“La saggezza è lasciar crescere ciò che nasce,
gustare ciò che è maturo
e lasciar perdere ciò che è morto.”
[Keshavjee S.]

*NUOVA USCITA*

*BEST SELLER*

Da non perdere

* Per psicologi e psicoterapeuti

* Per tutte le professioni sanitarie

* Aforismi terapeutici

* Aforismi e metafore

Psicologia della vendetta

Il sentimento della vendetta è legato ad un torto subito, alla trascuratezza, all’abbandono o al maltrattamento, ma può manifestarsi anche quando qualcuno tradisce un’aspettativa o un accordo interpersonale. Una persona che spezza un patto, anche involontariamente, o lede la nostra fiducia in modo grave e ripetuto può provocare un profondo dolore psichico con vissuti di ingiustizia, di riabbia e pensieri pervasivi di vendetta.

L’idea di rivalersi, di farsi giustizia, di danneggiare l’altro allo stesso modo o più di quanto ci abbia ferito è tanto più forte quanto più è intensa la percezione dell’offesa patita e corrisponde a un senso di perdita di integrità. Chi medita ritorsioni è portato a credere che solo punendo il responsabile del proprio dolore potrà recuperare l’equilibrio psicologico scosso o compromesso dalle azioni altrui.

Un sentimento antico. Gli etologi, studiosi del comportamento animale, hanno osservato comportamenti vendicativi nei primati. All’interno dei loro gruppi sociali, le scimmie sembrerebbero capaci di reciprocità: quando ricevono un aiuto da un proprio simile, lo ricordano e lo ricambiano; quando però subiscono un attacco, non mancano di restituirlo e dimostrano un’ottima memoria in fatto di sgarbi.

Questo fa pensare che il sentimento della vendetta rappresenti una difesa arcaica, una reazione primaria che abbiamo ereditato in millenni di evoluzione probabilmente perché funzionale alla sopravvivenza in contesti sociali di base.

Perciò covare intenti vendicativi nei confronti di chi ci abbia ferito è normale, in particolare in prossimità del trauma. Nelle prime settimane ed entro qualche mese dall’offesa, chi insiste sul tema della rivalsa verso la persona che lo ha colpito, sperimenta un vissuto doloroso ma sano, che è parte del processo di elaborazione della sofferenza psichica.

Anche se la vendetta sembrerebbe intrinseca all’essere umano, non si manifesta universalmente e dipende dall’entità del trauma, dalla situazione in cui si è verificato e dalla personalità della vittima. Per esempio, l’intensità del desiderio di rivalsa è più elevata nei confronti di persone a cui siamo legati affettivamente che verso conoscenti o sconosciuti.

Diversi studi evidenziano che le donne sono più inclini al sentimento della vendetta degli uomini, in particolare quando si vedono tradite nel rapporto di coppia. Inoltre, sembra che gli individui con un grado elevato di narcisismo, siano più propensi di altri a ruminazioni negative e/o condotte vendicative, anche a lungo termine.

Come retaggio evolutivo, forse utile entro sistemi sociali circoscritti di interesse etologico, le condotte vendicative mal si adattano alla complessità psicologica dell’interazione umana al punto da diventare motivo di ulteriore sofferenza della vittima.

Come ha osservato l’intellettuale britannico Thomas Wilson, “costa più vendicare i torti, che sopportarli”. Sia chi indugia troppo a lungo sull’idea della rivalsa, sia chi attua la sua vendetta non sembra trarne alcun sollievo su piano psicologico. Osservazioni empiriche e studi internazionali convergono sulla correlazione diretta del perdurare del disturbo post-traumatico da stress e l’intensità degli intenti vendicativi.

Nelle persone che non superano gli iniziali e fisiologici sentimenti di rivalsa, si manifestano più facilmente e con maggiore insistenza sintomi ansiosi e depressivi, disturbi del sonno, alterazioni significative dei ritmi del sonno e dell’alimentazione e somatizzazioni. Inoltre, l’atteggiamento inquieto e tormentato di chi progetta ritorsioni, può allontanare partner, familiari, amici e conoscenti, aggravando il danno originario.

La vendetta come sintomo. Così, la vendetta muta da transitoria reazione ad un trauma emotivo a vero e proprio sintomo psichico, indice di un disturbo scatenato, o slatentizzato, da una situazione critica. Anche se è difficile spiegarlo a chi patisce un turbamento così intenso, è importante affermare che il sentimento della vendetta ci rende due volte vittime: una volta a causa dell’offesa, del tradimento o dell’abbandono e una seconda volta a causa di noi stessi. Quando la volontà di punire chi ci ha lesi diventa pervasiva ed ossessiva, insomma, abbiamo creato nella nostra psiche un nemico più grande e più insidioso di quello che crediamo di avere: l’infelicità e la dipendenza psicologica dall’altro.

Superare il sentimento della vendetta. Il filosofo e scrittore Baltasar Gracián y Morales, sintetizza in un aforisma un’importante strategia per superare il dolore del tradimento e dell’offesa: “Impara a giocare la carta dell’indifferenza. È la più scaltra delle vendette. Non c’è vendetta che valga quanto l’oblio, giacché esso basta a seppellire il nemico nella polvere della sua nullità.

Infatti, non semprela via del perdono è percorribile o realmente terapeutica. Purtroppo in molti casi l’entità del danno, la superficialità e l’efferatezza con cui è stata maltrattata o abusata non permette alla vittima alcuna possibilità in questo senso. Si può non perdonare, ma allo stesso modo superare il trauma, tagliare i fili della rabbia e spezzare le manetta che ci legano ancora all’aggressore e disporsi pian piano ad una vita più consapevole e più libera.

A questo proposito Massimo Recalcati (2014)ha scritto parole illuminanti sul senso del non-perdono:

L’impossibilità di perdonare può essere grande come il perdono. L’oggetto che ci ha ferito è vivo, è ancora una presenza, sebbene questa presenza si sia corrotta, alterata, trasfigurata, si sia rivelata altra da come la pensavamo.

Nell’impossibilità del perdono questa stessa presenza diviene un’assenza, un non-essere, un morto che non può più essere rianimato.

Io decido che è davvero la fine e che le nostre vite non si ritroveranno più. In questo caso il lavoro del perdono viene sostituito da un vero e proprio lavoro del lutto: per me è morto, non esiste più, tutto è finito.” (Recalcati, 2014 – Non è più come prima, Feltrinelli, Milano).

Enrico Maria Secci, Blog Therapy
©Riproduzione riservata

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *