“La saggezza è lasciar crescere ciò che nasce,
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e lasciar perdere ciò che è morto.”
[Keshavjee S.]

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Combattere l’Ansia: 3 cose da non fare

Secondo una stima dell’Eurodap, Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico,  sono 12 milioni gli italiani che soffrono di un disturbo ansioso o da attacchi di panico, con un aumento annuale di oltre 4 milioni di casi rilevato già nel 2011. L’ansia non è un’entità diagnostica a sé, ma racchiude in un continum di patologia lieve, moderata o grave un insieme di disturbi accomunati da un stato di attivazione fisiologica elevato, ipervigilanza, senso di ineluttabilità associati a sintomi fisici multiformi come tachicardia, sudorazione, disturbi gastro-intestinali ed emicrania.

Insieme alla depressione, i disturbi ansiosi sono quelli più comunemente riscontrati nella pratica clinica e anche i meglio conosciuti. Perciò, a dispetto del luogo comune che vorrebbe che l’ansia sia un “fatto caratteriale” dal quale non si guarisce, la psicofarmacologia e le psicoterapie hanno messo a punto nell’ultimo secolo metodi in intervento efficaci in tempi brevi e in grado di eliminare stabilmente la sintomatogia.

Un disturbo relazionale. Come la gran parte dei problemi psicologici, l’ansia non è una questione esclusivamente individuale, ma si origina e si mantiene all’interno della relazione tra la persona che ne soffre, gli altri e il mondo con cui interagisce. La natura relazionale del disturbo ansioso può spiegare perché questo tipo di patologia sia in costante aumento: disoccupazione, senso di precarietà e di crisi sociale, instabilità di valori, discrepanza tra i modelli propugnati dai media e le risorse realmente disponibili per raggiungerli sono solo alcuni dei fattori che facilitano l’emergere dell’ansia nelle sue diverse forme.

“Malattia o meccanismo di sicurezza”. Quando, più o meno consapevolmente, compiamo scelte in disarmoniche rispetto alla nostra nostra identità, ci troviamo costretti in situazioni che ci scontentano, viviamo una vita ingabbiati in un sistema di aspettative altrui o “dimenticando” di utilizzare i nostri reali bisogni come una bussola per realizzare un equilibrio, l’ansia scatta come un meccanismo di sicurezza, un sistema d’allarme che segnala l’impellenza di un cambio di prospettiva e di direzione. La psicoterapia è dunque  il trattamento elettivo dei disturbi ansiosi perché supporta e facilita la persona nell’individuazione e nella trasformazione degli schemi disfunzionali che, spesso senza accorgersene, alimenta ogni giorno.

I complici nascosti del disturbo. La Scuola di Palo Alto, origine delle moderne psicoterapie brevi strategiche, ha messo in evidenza che, paradossalmente, l’ansia prospera e aumenta a causa dei tentativi di soluzione attuati del soggetto che ne soffre e dalle persone che cercando di aiutarlo. Infatti, reiterare una soluzione inadeguata alimenta i problemi psicologici e, spesso, muta nel vero problema da risolvere.

Senza saperlo, parenti e amici della persona ansiosa si comportano come amplificatori del disturbo, diventano complici nascosti del disturbo attraverso i loro tentativi di aiuto, bloccando le risorse della persona e spingendola ad identificarsi progressivamente nel ruolo di “malato”.

3 cose da non fare. I complici impliciti dell’ansia, guidati dal “buon senso” comune agiscono di frequente tre strategie per cercare di aiutare chi annaspa nei sintomi, senza sapere che in quel modo lo sprofondano ancor più nel problema: minimizzare, spronare, accompagnare.

“Ma dai è solo ansia, vedrai che passa” è il classico tentativo d’aiuto della strategia “minimizzare”. Si cerca in questo modo di dimostrare alla persona che non ha nulla di grave e di incoraggiarla con l’idea che il problema passerà, col risultato imprevisto che l’individuo si sentirà incompreso e ancora più inadeguato in quanto un problema così piccolo dal punto di vista altrui è in grado di paralizzarlo completamente.

“Esci! Affronta le tue paure! Fai questo o quell’altro”. La strategia spronare servirebbe nelle benevole intenzioni del soccorritore e dare suggerimenti pratici su come superare l’ansia, tutti all’insegna dell’aperto contrasto alle limitazioni imposte dalla patologia. Il risultato è devastante per chi si sente spronato: perché agli altri sembra così facile fare tutto ciò che al soggetto ansioso appare precluso e oggettivamente fonte di sofferenza?

“Ti porto io, faccio io al tuo posto, ti accompagno io”. Come le migliori intenzioni, parenti e amici della persona ansiosa si dedicano alacremente all’aiuto accompagnandola dappertutto, svolgendo al suo posto incombenze quotidiane e, in certi casi, intromettendosi platealmente in ogni ambito di autonomia residua. Per il soggetto sofferente il supporto sociale costituisce un toccasana temporaneo che si rivela nel medio e lungo termine un veleno. La persona diventa sempre più dipendete dagli altri e si deresponsabilizza rispetto alla propria vita col risultato di un aggravamento della patologia e un impoverimento conseguente delle risorse personali necessarie per la sua risoluzione.

Chi si chiede come aiutare una persona che soffre di ansia o panico dovrebbe, per prima cosa, smettere di tentare queste o altre strategie disfunzionali nella consapevolezza che, così facendo, peggiorerà soltanto la situazione. L’ansia non può essere risolta con una pacca sulla spalla o con una bella chiacchierata tra amici, ma richiede un intervento psicologico professionale. Quanto prima si interviene, tanto prima si guarisce. Perciò la cosa migliore da suggerire, con tatto e con positività, a chi vive un disturbo ansioso è di rivolgersi con fiducia a uno psicoterapeuta e supportarlo nella decisione di intraprendere il trattamento.

Enrico Maria Secci

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