“La saggezza è lasciar crescere ciò che nasce,
gustare ciò che è maturo
e lasciar perdere ciò che è morto.”
[Keshavjee S.]

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Enrico Maria Secci

Superare l’ansia e gli attacchi di panico

L’ansia è senza dubbio il disturbo psicologico più diffuso. Secondo le statistiche, colpirebbe oltre 8,5 milioni italiani ed è responsabile del consumo crescente di farmaci psicoattivi, non solo nel nostro Paese.
Nel linguaggio comune la parola ansia individua un generico, ma pervasivo, stato di agitazione, di preoccupazione e di paura connotato da sintomi fisici di varia intensità. Tali sintomi irrompono all’improvviso e possono perdurare per ore, o manifestarsi con crisi acute, brevi e ripetute, sempre senza apparente ragione.

Da un punto di vista clinico, l’ansia individua una famiglia di disturbi: l’ansia generalizzata, il disturbo da attacchi di panico, la fobia sociale, l’ipocondria, le fobie specifiche ed è parte di altri quadri diagnostici come il disturbo post-traumatico da stress e la depressione. Continua a leggere

I volti del narcisismo

Parlare al singolare di narcisismo è riduttivo e sbagliato. Da decenni il termine è usato in modo intercambiabile per definire un disturbo della personalità o solo un tratto della personalità, e si parla di “ferite narcisistiche”, “trauma narcisistico” o di difese narcisistiche in un’accezione patologica e patologizzante mentre non esiste ancora oggi una definizione unanime del narcisismo.

In realtà il narcisismo come patologia tout court non esiste e il disturbo narcisistico di personalità potrebbe essere eliminato dal prossimo Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, il DMS V. Purtroppo la psicologia narcisistica si articola su tali e tanti piani da risultare sfuggente alla nosografia psichiatrica che ha bisogno di riferimenti “certi” e non ambigui per operare diagnosi; inoltre, il narcisismo patologico che non procura sofferenza alla persona che ne è affetta ma solo a quelle con cui viene in contatto risulta difficilmente collocabile tra le psicopatologie.

Una visione plurale. La questione può essere affrontata rinunciando alla rassicurante e univoca etichetta di “narcisista” in favore di un discorso plurale e multidimensionale sui “narcisisti”. Perché una singola categoria non può contenere, declinata al singolare, luniverso narcisistico che è sempre molteplice, cangiante e affascinante, persino quando deraglia nelle perversioni della dipendenza affettiva.

Tra gli autori più interessanti e attuali, Wendi T. Behary (2012, Disarmare il Narcisista Perverso, Edizioni ISC) propone tre tipologie di narcisismo: il narcisismo sano, il narcisismo maladattivo nascosto e il narcisismo maladattivo manifesto.

Il narcisismo sano descrive un individuo complessivamente adattato e capace di compensare l’egocentrismo con empatia, generosità e altruismo. Non solo il narcisista sano é inoffensivo nelle relazioni sentimentali ma viene riconosciuto dagli altro come risorsa e come leader.

Il narcisismo nascosto. Il narcisista nascosto si presenta come un virtuoso, come un paladino della giustizia, un eroe che difende la giusta morale e persegue la retta via in un mondo di ingrati e di ignoranti. È rigidamente votato alla missione di apparire migliore degli altri denigrandoli per le loro debolezze e per i loro errori.

Il narcisismo manifesto. Il narcisista manifesto vive in uno stato di auto-esaltazione e nella costante ricerca di approvazione altrui. Si interessa unicamente a chi lo convalida e distrugge o ignora tutto ciò che potrebbe mettere in crisi la sua aura (molto spesso immaginaria) di fascino e grandiosità.

Infinite sfumature narcisistiche. Le tipologie descritte sembrano appartenere a un continuum, a uno “spettro narcisistico” che va dalla polarità ‘sana e funzionale’ alla polarità ‘maladattiva’. All’interno di questo continuum si collocano infinite sfumature narcisistiche. Si capisce meglio, così, la necessita di ‘pensare al plurale’ per svincolarsi dal ginepraio della dipendenza affettiva. Non tutti i narcisisti, insomma, sono pericolosi. Anzi, quelli “sani” possono essere meravigliosi poeti, artisti, manager, medici impegnati o leader straordinari, e non nuocere mai ad altri. Occorre invece imparare a riconoscere i volti violenti del narcisismo maladattivo nascosto e manifesto, e lavorare per interrompere la loro drammatica influenza nelle relazioni affettive e sentimentali e la loro più radicale conseguenza: la dipendenza affettiva.

