“La saggezza è lasciar crescere ciò che nasce,
gustare ciò che è maturo
e lasciar perdere ciò che è morto.”
[Keshavjee S.]

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Enrico Maria Secci

Il sesso banale. Compulsione, sexting e solitudini

Il sesso può essere noioso. Non è universalmente quell’esperienza cruciale nella vita di relazione che conduce all’amore, né la pietra filosofale dell’auto-affermazione e del successo, come eserciti di personaggi televisivi, di soubrette e di testimonial pubblicitari invogliano milioni di telespettatori a pensare. Il sesso può essere noioso e meccanico, può diventare il surrogato di una relazione, trasformarsi in un’esperienza degradante o alimentare le dinamiche di una coppia infelice. Continua a leggere

Psicologia e vacanze. Sei un turista o un viaggiatore?

Perché viaggiamo? Soprattutto d’estate, il tema del viaggio è ricorrente e ci si prepara a partenze più o meno prolungate per concedersi una pausa dalla quotidianità e vivere esperienze nuove.

Per molti secoli, viaggiare è stato appannaggio di aristocratici e intellettuali, mentre il turismo di massa come lo conosciamo oggi è un fenomeno relativamente recente la cui diffusione ha attirato l’attenzione della psicologia sociale che ne ha fatto oggetto di studio. Continua a leggere

Pride. Perché partecipare assolutamente

Il Pride è la parata dell’orgoglio della comunità gay, lesbica, bisex e transessuale che da 49 anni sfila nelle maggiori città del mondo per affermare e difendere i diritti civili delle persone LGBT.

Il primo Pride si tenne a New York nel 1970 per celebrare l’anniversario della rivolta di un gruppo di cittadini omosessuali contro le persecuzioni della polizia. Allora sfilarono in diecimila, oggi il Pride coinvolge folle oceaniche ed è diventato un appuntamento planetario contro l’omofobia, la discriminazione, l’ingiustizia sociale, contro il pregiudizio e l’invisibilità che ancora oggi colpiscono chiunque non sia eterosessuale.

C’è chi la chiama carnevalata, chi si sdegna e insulta i partecipanti, chi tra le istituzioni rifiuta il patrocinio, chi vorrebbe vietarla, ma la marcia dell’orgoglio non si può fermare, né si fermerà fino a che politiche della diseguaglianza, omofobe e razziste, continueranno a negare la piena cittadinanza per ragioni legate al genere e all’orientamento sessuale. Perché una società che perpetra discriminazioni è una società malata e una società malata contagia tutti i suoi cittadini, senza distinzione di sesso, razza e religione.

Nel 1981 l’omosessualità è stata derubricata dall’elenco delle malattie mentali del DSM, la “bibbia” della psichiatria, eppure la politica di molti Paesi, Italia compresa, fatica a recepire gli esiti della ricerca scientifica e a tenerne conto quando legifera. Va peggio, ovviamente, per la strada e nei luoghi di lavoro, in famiglia e tra gli amici: la visione fobica, patologica e segregazionista delle “diversità” è motivo di abusi, di esclusioni, di violenze, di depressione e di suicidi.

Dunque i detrattori del Pride ricordino che i manifestanti combattono per i diritti presenti e futuri di tutti, e che l’orgoglio di essere diversi è un valore per ognuno di noi, in quanto ognuno di noi è un diverso. I detrattori del Pride sappiano che questa “pagliacciata” può prevenire il suicidio dei loro figli, parenti e amici omosessuali e, soprattutto, può contribuire al miglioramento generale della nostra società. Perché si è sani quando si vive e si ama per come si è e non per come “si dovrebbe essere”.

In tempi in cui tira una brutta aria, un’aria medievale, un’aria da manganello, da muro e da lager partecipare al Pride è un atto civile, indipendentemente dall’orientamento sessuale. Abbiamo sentito il Ministro della Famiglia italiano dichiarare che le famiglie gay non esistono: un’affermazione di un’ottusità apocalittica che in un Paese civile avrebbe provocato dimissioni immediate. Invece niente.

Salvini fa la voce grossa contro i migranti, chiude i porti, distrugge a furia di slogan le millenarie leggi del mare e calpesta il sentimento di umanità alla base del vivere. E niente, nonostante il richiamo di intellettuali, sociologi e politologi di fama internazionale la linea è quella del cinismo e dell’inumanità.

