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Siamo abituati a pensare alla manipolazione interpersonale come a qualcosa di negativo e di immorale. Eppure, lo studio della comunicazione umana ha da tempo osservato che ogni interazione non può non essere una manipolazione, in quanto lo scambio di messaggi tra individui implica, indipendentemente dalla consapevolezza con cui comunicano, il risultato di influenzarsi reciprocamente.In particolare, Paul Watzlawick e la Scuola di Palo Alto, hanno evidenziato che, epurato dall’accezione negativa di matrice culturale, il termine manipolazione descrive adeguatamente qualsiasi processo comunicativo, in quanto ogni nostra parola, azione e atteggiamento è atto a modificare uno stato di realtà.

La manipolazione innocua. Una frase innocua come “Per favore, mi daresti l’acqua?” prevede che l’interlocutore modifichi il suo comportamento e ci porga un bicchiere perché abbiamo sete. Allo stesso modo, la madre che conforta e rassicura il bambino che piange, attua una manipolazione: usa la sua comunicazione per modificare lo stato di tristezza del suo piccolo. E, ancora, ricordando un esempio caro a Watzlawick, il soccorritore che accorre verso un uomo che sta annegando non ha altra scelta che manipolarlo, se vuole soccorrerlo.
Dunque la “manipolazione”, questo termine così pauroso, è, in realtà, ciò che facciamo e ricerchiamo costantemente negli altri. Quando chiamiamo un amico per trascorrere una serata serena, vorremmo che ci manipolasse positivamente, che la sua comunicazione ci distendesse e ci divertisse. E, in quest’ottica, gli amici che scegliamo sono anche quelli che hanno più potere sui nostri stati emotivi. Quelli che ci “toccano”, che ci “fanno star bene”, come si dice.

La manipolazione disfunzionale e il travisamento. Viceversa, siamo disposti a riconoscere come “manipolazioni” quelle comunicazioni che innescano in noi emozioni e reazioni negative. Tra queste, quelle che suscitano più furore sono le situazioni in cui avvertiamo che le nostre aspettative nei confronti dell’altro e la sua comunicazione nei nostri confronti divergono marcatamente. Siamo allora nel terreno sdrucciolevole del travisamento e del malessere, nelle sabbie mobili dell’incomprensione che risucchiano facilmente e in fretta amicizie, rapporti di lavoro e relazioni sentimentali, lasciando un sottofondo di amarezza e di accuse, spesso reciproche, di “falsità”, di “ipocrisia” e altre recriminazioni.

Un punto di vista responsabile. Se ogni comunicazione è di necessità una manipolazione, è importante assumere un punto di vista responsabile, meno fatalista e svagato, su noi stessi e sugli altri prima di intraprendere battaglie di Pirro contro questo o quell’altro, anziché andare alla guerra armati degli scudi di cartone della spontaneità e della buona fede, della disillusione e della rabbia. Può servire riflettere sulla possibilità che un’interazione o un’intera relazione vanno a rotoli, accade non perché uno abbia manipolato l’altro, ma in quanto i due si siano manipolati male a vicenda, spesso con superficialità, impulsività e inconsapevolezza.

Manipolazione e ricatto emotivo. Dove, al di là del lessico comune e alla luce della pragmatica della comunicazione umana (Watzlawick, Beavin, Jackson, 1974), la manipolazione può essere definita una proprietà intrinseca della comunicazione, occorre distinguerla dal ricatto emotivo, con cui troppo spesso viene disastrosamente confusa. Un tale fraintendimento è pericoloso, perché sulla linea di confine tra manipolazione fisiologica e ricatto possono schierarsi eserciti di “vittime” di carnefici inesistenti e, di riflesso, può crearsi l’immagine di un mondo terrifico di “manipolatori” e di “manipolatrici” vampireschi che è solo il frutto di banali errori di comunicazione.
La differenza sostanziale tra manipolazione innocua e ricatto emotivo è che la prima è finalizzata a modificare positivamente uno stato di realtà e presuppone il rispetto e la tolleranza della diversità dell’altro e della sua libertà; la seconda, invece, mira a ottenere dall’interlocutore i vantaggi desiderati a suo detrimento, attraverso il senso di colpa.

Il ricatto affettivo è una forma di manipolazione basata sulla minaccia di “togliere” amore quando l’altro non risponde con prontezza canina a pretese di controllo. Può attuarsi attraverso il silenzio, con l’ambivalenza, con la svalutazione, con l’aggressività oppure con la minaccia più o meno velata, con la colpevolizzazione o attraverso il sintomo psichico.

Il ricatto affettivo funziona tanto meglio quanto più siamo inconsapevoli del fatto che chi, per raggiungere i suoi scopi, “toglie o aggiunge amore” a comando, come se l’amore fosse una quantità amministrabile e non una qualità incondizionata, sta bluffando ed è incapace d’amarci e, forse, di amare.

Enrico Maria Secci
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