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Agli inizi del ‘900, Lili Elbe è stata la prima persona a sottoporsi a un intervento di riassegnazione chirurgica del sesso da uomo a donna, dopo una tormentata e coraggiosa lotta interiore e dopo essersi battuta contro la stigmatizzazione psichiatrica del transessualismo.

I diari di Lili, pubblicati postumi, hanno reso la vicenda umana del pittore Einar Wegener diventato Lili Elbe un caposaldo della storia dell’affermazione dei diritti delle persone transgender e una primaria fonte di riflessione sulla transessualità per la medicina, la psichiatria e la psicologia.

Il regista Tom Hooper racconta al grande pubblico la storia di Lili nel film “The Danish Girl”, tratto dal best-seller “La danese” di David Ebershof (2001), scegliendo di portare nelle sale cinematografiche il tema complesso e irrisolto del cosiddetto disturbo dell’identità di genere, o disforia di genere.
Tom Hooper lo ha fatto con delicatezza estrema. Come se avvertisse la necessità di proteggere i personaggi dal pubblico, più che il pubblico dalla storia, ha avvolto Einer, Lili e la moglie di Einer, Gerda, in una patina di bellezza morbida e palpabile. Ma l’estetica perfetta e i costumi da Oscar riescono ad attutire solo in parte la dirompenza emotiva che caratterizza la “scoperta” del pittore della sua transessualità, una scoperta congiunta, che avviene sotto il tetto coniugale.

La trama del film. Infatti, Einer, giovane ed affermato pittore, vive con Gerda una vita matrimoniale felice -pittrice anche lei-, sino a che un gioco innocente non scuote dalle fondamenta la sua identità e libera una consapevolezza repressa sin dall’infanzia attraverso la dedizione al lavoro e l’adesione forzata al rigido conformismo sociale dei primi del ‘900 imposta dal padre. Einer non può più negare di sentirsi in realtà una donna, e di vivere con angoscia e con orrore le costrizioni e le convenzioni a cui si è sottoposto con perizia marziale sin da bambino.

Inizia così il percorso di Lili: prima come travestimento bohemienne durante feste e vernissage di artisti degli anni’30 e, poi, come uno stato di necessità combattuto ma ineludibile. Gerda non abbandonerà Einer, gli resterà accanto sino a fare di Lili il soggetto dei suoi quadri. Lo affiancherà nel tentativo di “curarsi” in ogni modo e lo sosterrà con amore estremo nel difficile percorso di transizione da maschio a femmina.

Il film lascia appena intravvedere il conflitto interiore dilaniante e l’immensa fragilità vissuti dalla vera Lili, ma questo basta a commuovere intensamente, anche grazie alla magistrale interpretazione di Eddie Redmayne nel ruolo di Lili/Einar e, soprattutto, di Alicia Wikander nel ruolo di Gerda. Entrambi hanno meritato una nomination all’Oscar.

“The Danish Girl” è stato subitaneamente definito un capolavoro, e lo è per la portanza attoriale, la scenografia, la fotografia ed i costumi, ma la sceneggiatura sfiora soltanto la complessità psicologica di Lili e manca in parte la preziosa opportunità di sensibilizzare a fondo l’opinione pubblica sul tema delle persone transessuali, ancora troppo confuso e marginalizzato in ambito medico, psicologico e legale.

Ogni anno solo in Italia oltre 100 persone chiedono di iniziare il lungo e travagliato percorso per la riattriabuzione chirurgia del sesso da maschio a femmina e da femmina a maschio e, per quanti/e richiedono questa soluzione, tanti/e affrontano quotidianamente un universo avverso, costrette a sentirsi aliene/i in un mondo che sembra tollerare ogni contraddizione possibile, tranne che accettare una variante dell’identità sessuale che mette in crisi, più di altre, il sistema socio-culturale vigente. Un sistema che si occupa più di piegare la realtà alle teorie, che di adattare le teorie alla realtà.

Da un punto di vista scientifico, la riattribuzione chirurgica del sesso non si configura necessariamente come “la soluzione” all’identità transgender.  Infatti, le persone transessuali possono raggiungere un equilibrio emotivo e psico-fisico anche se non “operate”, a condizione di vivere in un contesto che le convalidi e le accetti per come si sentono e sono profondamente: donne o uomini, al di là del loro corredo genetico.

È una questione complicata, ma nella gran parte dei casi, una persona transgender non ha bisogno di sostituire chirurgicamente il proprio sesso: in quanto essere umano potrebbe vivere come donna o come uomo, indipendentemente dall’organo, che contrasta e perturba così gravemente con la percezione di sé solo in quando la società attuale non accetta donne con un pene, né uomini con vagina. Cosa che, sul piano antropologico, società “meno evolute” della nostra hanno saputo integrare senza, per questo andare alla guerra, né dissolversi.

Sulla transessualità, come al solito, l’Italia è lontanissima dalla realtà: l’attuale legislazione impedisce a una persona transessuale l’adeguamento dei documenti di identità, foto e nome, a meno che non cambi chirurgicamente il proprio apparato genitale. Anche se la persona ha assunto tutte le caratteristiche di donna/uomo e abbia consolidato un funzionamento psico-sociale opposto a quello socialmente prescritto dai suoi cromosomi.

Anche se è riconosciuta come uomo, o donna a livello sociale e conduce una vita di relazione “adattata e serena, una persona transgender in Italia non ha il diritto di avere un nuovo documento e, quindi, ha l’obbligo di affrontare la transizione sessuale chirurgica per quanto non ne avverta la necessità e in quanto la sua transizione umana, psicologica ed emotiva, non abbisogna di altro. Se non di uno Stato e di un’umanità vera che sappia riconoscerla.

Bisogna vedere “The Danish Girl”, lasciarsi andare al turbamento, piangere, comprendere, accogliere. È sicuramente un confetto, come dicono in troppi, ma è un confetto buono, dal grande potenziale terapeutico perché, alla fine, spiega il senso dell’amore che tutti vorremmo e allo stesso tempo ci mostra i limiti che opponiamo a questo amore che tanto cerchiamo e decantiamo senza mai inoltrarci nelle sue implicazioni, nelle sue incalcolabili declinazioni, che trascendono e trascenderanno sempre il pene e la vagina, il pregiudizio e la cecità verso la “diversità”, che non è una mai una categoria della Natura, ma la scemenza dei saccenti.

Enrico Maria Secci, Blog Therapy