La “caccia al nemico” a cui assistiamo è appena iniziata e, purtroppo, siamo velocemente arrivati al proposito di schedare la popolazione per etnia … mentre l’insensibilità e la lapidazione per frasi fatte di migliaia di migranti sta dimostrando, ormai ogni giorno, la vocazione mortifera della società targata Salvini.

Di questo, a mio avviso, chiunque avverta la sensazione che l’Italia stia per impaludarsi pericolosamente nelle politiche dell’odio può partecipare al Pride e testimoniare così che viviamo in un Paese Libero, un Paese Civile e un Paese che ha bisogno di integrare le differenze, anziché demonizzarle o, peggio ancora, utilizzarle come strumento di distrazione di massa.

Pride significa orgoglio e di questi tempi il Pride è la marcia dell’orgoglio inteso come valore umano esteso ben oltre la questione LGBT: l’orgoglio di valere per quello che si è, dentro e attraverso le differenze.

Così il sabato a Cagliari partecipino tutti, e sia una parata di sorrisi e di solidarietà, di allegria e di consapevolezza, di singoli, di famiglie, di giovani, adulti e anziani di ogni età, estrazione, razza, religione. Manifestiamo per una società vera, una società comprensiva delle differenze e protestiamo contro ogni forma di esclusione e di discriminazione. Tutti insieme.

Enrico Maria Secci, Blog Therapy

Psicologia. La magia delle parole

Gioia, entusiasmo, felicità, armonia, desiderio, speranza, equilibrio, soddisfazione, appagamento, motivazione,slancio, fiducia, energia, benessere, determinazione, vitalità.
Quando hai pronunciato o sentito pronunciare l’ultima volta con convinzione e pienezza una di queste parole?
Alla tv o alla radio, forse, probabilmente in uno spot pubblicitario o tra le rime di una canzone. Più raramente o mai, nei discorsi della gente per strada o al telefono con un amico, o conversando con un conoscente.
Le categorie del pensiero positivo fanno sempre meno parte del parlare comune mentre vengono abusate dal linguaggio pubblicitario che le spreme e le svuota di senso, le snatura e le spalma sui prodotti più voluttuari per rivenderli con il deteriore valore aggiunto del consumo felice e l’illusione di acquistare uno status carismatico. Continua a leggere

Psicologia della vendetta

Il sentimento della vendetta è legato ad un torto subito, alla trascuratezza, all’abbandono o al maltrattamento, ma può manifestarsi anche quando qualcuno tradisce un’aspettativa o un accordo interpersonale. Una persona che spezza un patto, anche involontariamente, o lede la nostra fiducia in modo grave e ripetuto può provocare un profondo dolore psichico con vissuti di ingiustizia, di riabbia e pensieri pervasivi di vendetta. Continua a leggere

L’amore tossico: quando l’autostima non basta

Sempre più spesso si parla di “relazioni tossiche”, di manipolazione psicopatica e di narcisismo perverso. La consapevolezza di questi temi è come esplosa nell’ultimo decennio, anche perché la sensibilità collettiva è continuamente sollecitata dalle cronache su fatti gravissimi in ambito relazionale come stalking e femminicidi.

Fatti contrassegnati da denominatori comuni e ricorrenti, la dipendenza affettiva e il narcisismo patologico cronicizzati a causa della superficialità con cui, troppo spesso, la società affronta la sofferenza psicologica e relazionale.

Segnali dell’accresciuta attenzione per queste problematiche sono l’aumento della letteratura specialistica e divulgativa sulle love addictions e sui narcisismi, i programmi televisivi d’inchiesta sui delitti di matrice relazionale e la nascita di siti, blog e pagine Facebook dedicate. Continua a leggere

L’avarizia. Cosa si nasconde dietro l’ossessione del denaro

Avarizia, taccagneria, spilorceria, avidità, cupidigia, ingenerosità. Quando il vocabolario offre tanti sinonimi e sfumature per descrivere qualcosa, vuol dire che quel qualcosa è frequente ed è così complesso che abbisogna di più parole per essere indicato.In italiano l’avarizia è descritta anche da locuzioni come “avere il braccino corto” o “essere tirati” e, guardando al panorama dei dialetti incontra un’infinità di modi di dire, tanto da far pensare che l’attaccamento patologico al denaro sia un tratto più che comune dell’essere umani. Continua a leggere

“C’era una volta uno psicoterapeuta …” La realtà della professione, quella vera.

