un bacio appassionato davanti al Colosseo, un bacio inatteso sfrecciato dal destino alla mezzanotte del 31 dicembre; l’uscita della traduzione spagnola de “I narcisisti perversi e le unioni impossibili” (Los narcisistas perversos y las uniones imposibles); il mio nuovo workshop internazionale a Madrid su invito del Colegio Oficial de la Psicologia de Madrid e la prospettiva di un ciclo di seminari in Europa e in Sud America.

Ma la malattia di mio padre esplosa improvvisa e drammatica proprio mentre partivo per la Spagna ha sfigurato per sempre il mio 2019 e sconvolto la mia vita irrimediabilmente. A luglio sono rimasto orfano. Nonostante i mesi di ospedale e le evidenze di una condizione letale non ero pronto, ammesso che si possa arrivare preparati alla morte di un padre. Sino all’ultimo non ho mollato, perché tra i tanti insegnamenti che mio papà è riuscito a impartirmi la perseveranza e la resilienza sono i più preziosi.

Quel 10 luglio ho avvertito distintamente un fragore di cristalli dilaniarmi dentro, assordante. La mia anima è esplosa in milioni di piccoli pezzi quel giorno. Sono cosciente che nulla può essere più come prima, accetto di non essere più io, non sono quello di prima e per un periodo è stato quasi impossibile guardarmi allo specchio senza sentirmi sopraffatto dal dolore.

La cosa peggiore di tutte è stata sopportare il funerale. La cosa peggiore è stata vedere sfilare abusivamente decine di persone dalle maschere contrite e l’ostia in bocca davanti alla bara. Ho provato un disgusto ferale per questa gente dal passo composto e dalla lingua di cicuta. Quel giorno ho scoperto il sentimento dell’odio: l’odio per l’ipocrisia di chi si ricorda di te e dei tuoi figli solo quando sei morto.

L’odio per la gente che fa un uso pretestuoso della propria spontaneità, per continuare a disinteressarsi, a malignare, a spettegolare, a ferire e ad abusare tutte le volte che può. Il 10 luglio 2019 ho imparato l’odio per chi dice di amarti e poi ti colpisce alle spalle con ogni arma possibile, ma soprattutto ti tagliuzza con la lametta bianca e avvelenata del buonismo.

I lutti della vita sono un’occasione di verità. Ed ecco: le persone sinceramente amorevoli mi sono state accanto mentre ho continuato a fare il mio mestiere, perché non volevo abbandonare nessuna delle persone che avevo in terapia. Perché il mio lutto non doveva diventare un danno per gli altri. Sono profondamente consapevole della necessità di rompere le catene del dolore: il nostro dolore non deve ricadere sugli altri, mai. A meno che non lo meritino.

Infatti, bisogna affermare una volta per tutte il principio che i risultati contano più delle intenzioni, principio da cui deriva un’importante conseguenza: il perdono non è per tutti, ci sono persone che debbono ricevere in esatta misura le conseguenze della propria sciattezza, volgarità relazionale, inconsistenza emotiva, spavaldo egoismo o vera cattiveria. Per esse non servirà patibolo migliore della loro medesima esistenza. L’indifferenza farà la condanna.

Solo chi sa perdonare sa, allo stesso tempo, presentare il conto a chi pensa di farla franca passeggiando a mani giunte davanti alla bara di un uomo, e che Uomo.

Come molti figli maschi ho il difetto di declamare post-mortem l’amore per il padre, ma lui sapeva quanto lo amassi per via della mia costante presenza, e ha capito anche perché ci sono stati momenti di estrema conflittualità tra di noi … e ci siamo perdonati a vicenda nell’essere insieme anche quell’ultimo momento.

Questo è l’ultimo post di Blog Therapy.  Grazie per i Vostri milioni di abbracci in tutti questi anni. Da domani il nuovo blog www.enricomariasecci.it.

Enrico Maria Secci
*riproduzione riservata