“La saggezza è lasciar crescere ciò che nasce,
gustare ciò che è maturo
e lasciar perdere ciò che è morto.”
[Keshavjee S.]

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La dipendenza genitori-figli (prima parte)

Quando si parla di dipendenze affettive di solito ci si riferisce alle relazioni di coppia e, in effetti, in letteratura questo tema è stato esplorato soprattutto nell’ambito dei rapporti tra adulti eterosessuali. Perciò altri tipi di dipendenza affettiva sono poco conosciuti, come la dipendenza patologica tra genitori e figli, che è una delle forme di addiction relazionali più insidiose e resistenti all’intervento psicoterapeutico.

Innanzitutto, una diagnosi di “dipendenza affettiva da genitore o da figlio” non esiste nella psichiatria e nella psicopatologia ufficiali. Quasi sempre, chi patisce questo tipo di problema chiede aiuto a uno specialista solo quando il disturbo si è tradotto in un linguaggio compatibile con quello medico, ovvero è diventato “depressione”, “ansia”, “anoressia”, bulimia”, “fobia e/o compulsione”. Come si riscontra in tutte le altre dipendenze, comprese quelle da sostanze, chi sperimenta una dipendenza affettiva da un genitore o da un figlio tende a negare di avere un problema e si oppone all’aiuto esterno sino allo stremo delle forze. Solo l’emergere di una patologia riconoscibile porta la questione della disfunzione affettiva all’attenzione degli specialisti, e ciò accade tardivamente, quando la dipendenza ha acquisito il totale controllo del comportamento, dei pensieri e delle emozioni dei soggetti che coinvolge.

Più di quanto si verifichi nella dipendenza amorosa, nella dipendenza affettiva parentale i “malati” sono sempre almeno due: madre e figlia o figlio e, meno di frequente, padre-figlia/a. In alcuni casi la dipendenza può coinvolgere l’intera triade padre-madre-figlio/a, tutti inconsapevolmente fautori di un circolo vizioso. I due o più individui soggetti a questo tipo di legame, senza rendersene conto e spinti dalle migliori intenzioni, cooperano nella costruzione di un labirinto che imprigiona tutti, ma chi si richiede un supporto psicoterapeutico è di solito il figlio/a.

Il genitore co-dipendente, invece, tende, nel peggiore dei casi, a rifiutare l’aiuto, a svalutarlo o denigrare apertamente la validità o l’utilità di un supporto professionale; nel migliore dei casi, il genitore co-dipendente “si allea” col terapeuta per “aiutarlo” nella cura del figlio malato, nel tentativo inconscio di sostituirsi allo specialista così da evitarne l’aiuto. Entrambi gli atteggiamenti del genitore dipendente hanno lo scopo di negare la propria partecipazione allo schema problematico e, soprattutto, di occultare il proprio problema: la dipendenza dal figlio/a.

Un figlio che dipende affettivamente dalla madre o dal padre spesso esprime solo una parte di difficoltà ben più ampie e di più lungo corso, relative alla storia dei genitori, al rapporto che essi hanno con le famiglie d’origine e al sistema di valori a cui si riferiscono. I genitori dipendenti, al di là della specificità del singolo caso, sono accomunati da un complesso di convinzioni, emozioni e comportamenti:

  1. ansietà e pessimismo;
  2. seri problemi nella relazione col coniuge;
  3. rigidità morale.

Enrico Maria Secci, Blog Therapy
Riproduzione risevata

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