Psicologia / Il potere della gentilezza

Psicologia / Il potere della gentilezza

18 Maggio 2020 1 Di Enrico Maria Secci

“Quale saggezza puoi trovare che sia più grande della gentilezza?”, scrisse Jean Jacques Rosseau a proposito di una delle più evolute potenzialità dell’essere umani: l’essere gentili.

La centralità della gentilezza come valore esistenziale è una cognizione antica. La filosofia e le religioni la descrivono come una qualità dello spirito associata alla pace interiore, all’equilibrio e alla consapevolezza di sé, un’inclinazione psicologica che possiamo perdere nel corso della vita a causa delle delusioni, dei ferimenti e delle amarezze che, fisiologicamente, punteggiano la nostra crescita.

I conflitti non superati, le paure, i tradimenti e i lutti non elaborati possono renderci cupi, amari ed egoisti, oppure arroganti, sospettosi e avari. Le persone tristi, arrabbiate, rivendicative perdono, insieme al lume della ragione, il chiarore della gentilezza e, senza accorgersene, subiscono la suggestione negativa di abitare in un mondo inospitale, dove occorre sgomitare, ingannare, manipolare per sopravvivere.

Così, l’incapacità di essere gentili rappresenta una disfunzione esistenziale, psicologica e morale, su cui siamo disabituati a riflettere, mentre erode da dentro e dal profondo la qualità della nostra vita, sino a compromettere, anche a livello sociale, la possibilità di una collettività più sana e più integrata.

Chi è gentile sa essere aperto e rispettoso, dimostra tolleranza e ascolto e conosce i valori dell’affidabilità e della reciprocità. A qualcuno queste caratteristiche potrebbero apparire irreali, per non dire sovrumane, ma basta incontrare una sola volta una persona gentile per accorgersi che non è così, ammesso che si abbia la sensibilità per farci caso.

Custodisci bene dentro te stesso questo tesoro, la gentilezza.
Impara a dare senza esitazione, come perdere senza dispiacere, come acquisire senza grettezza.

(George Sand)

Infatti, in una società che sembra celebrare l’opportunismo e le cattive maniere, l’arrivismo e la sfacciataggine è facile che la gentilezza sia travisata come ingenuità o che venga stigmatizzata come un segno di debolezza.

Chi è gentile può aspettarsi incomprensione ed ingratitudine, ma questo non deve distoglierci dal coltivare un’attitudine che, in realtà, porta in dono quella serenità e quell’amore autentici a cui aspiriamo come esseri umani.

Può servire sapere che la parola “gentilezza” di etimologia latina, vuol dire anche “nobiltà”.

Khalil Gibran ha scritto che “tenerezza e gentilezza non sono sintomo di disperazione e debolezza, ma espressione di forza e di determinazione“, e questa è anche un’evidenza in ambito psicologico: la gentilezza è correlata al benessere, alla resilienza, alla creatività e alla stabilità relazionale.
Chi matura un atteggiamento positivo incondizionato, e realistico, nei confronti degli altri è più resistente agli eventi critici del ciclo di vita e ha più probabilità di maturare i propri talenti e realizzare obiettivi personali e professionali.

Essere gentili non è, come si crede, più complesso dell’essere insolenti. Espressioni come “Grazie”“Posso aiutarti?”“Offro io”; azioni come una telefonata a un amico in difficoltà, fare un complimento a qualcuno, far passare la fila al supermercato a chi, dopo di noi, ha un solo articolo, o, semplicemente, ricordarsi di dare la precedenza e di mettere la freccia quando si è alla guida sono esempi di piccolissime azioni, che possono riportarci al valore della gentilezza e favorire il nostro benessere.

Potrebbero sembrare inezie, ma sono i semi della gentilezza, e conviene piantarli: sono resistenti e attecchiscono in ogni terreno, a volte è solo una questione di tempo.

Enrico Maria Secci
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