Smascherare il narcisista perverso. Per smascherare il narcisista perverso è utile innanzitutto considerare due variabili: l’autostima e la socialità. Nel narcisista perverso più pericoloso le due dimensioni sono inversamente proporzionali: l’autostima si esprime soprattutto con l’autoesaltazione e l’ostentazione di sé, la pretesa del controllo assoluto, la critica feroce e tranciante; la socialità, invece è vuota e limitata, anche questa esibita dove possibile eppure formale, superficiale e falsa. Il narcisista perverso non si interessa agli amici, a meno che non gli tornino utili e considera letteralmente invisibili le persone con le quali non può agire il ruolo del magnifico predatore. Per esempio, i narcisisti perversi maschi eterosessuali disconfermano completamente gli altri maschi, si comportano come se non esistessero, e quasi mai riescono a intrattenere rapporti d’amicizia disinteressati e autentici; vale lo stesso per le narcisiste perverse: si sentono odiate e invidiate dalle altre donne, a cui –a differenza dei colleghi maschi che tutt’al più ignorano i potenziali rivali – tendono a contrapporsi con astio e aggressività.

Quanto più è elevato il livello di autoesaltazione e, allo stesso tempo, basso il livello di socialità, tanto più il narcisismo di polarizza sul versante disadattivo del contiuum narcisistico.

Anche se il narcisista perverso sembra inconsapevole della propria inadeguatezza sociale e della sua solitudine, a qualche livello avverte con angoscia il suo isolamento, se ne vergogna e mente abitualmente per nasconderlo.

Una prima indicazione per smascherarlo, dunque, è imparare a fare domande sulle sue relazioni, sui suoi amici, sulla sua famiglia facendolo con delicatezza, rispetto ed empatia ed evitando l’effetto-interrogatorio. Più il narcisista è perverso, più sarà elusivo, brusco, evitante, violento o punitivo.

Più è perverso, più cercherà di divincolarsi troncando di netto la comunicazione, oppure ribaltando il discorso sull’interlocutore e colpevolizzandolo per la sua inappropriata e volgare curiosità.

Enrico Maria Secci, Blog Therapy 

Coppie gay: coppie e basta.

Una coppia gay è una coppia. E’ una coppia autentica e completa malgrado l’aggettivo “gay” smuova vortici di preconcetti e di stereotipi che relegano i rapporti sentimentali tra persone dello stesso sesso al rango di relazioni fugaci e tormentate, nulla a che fare con l’idillio d’amore che unirebbe la “coppia legittima e sovrana”, quella eterosessuale. La distorsione di fondo, l’errore che molti fanno, è assimilare l’amore che lega due uomini o due donne a quello che unisce partner di sesso diverso. Si tratta di un punto di vista etero-centrico che rappresenta la coppia gay come una copia dell’”originale” uomo-donna, come un prodotto di serie B, una pantomima in cui la relazione omosessuale imita nei ruoli, nelle regole e nelle dinamiche le unioni eterosessuali. Nulla di più sbagliato. La coppia gay è una coppia autentica nel senso che persegue gli stessi obiettivi di stabilità, impegno, appartenenza, intesa e fiducia della coppia etero, ma affronta problemi completamente diversi e si evolve, sul piano psicologico ed emotivo, in modo radicalmente differente.

Una differenza fondamentale. Nella coppia omosessuale “maschio” e “femmina” non esistono: non esistono quelle distinzioni nette che, a causa alla cultura vigente, orientano, rassicuranti, l’incontro tra persone di sesso diverso. Le persone omosessuali crescono, loro malgrado, senza l’imponente supporto psico-educativo dedicato ai coetanei etero e perciò partono da zero nella costruzione di un rapporto amoroso. Nella coppia gay nulla è codificato a priori e questo può determinare un’iniziale instabilità sconosciuta ai partner eterosessuali. Più di quanto accade nella relazione tra uomo e donna, i partner omosessuali affrontano l’uno attraverso l’altro un percorso congiunto di scoperta delle rispettive identità e devono sciogliere i nodi di un’affettività spesso coartata e limitata da paure, incertezze e ambivalenze radicate sin dall’infanzia.

