Durante una cena a Bologna, uno dei commensali mi chiese che mestiere facessi.

“Lo psicoterapeuta”, risposi con la riluttanza di chi è in ferie e non si entusiasma a parlare di lavoro.
“Ah! Allora lavori solo un giorno la settimana”. Questo il commento del mio interlocutore.

In quel momento di particolare stanchezza e di estrema pressione lavorativa, avrei tanto voluto che avesse ragione! Lasciai cadere ad arte l’argomento, ma ci ho riflettuto come un esempio di più di quanto sia distorta la rappresentazione sociale degli psicoterapeuti e della psicoterapia e quanto sia diffusa la percezione che questa professione sia un’attività oziosa, come una specie di hobby in attesa che arrivi un lavoro “serio”. Magari l’impiego in una Asl o l’assunzione in una cooperativa.

Si tratta di una distorsione grave e pericolosa, prima di tutto perché svaluta a priori la formazione universitaria decennale, impegnativa e molto onerosa, richiesta per abilitarsi all’esercizio della psicoterapia; secondariamente perché, come tutte le credenze sociali, determina un campo negativo che finisce per avverarsi. Per esempio, sento spesso studenti, già psicologi e in specializzazione presso scuole di psicoterapia riconosciute, affermare mestamente: “Di terapia non si vive”. E, di conseguenza, disperdere le proprie energie nell’invio di curricula ai destinatari più improbabili o nello studio matto e disperatissimo per il primo concorso pubblico bandito in un oscuro e remoto Comune, anziché raccogliere la sfida di costruire di una solida ed efficace identità professionale.

Il mito che di  terapia non si viva ostacola il percorso di molti brillanti psicologi, che finiscono per deragliare in carriere frustranti o, addirittura, per cambiare ambito dopo qualche tentativo di inserimento lavorativo nella convinzione errata che fare “soltanto” gli psicoterapeuti li condannerebbe a un destino insicuro e insoddisfacente.

Le origini di un simile pregiudizio circa questa professione sono forse da ricercarsi nel fatto che gran parte della formazione universitaria è per lo più appannaggio di psicologi accademici -che, com’è comprensibile, per lavoro insegnano – e che i tirocini pratici  post-lauream e di specializzazione avvengano soprattutto presso strutture pubbliche, dove operano professionisti assunti previo concorso;  dunque i modelli di psicologo disponibili agli studenti in formazione sono lavoratori dipendenti, non certo liberi professionisti. Ciò contribuisce in modo determinante a rendere invisibile ai più le enormi potenzialità dello psicologo-psicoterapeuta in ambito privato e a stigmatizzarle senza fondati motivi come ripieghi.

Si dice, insomma, che non ci sia lavoro per gli psicologi in Italia, e ancor meno in Sardegna. Quello che sostengo, anche sulla base della mia esperienza, è esattamente il contrario: la domanda sociale di professionisti del benessere psicologico è alle stelle, ma non viene intercettata da un’offerta sufficientemente raggiungibile e credibile. Lo sa bene chi cerca uno psicoterapeuta e trova solo elenchi anonimi di specialisti accompagnate da diciture per i più astruse: terapia della gestalt, terapia transazionale, terapia sistemica, terapia strategica, ecc. Tutte espressioni note agli addetti ai lavori, ma che non dicono niente a chi voglia un aiuto e sono destinate a scoraggiare il più sofferente dei pazienti.

Di terapia si vive, eccome. E non è solo un lavoro appagante, bellissimo ed esclusivo: è un dovere  professionale che richiede serietà, volontà, fiducia e abnegazione. Parlo di dovere perché, è sotto gli occhi di tutti, viviamo in una società che ha bisogno di psicologi più che di ogni altra cosa e non solo per curare ansia, panico e depressioni.

Chi studia tanti anni, compie tirocini massacranti, si interessa alla salute psichica e acquisisce strumenti concreti per incrementarla e diffonderla ha il dovere sociale di utilizzarli e di fare in modo che siano accessibili all’utenza più ampia. Inoltre, psicologi e psicoterapeuti adeguatamente formati, possono stimolare lo sviluppo individuale, prevenire crisi familiari e supportare le persone in quelle crisi transitorie che potrebbero, non curate, scatenare patologia; possono migliorare la qualità del lavoro, la comunicazione e i servizi di un’azienda o un ente pubblico, agevolare i manager nella presa di decisione e nella gestione del conflitto.

Un mondo infinito di possibilità che contiene un’economia in grado di offrire lavoro intenso e speciale a decine di migliaia di giovani psicologi e, soprattutto, di dare fiato al mondo in cui viviamo. Peccato che loro, in molti, in troppi, non ci provino nemmeno, perché “di terapia non si vive”.

Enrico Maria Secci
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