Per via della loro complessità la sessualità e l’affettività umane sono refrattarie alle categorizzazioni rigide della logica binaria. Per questo più la psicologia e la sessuologia si addentrano nell’intimità della mente, più dobbiamo abbandonare il pensiero cotegoriale (bianco/nero, giusto/sbagliato, femmina/maschio) in favore di un approccio dimensionale.

Vale a dire che i concetti di eterosessualità e di omosessualità, per esempio, alla luce delle evidenze cliniche descrivono solo una porzione della realtà e dunque possono servire quali polarità di un continuum multidimensionale che include altre sessualità, come la bisessualità e il transessualismo.

Dall’ampio e policromo spettro della psiche umana fa parte anche l’asessualità, che può essere definita comune una variante sana della sessualità caratterizzata da un interesse marginale o assente per i contatti sessuali. Le persone asessuali considerano il sesso come un’attività possibile ma non necessaria, né indispensabile all’interno di una relazione di coppia e sono indifferenti sul piano dell’eccitazione erotica alla fisicità maschile o femminile.

Ciò non significa che l’asessualità implichi incapacità di provare piacere sessuale, perché un soggetto asessuale può avere contatti intimi con una/un partner e trovarli molto piacevoli, ma li esperisce senza il fervore e la pulsionalità con cui la maggior parte di noi intende l’istinto sessuale.

Per comprendere l’asessualità è fondamentale scinderla dall’astinenza e dal romanticismo, perché si tratta di una condizione. Esattamente come l’etero e l’omosessualità, l’asessualità non è una scelta. L’esistenza di questa specifica variante dell’affettività e della sessualità non è quindi una derivazione culturale o sociale. L’asessualità è un fatto, una declinazione degli orientamenti personali in tema di relazioni fisiche e sentimentali, in questo senso non è un movimento, né una “posizione” intellettuale o morale.

Al gruppo dell’assessualità appartengono anche le persone demisessuali, che possono avere esperienze sessuali anche intense, purché da prima stabiliscano con l’altro un profondo contatto intellettuale ed emotivo.

Intorno al 2000, gli asessuali hanno iniziato a dichiarare la propria condizione e a organizzarsi in associazioni, soprattutto grazie a internet. La Rete ha permesso alle persone di comprendere di essere una moltitudine, una comunità vera e propria e non individui isolati, patologici e disadattati per il solo fatto di “mancare” del desiderio per il sesso, per il corpo e per la genialità che è comune nelle sessualità socialmente (ri)conosciute.

La rivendicazione dei movimenti asessuali riguarda innanzitutto la visibilità in termini di informazione e cultura psicologica, perché senza una chiara ed esplicita identificazione di questa condizione, le persone asessuali rischiano di precipitare in autentiche voragini esistenziali, senza comprendere il perché.

Se si comprende anche solo a grandi linee il significato della condizione asessuale, è facile intuire cosa accada a bambini, adolescenti e adulti asessuali che crescono in una società fortemente imperniata sul sesso come la nostra.

In assenza di una psico-educazione adeguata, queste persone si sentono e/o sono individuate come aliene, sbagliate, “infiltrate”. Il un mondo le disconosce, le ritiene strane  o che le stigmatizza come malate.

Alcune si ammalano per davvero d’ansia, panico, ipocondria, depressione, ecc. Altre si uniformano alle aspettative e, anche se faticosamente, si fidanzano, si sposano e cercano di assolvere i cosiddetti doveri coniugali, sino a cozzare con la propria originaria impossibilità di ottemperare al desiderio altrui. Sino a vivere il bisogno del/della partner come una violenza, sino a viversi come enigmi umani, collezionisti di diagnosi varie (depressione, socio-patia, schizofrenia, impotenza, ecc.) senza venire a capo di nulla.

In questo i ricercatori e gli operatori nell’ambito della salute mentale sono inevitabilmente poco formati e a volte non sensibilizzati, perché la letteratura sull’asessualità è ancora scarsa e perché la questione è  ritenuta marginale a ogni livello: psicologico, sociale e politico. Si stima infatti che l’1% della popolazione sia asessuale, ma si tratta di un dato probabilmente riduttivo e restrittivo, per quanto 1 persona asessuale su 100 sia un’enormità.

Oggi la comunità asessuale ha i propri simboli, il cerchio e l’asso (ace); ha una bandiera a strisce orizzontali nelle gradazione nera, viola bianca e grigia, il vessillo che sfila da qualche anno nei Pride dagli Stati Uniti all’Europa. La comunità asessuale, soprattutto, sta sviluppando un lessico specifico, un lessico vitale affinché anche “gli altri” possano comprendere, accettare e includere senza discriminare né medicalizzare.

Perché gli altri siamo noi, uomini e donne “della strada” al pari di psicologi, psicoterapeuti e psichiatri: sappiamo pochissimo dell’asessualità e delle sue declinazioni e gli asessauli possono pericolosamente apparirci come malati di mente, anche se abbiamo già assistito ai terribili e struggenti passaggi delle sessualità nella storia “eterocentrica” che ci insegue, anche se la scienza ha confinato alla psicopatologia, al razzismo e al fascismo l’ottusità, non solo in ambito affettivo e sessuale.

Enrico Maria Secci
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