La (de)legittimazione familiare e sociale. La coppia gay, a causa della segregazione culturale che ancora colpisce l’omosessualità, non gode generalmente della legittimazione delle famiglie d’origine dei partner e fatica a affermarsi oltre una cerchia sociale ristrettissima. Così dove la coppia eterosessuale trae incoraggiamento e supporto, il suo corrispettivo gay incontra il muro dell’incomprensione e l’ostracismo del pregiudizio. Accade raramente che coppie omosessuali pluriennali e stabili conquistino un’accettazione aperta e piena da parte di genitori, famiglia e amici; mentre nel corso della relazione gay può intervenire un impoverimento della rete amicale dovuta al bisogno di tutelare la coppia da chi potrebbe giudicarla negativamente. Ne consegue il pericolo dell’isolamento sociale, con ripercussioni pratiche sulla vita di coppia come il rischio di una routine di solitudine a due che può all’inizio consolidare il rapporto ma a lungo andare , in assenza di stimoli e del confronto con l’esterno, rischia di logorarlo.

Il primato assoluto del sentimento. Un’altra ragione per cui è necessario evitare di assimilare la coppia etero e la coppia gay è che la prima può proseguire nella genitorialità e la seconda, in genere, non si struttura intorno a questa prospettiva, anche a causa del divieto sociale e politico perché ciò avvenga. Il progetto di procreare e la sua realizzazione prolunga la vita della relazione tra uomo e donna, spesso anche dopo che il sentimento d’amore si è affievolito o spento: nell’amore per i figli si ricerca una strada nuova e si rintraccia un “senso” per andare avanti. Ciò non avviene tra uomini o tra donne: la sola cosa che li tiene insieme negli anni è l’amore e la capacità di alimentare un’identità di coppia. Finita la fase dell’innamoramento, i partner gay hanno bisogno di elaborare una progettualità comune, pena la progressiva erosione del legame. E questa è indubbiamente la caratteristica che determina una netta differenza psicologica tra coppie etero e omosessuali.

Un pregiudizio diffuso è che le relazioni gay siano più instabili, più infedeli e “superficiali”. Prevale la rappresentazione distorta di gay ossessionati dal sesso e sessualmente promiscui, ma è un’immagine parziale e, quindi, erronea di persone che perseguono in realtà il desiderio di vivere l’amore e la coppia malgrado il contesto socio-culturale ostacolante in cui si muovono. Sappiamo quanto sia complicato stabilizzarsi all’interno di una relazione appagante per una persona eterosessuale, nonostante abbia goduto sin dall’infanzia di modelli di riferimento e dell’incoraggiamento costante a esprimere le proprie emozioni e la natura delle proprie inclinazioni. Ecco, per gli omosessuali conquistare un equilibrio a due, è reso spesso doppiamente difficile da un’educazione sentimentale colpevolizzante e scoraggiante. E il percorso che conduce a un’identità matura e all’affermazione dei propri bisogni affettivi è irto di incontri sbagliati, di paura, di indecisione e ingombro delle ortiche gettate dal “senso comune” e dagli stereotipi.

Tuttavia, le coppie gay sono una realtà diffusa e peculiare: si amano, lavorano, comprano appartamenti, viaggiano insieme, si sostengono, progettano un futuro, cercano e trovano la felicità. Affrontano le difficoltà e i conflitti della coppia come accade nelle corrispettive coppie etero, litigano, si separano, soffrono e si riappacificano più forti di prima o si separano lasciando ai partner il compito di imparare dagli errori fatti e ricominciare la ricerca dell’amore. Al di là delle differenze e del pregiudizio vigente, non c’è alcuna ragione per infliggere alla coppia gay l’impietosa etichetta di surrogato, con tanto di data di scadenza e precauzioni per l’uso. Differenza non vuol dire “minor valore”, “delegittimazione”, “patologia”. Eppure lo stigma sociale apposto sulle unioni omosessuali è ancora opprimente ed è causa di ciò che considera conseguenza: la difficoltà delle persone omosessuali a vivere il proprio diritto all’amore. Sarebbe ora di dire basta. Sarebbe ora di dire che le coppie gay sono coppie e basta e che, in quanto tali, necessitano dello stesso rispetto, dele stesse garanzie politiche e della stessa apertura sociale di cui godono le coppie eterosessuali.

