È difficile restare indifferenti alla sofferenza psicologica di un parente o di un amico. All’inizio può capitare di considerarla un fatto transitorio e di minimizzarla con una chiacchierata confortante piena dei consigli del comune buon senso. Così, le persone vicine a chi vive un forte disagio emotivo ed esistenziale si accorgono della portata reale del problema quando si é ormai tradotto in sintomi che compromettono in modo più o meno marcato l’equilibrio e il funzionamento individuale e richiedono un aiuto specialistico.

In alcuni casi, il soggetto in difficoltà é in grado di ricercare autonomamente il sostegno necessario o di accettare con facilità la proposta di rivolgersi ad uno psicoterapeuta. In altri, invece, può mostrarsi riluttante a questa possibilità o rifiutarla attivamente. O ancora, se il disturbo è particolarmente severo, come accade per esempio in alcune depressioni, nei disturbi alimentari o fobico-ossessivi strutturati, la persona non ha la forza né la fiducia necessarie a stabilire quel primo contatto col professionista che potrebbe avviare un processo psicoterapeutico.

Il messaggio più semplice e diretto come: “Secondo me, avresti bisogno di una psicoterapia” è anche il più sbagliato, perché può essere interpretato come un giudizio o un’intrusione, specie quando il parente o l’amico, pur soffrendo molto, non ha ancora maturato un qualche consapevolezza della propria condizione. Sentirsi “chiamare in psicoterapia” può ingenerare sentimenti ancora più netti di rabbia e di negazione, di inadeguatezza e di rassegnazione, per questo è molto importante che chi si appresti a supportare l’altro in una decisione così importante lo faccia con la massima cura e delicatezza.

Innanzitutto, prima di affrontare il tema “psicoterapia”, è importante documentarsi e individuare almeno due possibili psicoterapeuti che potrebbero realmente incaricarsi del problema. Due o tre nomi validi servono per dare alla persona la possibilità di fare una scelta e non sentirsi costretta ad accettare un’unica indicazione su cui più facilmente potrebbe concludere: “non mi piace, non mi ispira fiducia”. Una volta individuati i professionisti può essere utile raccogliere ogni informazione disponibile sulla loro attività e tenerla a disposizione per il passo successivo.

Prima di affrontare l’argomento “aiuto di un esperto” è essenziale ridurre nei confronti della persona in difficoltà ogni forma di sostegno attivo e ogni “buon consiglio”, pur confermando la disponibilità all’ascolto. Si tratta di smettere di confortare, di accompagnare a destra e a manca, di proporre e di stimolare la persona a “reagire”. A questo punto, è importante imparare a mostrare e dimostrare tutta la propria preoccupazione, la sofferenza e il senso di impotenza che, come amico o parente, si sperimenta nel vedere l’altro stare così male.

“Sono preoccupato per te … Vorrei aiutarti ma non so come fare …” può rappresentare un primo input, perché aiuta la persona ad acquisire la consapevolezza di non essere l’unica a soffrire e, soprattutto, suggerisce che non può trovare soluzioni appigliandosi alle persone che conosce e che fanno parte del suo “sistema”.

Successivamente, può essere utile suggerire indirettamente l’esistenza di persone in grado di offrire un parere valido, professionale e accreditato sulla situazione. Parlare di consulenza e di parere può servire a circoscrivere l’eventuale impegno della persona in difficoltà a un singolo incontro, che costituisce una meta più immediata e raggiungibile dell’idea di sostenere un impegno a breve o medio termine.

Disseminato il concetto dell’utilità di un aiuto esterno, si può passare ad una nuova fase: fornire i numeri di telefono, gli indirizzi e i profili dei terapeuti e, se possibile, riportare testimonianze dirette o indirette di pazienti che hanno superato situazioni difficili grazie al loro aiuto. È utile fornire questi dati anche quando la persona continui a manifestare resistenze o perplessità in modo tale che abbia il tempo di elaborare le informazioni ricevute e confrontare la sua reticenza a priori con la possibilità concreta di ricevere un sostegno professionale.

Alcune persone impiegano mesi prima di contattare un terapeuta, talvolta aspettano che la sofferenza diventi insopportabile e la situazione si complichi al punto da indurli a recedere dall’iniziale rifiuto della psicoterapia. Tuttavia, il tempo trascorso a pensare se contattare o meno un consulente può avere di per sé una valenza psicoterapeutica e costituire una fase preliminare al cambiamento che potrebbe favorire o accelerare gli esiti positivi del percorso psicologico quando prenderà inizio.

Un errore da evitare é sostituirsi alla persona in difficoltà chiamando il terapeuta al suo posto per fissare la prima seduta di consulenza. È importantissimo che sia sempre la persona interessata ad attivarsi nel primo contatto telefonico con lo psicologo. Come amici o partenti, si può, nei casi limite, prometterle di chiamare il consulente per “prepararle il terreno”, ovvero chiedere in via preliminare se è disponibile a seguire il nostro caro e segnalargli che riceverà da parte sua la richiesta di un incontro. Ma, seppur in seconda battuta, dovrà sempre essere il paziente ad attivarsi per richiedere l’appuntamento.

Una volta stabilito il contatto col terapeuta, sarà suo compito aiutare la persona a superare le resistenze e a focalizzare in modo appropriato e specifico obiettivi, tempi e modalità di intervento. Capita che parenti o amici che hanno stimolato il paziente a iniziare la terapia si comportino poi come “supervisori occulti” e invadano indirettamente lo spazio del paziente chiedendogli dettagli sulle sedute e cercando a loro modo di intervenire sul processo terapeutico esprimendo opinioni e dando consigli.

Anche se questo comportamento è mosso dalle migliori intenzioni, può ostacolare il lavoro psicologico della persona e farla sentire “sotto pressione”. Perciò è fondamentale che quanti hanno sostenuto il paziente nella decisione di intraprendere la psicoterapia sappiano anche rispettare i suoi tempi e suoi spazi in un momento così personale e delicato, lasciando che la persona lavori da sola col terapeuta.

La psicoterapia non può essere imposta dall’esterno, ovvero diventare un argomento di ricatto per la persona sofferente, come accade in alcune coppie in cui l’ordine di “sottoporsi” alle sedute prevede, se trasgredito, la pena della separazione. Come amici o parenti di qualcuno in difficoltà psicologiche possiamo, come detto fin qui, accompagnarlo gradualmente, con cura e attenzione, nell’acquisizione della consapevolezza di poter affrontare il problema rivolgendosi a chi
può realisticamente e concretamente aiutarlo a risolverlo
.

Enrico Maria Secci
©Riproduzione riservata