“La saggezza è lasciar crescere ciò che nasce,
gustare ciò che è maturo
e lasciar perdere ciò che è morto.”
[Keshavjee S.]

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Psicologia. La magia delle parole

Gioia, entusiasmo, felicità, armonia, desiderio, speranza, equilibrio, soddisfazione, appagamento, motivazione,slancio, fiducia, energia, benessere, determinazione, vitalità.
Quando hai pronunciato o sentito pronunciare l’ultima volta con convinzione e pienezza una di queste parole?
Alla tv o alla radio, forse, probabilmente in uno spot pubblicitario o tra le rime di una canzone. Più raramente o mai, nei discorsi della gente per strada o al telefono con un amico, o conversando con un conoscente.
Le categorie del pensiero positivo fanno sempre meno parte del parlare comune mentre vengono abusate dal linguaggio pubblicitario che le spreme e le svuota di senso, le snatura e le spalma sui prodotti più voluttuari per rivenderli con il deteriore valore aggiunto del consumo felice e l’illusione di acquistare uno status carismatico.

Crisi, insicurezza, depressione, conflitto, bisogno, rassegnazione, squilibrio, insoddisfazione, apatia, stallo, sfiducia, stanchezza, malessere, indecisione, noia. Del vocabolario del malessere trabocca l’informazione, giornali e tv indugiano ben oltre il dovere di cronaca sul ritratto di una società greve e decadente. Anche la nomenclatura del malessere é un business da sfruttare, un affare, tra l’altro, molto più facile e suggestivo in una quotidianità dove le parole nere sono diventate un fulcro di democratica astenia.

La prova del nove é chiedere a qualcuno: “Come stai?” E sentire: “Si tira avanti”, “Benino”, “Non me lo chiedere”, “Si potrebbe stare meglio …”, “Di m***da”, osservare un cambio immediato di discorso del tipo “E tu …?”, o ricevere risposte di livello leopardiano sull’ineluttabilità degli eventi che colpirebbero il nostro interlocutore per cause pressoché costanti: infelicità sentimentale, soldi e lavoro o lavoro e soldi.

Quelli che osano esprimere un pensiero positivo, che si mostrano sorridenti e felici, quelli che lavorano positivamente sulle proprie emozioni e, coerentemente col proprio stato d’animo, provano a intaccare lo status quo istituito dalla cultura del malessere vigente sappiano che verranno tacciati di idealismo, di stupidità, di alterigia, di falsità o, addirittura, di pazzia. Così, gli individui felici e gioiosi, gli individui speranzosi e ricchi d’iniziativa si trasformano nella nostra bella società da risorsa per la collettività in profughi, in “invisibili sociali” o in “cervelli in fuga”.

Gente che dà fastidio perché sta bene, anche se non prospera nella stratosfera delle isole Cayman e dei paradisi fiscali, anche se non abita nei palazzi di lusso e del potere. Gente che dà fastidio perché sta bene, perché conosce, esplora e utilizza controcorrente le categorie dimenticate della psicologia del benessere, e su queste orienta le proprie azioni, costi quel che costi, per perseguire obiettivi anziché lasciarsi avvolgere dal manto infeltrito e maleodorante di un’ideologia del malessere.

Gioia, entusiasmo, felicità, armonia, desiderio, speranza, equilibrio, soddisfazione, appagamento, motivazione, slancio, fiducia, energia, benessere, determinazione, vitalità potrebbero essere il tema della nostra esistenza, il centro dei nostri pensieri e l’obiettivo di ogni nostra azione, se non fosse che cresciamo e precipitiamo facilmente in una cultura depressiva e fuorviante. Una cultura che scoraggia l’autonomia e l’iniziativa, che punisce o tormenta la creatività, che svilisce e banalizza la tensione verso l’indipendenza e l’auto-realizzazione. In troppi, così, fin dall’età più giovane sono allevati nella culla austera del negativo e del limite , che finiscono per abbracciare con la stessa foga con cui si dedicano alla ricerca del superfluo. Un capo di marca, le scarpe “giuste”, i cibi e i servizi propagandati dalla pubblicità con lo charme di quel linguaggio meraviglioso e perduto che avrebbe potuto tracciare ben altre rappresentazioni di se stessi e scelte più felici.

Cosa accadrebbe se ognuno di noi, soggettivamente, si incaricasse di coltivare con perseveranza, fiducia e speranza le proprie attitudini? Se sapessimo dire: “Sto bene!” e se sapessimo raccontare i nostri sogni come progetti realmente possibili e ci impegnassimo a trovare i termini per programmarli e realizzarli? … In ogni caso, avremmo per prima cosa bisogno di riappropriarci della psicologia della gioia, di pensare parole positive e di coniugare verbi che abbiamo quasi dimenticato.

La ricchezza usurpata delle nostre parole è la prima cosa di cui potremmo occuparci per costruire una rappresentazione migliore di noi stessi, della nostra vita, degli altri e del mondo che ci circonda. Il linguaggio è quel patrimonio che, più di tutti, sperperiamo, dimenticandoci che è la linfa della nostra psiche e che da esso dipende il corso della vita stessa.

Enrico Maria Secci, Blog Therapy
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