Inside Out e l’integrazione emotiva

Da vent’anni Pixar è una fabbrica delle meraviglie e, grazie a capolavori come Toy Story, Alla ricerca di Nemo, Up e Wall-e, intrattiene con fantasia e genialità un pubblico planetario. Ma Inside Out, il lungometraggio della casa di produzione fondata da Steve Jobs, è indubbiamente il film d’animazione più innovativo e rivoluzionario di sempre per la straordinaria efficacia con cui racconta le emozioni attraverso una “sceneggiatura scientifica”, ispirata alle scoperte delle scienze cognitive e della psicologia sui meccanismi e le dinamiche del cervello. Continua a leggere

Omofobia e suicidio. La storia di Alan Turing

******* Nel 1954 un genio assoluto dei nostri tempi si suicidò mordendo una mela imbevuta d’arsenico.

Alan Turing, matematico e crittografo inglese, è riconosciuto oggi come l’inventore e il precursore dell’informatica e dell’intelligenza artificiale. Ma è anche ricordato perché giocò un ruolo decisivo nella sconfitta dei nazisti ideando una macchina capace di decodificare le comunicazioni militari segrete tedesche e, per questo, può essere definito un eroe.
Senza Turing l’orrore della svastica e dei lager sarebbero proseguiti mietendo altri milioni di vittime o forse non sarebbero mai finiti.

Eppure morì, svergognato e umiliato perché omosessuale. Continua a leggere

Superare le difficoltà attraverso la resilienza

In psicologia il termine resilienza indica la capacità dell’individuo di superare e di trarre forza da eventi stressanti e traumatici. E’ un’espressione della duttilità della psiche e del dinamismo della personalità che spiega come molti individui trasformino situazioni oggettivamente sfavorevoli in occasioni di cambiamento costruttive per la propria evoluzione verso la piena realizzazione di sé. Continua a leggere

La Personalità Supernova e l’eutanasia dell’amore


La separazione è un fatto sempre doloroso, ma quando si verifica con l’irruenza di un cataclisma diventa un fenomeno psicopatologico
, una variante insana e frequente della dinamica di coppia.”

Com’è possibile che un amore finisca all’improvviso? Meglio non crederci, perché è spaventoso pensare che la persona che amiamo e il cui amore – ci è palese – è basato sul rispetto, sulla reciprocità e sulla fiducia più autentici possa detronizzarsi nell’arco di un’ora. Purtroppo, che si scelga di crederci o meno, l’amore più grande può deflagrare e lasciare vuoti cosmici nell’anima e nella vita di chi lascia e di chi è lasciato. Continua a leggere

Il kintsugi del cuore

Il kintsugi è l’arte giapponese di trasformare i vasi rotti in ceramiche uniche e preziose utilizzando oro, argento o lacche preziose per riassemblare i cocci, ma è anche una splendida metafora su come anche le coppie possono affrontare una crisi sentimentale e tornare ad amarsi grazie a un lavoro di riparazione relazionale condiviso e consapevole.

L’oro, l’argento e le lacche del kintsugi relazionale sono la maturità affettiva, la disponibilità al cambiamento, la tolleranza alla frustrazione, la comunicazione e, soprattutto una rappresentazione realistica dell’amore. Come la pratica giapponese è ispirata dall’idea che dall’imperfezione possa generarsi qualcosa di ancora più prezioso e di autenticamente bello, così nelle relazioni d’amore dovremmo comprendere che una rottura rappresenta la possibilità di un salto evolutivo verso un’unione più salda e più appagante. Continua a leggere