“C’era una volta uno psicoterapeuta che si alzava con gran calma al mattino e che, dopo essersi preparato per la giornata, si dedicava al suo blog, alla sua pagina facebook e al suo profilo su twitter.

Nel suo studio immerso in un’atmosfera rarefatta e atemporale, le giornate trascorrevano leggere come piume e le persone si succedevano una dopo l’altra senza stanchezza, ognuna guarita all’istante dalle parole dello psicologo.

Ormai avvezzo alla potenza della propria magia, la sera, davanti a una tazza di the profumata e lieta come la sua incrollabile abnegazione verso il prossimo, lo psicoterapeuta trascorreva lunghe ore a rispondere a decine di email, a interloquire sui social network su problemi appena accennati, domande sui suoi articoli e sui suoi libri, sempre con flemmatica e determinante vitalità. E, essendo un individuo soprannaturale, riusciva ad aiutare la gente anche su whatsApp, a qualunque ora del giorno e della notte.

Naturalmente, gli capitava di ricevere richieste urgentissime e, talvolta, commenti sgraditi. Ma, siccome era un terapeuta da fiaba, non si sognava di dire “Non posso aiutarla in questo momento” o di replicare a tono e, men che mai, di non rispondere affatto.

Poi, un bel giorno si svegliò e si accorse che era ora di andare a lavorare per davvero. Guardò l’agenda stipata di impegni, di appuntamenti da rispettare, di lezioni da tenere, di libri da finire. Pensò alla settimana futura e alle persone che con lui avrebbero lavorato duramente in studio e, guardando l’Ipad pieno di email, commenti, e delle richieste più disparate, considerò le priorità. Scrisse: “Non posso aiutarla in questo momento” e rispose a tono, o non rispose affatto alle richieste più pressanti e inopportune.

Si guardò allo specchio nell’attimo in cui una persona vera suonò per la prima seduta della giornata, si sorrise, pensò alla bellezza del suo lavoro, per quanto fosse duro e certe volte schiacciante; pensò alla bellezza di quell’incontro e a quanto avrebbe fatto per aiutare quella persona e tutte le altre;  e pensò al suo amore e al dolce ritorno a casa la sera, … e cominciò la sua vera storia di psicoterapeuta.”

Ricevo continue richieste di consulenza online, talvolta davvero pressanti. Alcune mi fanno riflettere, perché presuppongono l’idea distorta che uno psicoterapeuta sia una specie di buontempone che indugia in lunghi e appassionati scambi su internet o un santone che dispensa email chiarificatrici, non avendo altro da fare.

A tratti, qualcuno scambia il mezzo per la modalità e si comporta come se lo psicologo che offre gratuitamente informazioni su Internet attraverso blog o facebook dovesse, per estensione, diventare una specie di consigliere gratuito a distanza o un qualunque amico di social network. Mi rendo però conto che ciò dipende dalla rappresentazione sociale, ancora molto imprecisa, della professionalità dello psicoterapeuta. Infatti, se si dà per scontato che un medico di qualunque specialità sia molto impegnato, non vale lo stesso per gli psicologi e per gli psicoterapeuti, misteriosamente consegnati nell’immaginario collettivo all’inoccupazione e al precariato, o comunque gratuitamente protesi alla consulenza last-minute.

In parte, questa distorsione è responsabilità degli stessi psicologi che, più che in altre specializzazioni sanitarie, si deprezzano con “colloqui gratuiti” e sconti da outlet ma, bisogna che qualcuno lo dica, un professionista non fa sconti da grandi occasioni (fanno eccezione le campagne nazionali promosse dall’Ordine degli Psicologici), non ammicca online, non ha risposte da cook-book da offrire sulla bacheca di face book o sulla messaggistica privata.

Personalmente, lavoro a tempo pieno in studio, seguo decine di persone a settimana a cui dedico totale attenzione e massimo impegno e, come sa chi segue il blog, da anni l’accesso alle terapie nel mio studio è regolato da liste di prenotazione. Inoltre, tengo vivo il mio impegno editoriale e didattico, oltre al tempo dedicato allo studio e all’aggiornamento professionale. E poi, dato che ho bisogno di un equilibrio emotivo, ho una vita privata.

Così, anche se faccio del mio meglio per aggiornare i miei siti e i profili social, come essere umano non posso far fronte alle richieste e, in alcuni casi, alle pretese di consulenza che mi arrivano dalla Rete. In tutto questo, intendo affermare una cosa semplice: lo psicoterapeuta non è una macchina, e tanto meno è una “macchina della verità”, una slot-machine da avviare con un messaggio o un confessore a ore, più o meno virtuale.

