“La saggezza è lasciar crescere ciò che nasce,
gustare ciò che è maturo
e lasciar perdere ciò che è morto.”
[Keshavjee S.]

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Philophobia: che cos’è la paura di amare e di essere amati?

Il desiderio di amare e di sentirsi amati è un’esperienza universale radicata negli esseri umani, e non solo, sin dal concepimento. Vivere una relazione fatta di reciprocità, stabilità, condivisione, sicurezza e progettualità è la condizione più favorevole allo sviluppo e alla conservazione della specie e ciò rende centrale nell’esistenza di ognuno il tema del legame amoroso.

Così, l’affettività è senza dubbio l’epicentro della psicologia, l’area su cui convergono inevitabilmente ricerche, studi e osservazioni cliniche volti a indagare i dinamismi della mente e delle relazioni interpersonali allo scopo di aiutare, se necessario, chi nel corso della vita incontrasse difficoltà significative nella sfera emozionale.

Ammalarsi d’amore. E’ sempre più diffusa la consapevolezza che ci si ammali d’amore e la dipendenza affettiva, data dall’incapacità di risolvere un legame nonostante il dolore e l’infelicità che ne scaturiscono, catalizza l’interesse dei clinici e, grazie a libri di successo e ai media, è un argomento noto anche i non addetti ai lavori. Ma c’è un altro aspetto del “mal d’amore”, poco divulgato e scarsamente esplorato in ambito scientifico, la philofobia.

La paura di amare. “Philofobia”, termine di etimologia greca, significa  paura dell’amore e descrive la condizione in cui una persona patisce in modo stabile e continuativo reazioni ansiose, o autentiche crisi di panico, quando sperimenta emozioni di intimità, oppure si approccia a persone che nutrono nei suoi confronti sentimenti romantici e attrazione fisica.

Chi soffre di philofobia conduce un’esistenza apparentemente normale perché nella maggior parte dei casi riesce a mantenere relazioni amicali, dimostra capacità lavorativa e partecipa senza particolari difficoltà a diversi contesti sociali; ma in qualche caso, manifesta rigidità, chiusura ed evitamento “anomali” e apparentemente irragionevoli o tende a strutturare con gli altri rapporti superficiali e scarsamente coinvolgenti sul piano psicologico.

La philofobia può rimanere latente per una vita nella misura in cui la persona previene la possibilità di un intenso contatto emotivo con un’altra, e riesce a razionalizzare le cause della propria refrattarietà all’intimità con argomentazioni “logiche” e intellettualizzazioni, a volte molto sofisticate. Tuttavia, chi soffre di questa fobia convive anche con un interesse e una tensione verso l’innamoramento che lo/la spingono prima o poi a ricercare e a cimentarsi in relazioni intime, almeno sino a che non compaiono i sintomi.

La sintomatologia. La philofobia si manifesta nelle situazioni in cui incontra una persona che lo colpisce emotivamente o che trova attraente, oppure nei casi in cui incrocia nella propria rete sociale qualcuno che si interessi a lui oltre l’amicizia. I sintomi fisici sono agitazione, nervosismo, tachicardia, “respiro corto”,sudorazione eccessiva, tremori e/o formicolii delle mani, mal di testa, diarrea o impellenza urinaria. Sul piano psicologico, la philofobia è associata al desiderio di scappare e ad un ingiustificato sentimento di vergogna motivato dall’idea sgradevole di sentirsi giudicati dall’altro/a, o da lui manipolati in qualche modo.

Per molti aspetti, la paura dell’amore può esporre chi ne soffre alle conseguenze cliniche di altre fobie specifiche, codificate e riconosciute nei manuali diagnostici come la fobia sociale e l’agorafobia. Oppure, il conflitto interiore e la solitudine che ne derivano possono dar luogo a sentimenti di amarezza, cinismo, pessimismo, senso di inadeguatezza, tristezza e idee ricorrenti di inutilità e di esclusione.

La philofobia può condizionare significativamente la salute mentale di chi ne soffre e influire negativamente sulla vita di chi lo circonda. A differenza di altre fobie specifiche, infatti, la paura di amare può non essere del tutto cosciente ed essere, di volta in volta e a lungo, attribuita al contesto, mentalizzata, proiettata all’esterno, oppure riportata a scompensi più o meno transitori di natura medica che giustifichino l’indisponibilità a proseguire la relazione appena iniziata.

Ghosting e philofobia. Uno dei criteri diagnostici non ancora inscritti nella psicodiagnostica di questa particolare fobia, è la reiterata tendenza a “sparire” improvvisamente dopo aver esperito una relazione emotivamente intensaTelefoni spenti, cancellazione dai social-network, rifiuto di comunicare. Reazioni forti, o fortissime, alla richiesta di spiegazioni; reazioni che possono sfociare nella minaccia di ricorrere a tutele legali e nell’accusa di stalking.

Gli psicologi americani chiamano questa modalità “ghosting”, da “ghost”, fantasma. Come un fantasma, chi patisce la philophobia può sparire all’improvviso a causa della forte angoscia generata dal presentimento di un’intesa intima, profonda, sensuale. Come un fantasma, il philofobo si smaterializza nell’ansia, nella paura, si rende invisibile all’amore, nonostante lo desideri. Così, alcuni collezionano “storie”, che però non riescono a vivere, che i sintomi li inducono a chiudere dopo poche pagine. Si sentono come analfabeti affascinati dai libri, li accumulano e poi di rado possono andare oltre la copertina, per quanto l’abbiano accuratamente scelta. Tutte quelle pagine li terrificano e sono distolti dalla convinzione che se dovessero impegnarsi, la relazione diventerà un problema grave e porterà alla disfatta.

In realtà, come accade classicamente nella clinica delle fobie, il philofobo ha tutte le risorse per superare il limite tracciato nella sua mente e nel suo inconscio alla possibilità di vivere l’esperienza meravigliosa di amare. Per stare nella metafora, chi ha paura dell’amore non è affatto un analfabeta … sa leggere, ma teme di non poterlo fare, perché è condizionato dalla convinzione limitante che amare qualcuno sia una sorta di “compito” o che l’altro possa in qualche modo illuderlo, per poi svalutarlo e abbandonarlo. Di qui la difesa del “ghosting” e, più in generale, la rinuncia al contatto, motivata dal timore di essere invasi, o di “perdere il controllo” sul proprio equilibrio, decisamente  illusorio.

A volte, il philofobo, o la philofoba, si richiudono nell’aura fascinosa di una torre incantata, dove, patiscono passivamente la propria solitudine, odiano i sintomi che la innescano e disdegnano chi, dal basso, li/le “corteggia” e rischia di comportarsi come quelle zanzare mortalmente attratte dalle trappole elettriche su una terrazza d’estate.

La paura d’amare (e di essere amati) può non emergere mai come un dato consapevole e, per questo motivo, è importante che chi si innamora di un philofobo o di una philofoba possa riconoscere il problema e saperlo correttamente attribuire all’altro, anziché, come accade spesso, soffrire indicibilmente per la classic
a sparizione del partner o incaricarsi rovinosamente della missione di “salvarlo”.

Enrico Maria Secci, Blog Therapy
©Riproduzione riservata 

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