“La saggezza è lasciar crescere ciò che nasce,
gustare ciò che è maturo
e lasciar perdere ciò che è morto.”
[Keshavjee S.]

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Ribellarsi al narcisista perverso

Pensare alla dipendenza affettiva come a un disturbo della personalità è un errore. È riduttivo e miope riportare il dramma relazionale dell’amore dipendente a una disfunzione intra-psichica che condanna alla sottomissione, alla rassegnazione e all’infelicità donne e uomini dall’affettività esasperata e ammalata in un momento della propria esistenza adulta, per colpa loro.

Perché esistono persone sane, dall’identità integra ed integrata che collassano quando incontrano un narcisista patologico e sperimentano, di colpo, depressione, umiliazione, angoscia e furore, al netto di un traumatismo infantile presunto, che non si ravvede nelle loro storie di vita e che, comunque, non allevia in nessun caso il dramma della manipolazione, della violenza psicologica e del danno esistenziale che travolge ingiustamente chi meriterebbe rispetto, comprensione e aiuto. E non certo abbisogna di etichette psichiatriche.

Eppure, il tema controverso della dipendenza affettiva è affrontato troppo spesso attraverso semplificazioni terribili: mancanza di autostima, marcati tratti depressivi, o attraverso indagini di livello archeologico su padri e madri “sbagliati”, pericolosamente stigmatizzati come i “dinosauri” distruttori che, cristallizzati nella mente del paziente, continuano a devastarlo in forma di fossili nell’età adulta.

Il risultato è pericoloso: il pericolo è quello di raddoppiare in psicoterapia il carico di colpevolezza, di confusione e di lutto della “vittima”. Accade quando la dipendenza affettiva è travisata come un tratto endogeno alla persona, è arbitrariamente attribuita ad una distorsione stabile e destabilizzante la sua emotività, senza considerare con attenzione sistemica e relazionale il contesto attuale, il partner attuale, il qui ed ora in cui i meccanismi del silenzio, della lusinga, della colpa e del sintomo si susseguono indipendentemente dall’infanzia e dal pregresso, spesso ultraventennale (o più), in cui la persona “dipendente affettiva” subisce nel presente e nell’attuale relazione amorosa meccanismi che sarebbero invischianti per chiunque sia capace d’amore … anzi, soprattutto, per quelle persone che credono fermamente nel valore dell’amore.

Ribellarsi al narcisista perverso. Questo è il tema trascurato dagli orientamenti terapeutici che riportano sempre e solo la sofferenza umana a un disturbo dell’umano stesso, inteso come individuo imprigionato nella propria psiche e nel proprio cuore bambino.

Nella mia esperienza, ho constatato invece che il traumatismo psichico non ricade necessariamente nel dominio dell’età dello sviluppo, ma può intervenire con la stessa profondità di un trauma infantile sulla mente dell’adulto formato e può destabilizzare gravemente anche chi, per una vita, non ha sperimentato il dolore dato dalla trascuratezza e dall’abuso, ma si trova di colpo trascinato nell’abisso del narcisista perverso.

Nella mia prospettiva, la dipendenza affettiva non può essere una diagnosi, ma una richiesta d’aiuto che necessita di empatia e di una visione relazionale dei sintomi, degli accadimenti e delle interazioni tra i partner. In oltre quindici anni di esperienza clinica, infatti, ho scoperto che il disagio emozionale invalidante, l’ossessione e la disregolazione emotiva portati in terapia da molte persone fossero la conseguenza dell’incontro con un narcisista perverso, e non certo il segno di un proprio e ancestrale “disturbo”. Non certo qualcosa da silenziare con farmaci, o con psicoterapie individualistiche, dove si cerca di spegnere l’incendio nel bosco e si lasciano i piromani a piede libero.

Il mio libro, “I narcisisti perversi e le unioni impossibili. Sopravvivere alla dipendenza affettiva e ritrovare se stessi” affronta il tema della liberazione dal manipolatore e dall’usurpatore emotivo, e rappresenta la mia protesta contro certe modalità terapeutiche prevalenti che stallano sull’analizzare le vittime, le sottopongono a lunghissime sessioni introspettive e ribaltano su di loro il trauma attuale in ragione di un presunto “trauma infantile”, amplificandolo (se sussiste)  nella “necessità” di riportare per forza al passato le ferite presenti, come se questo servisse davvero e liberarsi del narcisista attuale, che, anzi, utilizzerà l’argomento della psicoterapia per la sua guerriglia, e per patologizzare la vittima una volta
di più.

Enrico Maria Secci, Blog Therapy

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Enrico Maria Secci, “I narcisisti perversi e le unioni impossibili”

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