Quello che trovate qui o su facebook è quello che posso e sento di fare per stimolare la riflessione su temi psicologici e per divulgare argomenti di psicoterapia. In nessun modo i miei contenuti, così come la lettura di forum o libri possono sostituire l’esperienza di una psicoterapia vera e in vivo.

Come smettere di fumare

Oltre 6 milioni le vittime del tabacco nel mondo ogni anno. Blog Therapy contribuisce alla Giornata Mondiale Contro il Tabacco con questo articolo, che suggerisce piccole ma efficaci strategie per smettere.

 

Uno degli inganni che ci rende schiavi del fumo è contenuto nell’idea errata che si possa fumare una singola sigaretta e limitarsi a quella. Come sostiene Allen Carr, autore del libro anti-fumo più venduto del mondo,una sola sigaretta non esiste. Se ne guardi una attentamente puoi accorgerti che contiene un multiplo indefinibile di sé come fosse un oggetto stregato e che ti rovinerà la vita.

La consunzione psicologica da fumo.In occasione della giornate mondiale contro il tabacco si parla delle morti che causa, 6 milioni l’anno, ma non si dà spazio sufficiente alle dimensioni di un danno ancora più enorme e drammatico alla persona: la consunzione psicologica. Il fumatore è un malato cronico che si sveglia la mattina già stanco e di malumore, che è costretto a interrompere di continuo il flusso delle proprie azioni e dei propri pensieri per produrre una combustione di cui inalare i fumi disgustosi e venefici.

Chi fuma ha sempre un problema in più di chi non lo fa, è più infelice e più irritabile, è più fragile e rischia di continuo la crisi di nervi se non ha abbastanza sigarette o non ne ha affatto, se si può fumare o meno nel luogo in cui si trova, se gli altri disapprovano la sua  “abitudine” e così via. Fumare può alterare l’umore e peggiorare la regolazione delle emozioni rendendoci pericolosamente instabili, soprattutto nelle situazioni stressanti. Questa forma di consunzione psicologica si produce con gradualità impercettibile ma inarrestabile e può trasformare un’esistenza normale in una schiavitù silenziosa.

Smettere è come salire una scala. Chiunque abbia provato a smettere di fumare o abbia smesso e poi ripreso conosce a proprie spese gli ingranaggi della trappola: più ci si illude  di fare “solo un tiro” e più si scivola nel gorgo di migliaia di sigarette, una dietro l’altra, ciascuna meno soddisfacente della precedente eppure necessaria a placare la dipendenza fisica e la frustrazione che ne deriva. Quindi il primo requisito per salvarsi è farsi davvero pena: riconoscere quanto sia ridicolo e pazzesco il giogo della nicotina e quanto siamo fuori controllo. Il secondo requisito è sapere che probabilmente un solo tentativo fallirà. In realtà, ogni tentativo non riuscito rappresenta un gradino superato sulla scala della liberazione definitiva.

A furia di sperimentare l’odioso e perverso ricatto del fumo, individueremo quei comportamenti che ci tengono incollati alla sigaretta e li tranceremo per sempre con decisione e con soddisfazione. Una di queste condotte  è indubbiamente l’illusione di controllare l’assunzione di una droga potente e letale come la nicotina: è impossibile farlo senza sottoporsi al continue e fastidiose privazione. Quando la dipendenza è davvero patologica come nel caso del fumo (ma non solo) non esiste un continuum di utilizzo: o si assume la sostanza o non la si assume. Punto e basta. Al di fuori di questo, chi si promette di fumare meno o di ridurre il fumo sino a smettere dovrebbe denunciare per truffa il proprio cervello.

Per riuscire a smettere bisogna pensare in termini di ore e frazionare gli obiettivi in modo chiaro e misurabile. Un primo obiettivo può essere smettere per 4 ore e concentrarsi su che cosa succede sul piano fisico e psichico se non inspiriamo più nicotina al ritmo abituale: basta questo per riconoscere con chiarezza quanto siamo dipendenti. Ma la prova del 9 è proporsi di smettere per tre giorni. Dopo tre giorni il corpo ha smaltito quasi interamente la nicotina e il tasso di dipendenza fisica è molto ridotto. Perciò si sperimenta una vera e propria rinascita energetica che dimostra quanto le sigarette debilitino e dissipino la vitalità. A quel punto il gioco è quasi fatto: basta semplicemente continuare a non fumare per un mese e si è salvi, a condizione di aver capito con chiarezza che non ci si sta privando di nulla e che una sola sigaretta vuol dire anni e anni di sigarette, di alito pesante, di puzza, di malumore, di file ai tabacchini, di spreco di denaro e così via.

