“La saggezza è lasciar crescere ciò che nasce,
gustare ciò che è maturo
e lasciar perdere ciò che è morto.”
[Keshavjee S.]

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Amore e guerra nella dipendenza affettiva

Persino un bambino riconosce istintivamente la differenza tra amore e guerra, perché si tratta di due opposti fondamentali, archetipici, che definiscono polarità emotive e modalità di relazione da cui dipende la sopravvivenza dell’essere umano. L’amore è riconoscimento, protezione, dedizione; è dialogo, contatto, spontaneità, cooperazione e complementarietà dinamica. La guerra è disconoscimento, sopraffazione, sfruttamento; è violenza, distacco, strategia, contrapposizione e simmetria rigida.

La vita sta all’amore come la guerra sta alla morte. Eppure, un’equazione così elementare sul piano conscio, diventa un enigma nell’inconscio, nella dipendenza affettiva diventa incomprensibile. Nella dipendenza affettiva la differenza tra amore e guerra si attenua nel cuore e nella mente più spesso di quanto si creda.

Amore e guerra possono alternarsi, sovrapporsi e mescolarsi soprattutto nell’ambito insospettabile delle relazioni sentimentali, che siamo abituati a pensare come un territorio pacifico, il luogo che con una certa imprudenza consideriamo a priori il più sicuro di tutti.

Amore e guerra si fondono e si confondono nella dipendenza affettiva: come l’incontro tra l’acqua di un placido lago e la lava incandescente di un vulcano furioso producono esplosioni devastanti e vapori mefitici, terribili ustioni e catastrofi emotive.

Nell’irriducibile complessità delle relazioni interpersonali non è raro che l’amore e la guerra si uniscano in un’alchimia abbacinante e distruttiva, tale che gli amanti si trasformino a propria insaputa in strateghi sofisticati, in spie indefesse o in antagonisti perversi.

Consciamente vogliono l’amore, inconsciamente desiderano solo il potere. Il potere di sottrarsi all’impegno della relazione ogni qualvolta gli parva e gli piaccia, il potere di chiamare l’altro a sé e quello di respingerlo quando non ne hanno più voglia, quando “chiede troppo” e, soprattutto, quando l’altro ha dato tanto ed è arrivato il momento di ricambiare.

Questo primato del potere sull’amore e la priorità del possesso sulla reciprocità che così spesso caratterizzano le storie di dipendenza affettiva si concretizzano in azioni, espressioni e comportamenti più vicini all’arte militare che alla comunicazione amorosa.

Silenzi strategici, omissioni, menzogne, controlli incrociati, cavalli di Troia, molestie verbali, negoziazioni, patti traditi, amici, parenti o figli trasformati in ambasciatori o prigionieri di battaglia. Nelle trincee del mal d’amore, ad un certo punto, non resta nient’altro che la guerra. Una competizione snervante congegnata per mantenere la relazione disfunzionale, e non certo per risolverla, e questo è ciò che spesso la coppia ignora.

L’idealizzazione e la guerra amorosa. Per ciascun partner ciò che trasforma l’amore in guerra è l’incapacità di superare l’idealizzazione reciproca, che é una fisiologica tappa dell’innamoramento, e accettare che l’altro e la relazione intrapresa non gratifichino le aspettative iniziali ma possano addirittura frustrarle gravemente e di continuo.

Così, aggrappati a un’ideale che li intrappola, i due si adoperano per negare la realtà del disastro, dell’innamoramento che non diventerà amore ma guerra … e allora guerra sia.

L’inseguimento della “verità”. Il drammaturgo greco Eschilo scrisse quattro secoli Avanti Cristo che “in guerra la verità è la prima vittima”. Infatti, nel fuoco incrociato del mal d’amore, dove la ricerca della “verità” diventa l’ossessione, la colpa ed il ricatto affettivo uniche monete di scambio, la rabbia è la sola energia che anima il rapporto e che lo sospende in una sorta di morte vivente incline a protrarsi teoricamente all’infinito, e comunque, sino alla consunzione dell’uno o dell’altro.

Nella dipendenza affettiva la ricerca della “verità” coincide con la ricerca di un colpevole. Ci si domanda sino all’ossessione chi saccheggi e distrugga l’occasione di un grande amore e si conclude con puntualità di essere i soli colpevoli, di meritare lo sdegno del partner in quanto profondamente e dolorosamente sbagliati. Questa è poi anche la versione dell’altro, che giustifica il proprio egoismo e rivendica il suo predominio attraverso la svalutazione e l’ambivalenza comunicativa.

Di qui il gioco al massacro si trasforma nel martirio dell’abbandono e del ritorno, nel tradimento e nel falso perdono della riconciliazione. Una via crucis che. oltrepassato il confine tra salute e malattia, ha il suo corteo di sintomi: insonnia, angoscia, ansia, depressione, anoressia o bulimia.

La prostrazione psicologica della “vittima” diventa allora un altro elemento che convalida la “verità” della dipendenza affettiva: ha sbagliato tutto, non vale nulla, nessuno mai la vorrà. Infatti è malata, infatti è pazza, le dice l’amato.

Ed è una di quelle “verità” che segnano la sconfitta, ma non interrompono la guerra del finto amore. Perché a questo punto il conflitto con l’altro viene interiorizzato, e si diventa implacabili nemici di se stessi.

Le conseguenze della guerra sentimentale. Ci sono uomini e donne che perdono il rispetto di sé, che si isolano, che sono capaci di punirsi da soli e a lungo, anche quando il partner o la partner escono di scena. Persone che si accusano, che si trattano senza alcun riguardo e che rileggono tutta la propria esistenza attraverso la lente opaca e deformante del trauma emotivo, senza mai mettere davvero in discussione l’errore fondamentale: aver scambiato la guerra per l’amore e, soprattutto, di averlo fatto in due.

Perché non si è mai dipendenti affettivi da soli, non si è mai i soli colpevoli e, dove c’è una “vittima” c’è sempre un carnefice, a propria volta vittima del disamore che chiama amore.

Per sopravvivere alla dipendenza affettiva e ritrovare se stessi è basilare accorgersi di essere complici e co-autori di un immenso alibi alla vita e alla ricerca dell’autenticità, del benessere, dell’equilibrio, della cura, di quel sentimento di amore incondizionato che può legarci agli altri in piena pace ed armonia. Bisogna iniziare a riconoscere che l’amore autentico non ha nulla a che vedere con la guerra e deporre le armi. Bisogna liberare le mani per farsi una carezza e, poi, prendere una penna e scrivere da capo il proprio vocabolario emotivo. Riscrivere con lucidità, consapevolezza e dolcezza la propria definizione del verbo Amare.

Enrico Maria Secci, Blog Therapy
©Riproduzione riservata

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