Tre elastici al polso. Quando avrai deciso di smettere, procurati tre elastici di colore diverso, semplici elastici da ufficio abbastanza larghi da essere comodamente indossati al polso destro. Ognuno rappresenta “un giorno senza fumare” e potrai liberartene solo in sequenza, di 24 ore in 24 ore. Quando leverai il terzo elastico sarai finalmente libero di scegliere di non fumare e di riprenderti la tua vita. Ma già sfilando il primo, 24 ore senza fumare, avrai chiarissimo che il tuo corpo sta meglio e che la voglia di continuare a intossicarti è in realtà un obbligo dettato dalla nicotina ai tuoi circuiti cerebrali che ne sono diventati schiavi molto rapidamente.

Qualcuno potrebbe osservare:”Ma è ridicolo, come posso andare in giro con tre elastici al polso?”. Non è meno ridicolo che ciucciare fumo maleodorante e disgustoso da un cilindro di carta saturo di tabacco. E comunque, gli elastici possono ricordare con esattezza l’impegno che hai preso con te stesso per incominciare a salire la scala che ti libera dall’abisso del fumo: tre giorni senza fumare.

Una dipendenza somatosensoriale. Ricercatori americani e europei hanno recentemente scoperto che, oltre alla dipendenza legata all’assunzione di nicotina, la grande resistenza a guarire della malattia da tabacco sia da ricercare in un complesso di associazioni cerebrali rinforzate dalla ritualità implicata nel fumare. Prendere la sigarette, sfilarla dal pacchetto, metterla in bocca, far scattare l’accendino sono comportamenti che si collegano l’uno all’altro rigidamente e rinforzano i sintomi d’astinenza e la dipendenza a livello neuronale. Così il compiere o verder compiere determinati gesti legati al consumo di sigarette può indurre in chi cerca di smettere un forte desiderio di fumare dovuto all’attivazione di aree del cervello visive e motorie che nulla hanno a che vedere con la nicotina. Ciò spiega come mai l’assunzione di surrogati a base di nicotina non funzioni che in minima parte: stimoli motori e visivi disseminati nell’ambiente possono scatenare sintomi di astinenza nel fumatore compensato chimicamente con la nicotina perché i meccanismi che alimentano e mantengono la malattia sono più complessi e più “globali” di quanto per anni si è creduto fossero.

Smettere subito. Nella giornata mondiale contro il tabacco è fondamentale ricordare che non esiste un periodo “più giusto” di altri per riprendere a non fumare. E’ inutile aspettare che si creino “le condizioni favorevoli” per tollerare l’astinenza perché queste condizioni sono illusorie. Il momento giusto è subito. Oggi le i centri antifumo d’Italia sono aperti per aiutare tutti quelli che desiderano a guarire in fretta e per sempre dal tabagismo.

Leggi anche: Risorse gratuite per “Smettere di fumare”

Enrico Maria Secci

 

 

 

 

Psicologia dell’invidia. Sentimento umano e sintomo di disequilibrio


L’invidia è un sentimento umano e, come tale, è nota ad ognuno di noi. Infatti si tratta di una dinamica emotiva precoce, spesso risalente all’infanzia e all’adolescenza, quando il confronto con gli altri, necessario alla costruzione dell’identità, può risultare frustrante e produrre transitoriamente sensazioni di inadeguatezza e di rabbia.

Come vissuto emozionale primario, l’invidia può essere identificata col desiderio di avere qualcosa che un altro ha,  qualcosa che non si riesce ad avere o ad essere in rapporto a un altro individuo; l’impotenza data dal desiderio insoddisfatto viene, nell’invidia, trasformata in sentimenti distruttivi verso la persona percepita come rivale e può generare azioni indirettamente o deliberatamente dannose per l’altro.

Con l’evoluzione della personalità, l’individuo impara a riconoscere l’invidia come disfunzionale e negativa e ad arginarla attraverso la costruzione di un Sé sicuro, un Sé che non vive gli altri come minaccia e lavora per realizzare obiettivi attraverso le proprie risorse. Continua a leggere