Covid-19: come gestire emotivamente l’isolamento forzato

Covid-19: come gestire emotivamente l’isolamento forzato

16 Marzo 2020 0 Di Enrico Maria Secci

Nell’attesa di un vaccino e di un farmaco specifici, oggi l’isolamento forzato è la sola misura in grado di combattere il Coronavirus. Rispondere con responsabilità alla quarantena collettiva non è un’opzione, né un dovere, ma una questione di vita o di morte.

Per via delle comunicazioni istituzionali inizialmente incerte e contraddittorie e di troppe fake-news, la popolazione ha recepito in ritardo l’assoluta necessità di restare in casa per arginare il flagello. Solo da qualche giorno la virulenza dilagante del Covid-19 convince finalmente chi sino all’ultima ora ha ignorato la profilassi a suon di “è tutta un’esagerazione”.

Prevenire le conseguenze psicologiche dell’isolamento forzato. Ancora non è trascorsa ancora una settimana dall’estensione della zona rossa dal nord Italia al resto del Paese, ma le conseguenze psicologiche dell’auto-isolamento per single, coppie e famiglie, potrebbero essere già percepite da tanti.

Irrequietezza, ansietà, cupezza, inquietudine, insonnia, apatia, sensazioni di oppressione sono le reazioni iniziali più comuni all’innaturale condizione del confino domestico.

In assenza di una gestione attenta e consapevole, questi “segnali deboli” col passare dei giorni potrebbero sommarsi e configurare in futuro una sindrome da stress, e minacciare così sia la salute psicologica del singolo, che l’integrità emotiva delle relazioni con le persone con cui è a stretto contatto.

La prima cosa da fare. La prima cosa da fare è prendere atto che l’isolamento forzato è una situazione completamente nuova, una situazione a cui non abbiamo avuto il tempo di prepararci… a cui non avremmo mai pensato. La rottura improvvisa della quotidianità: questa è la ragione per cui possiamo avvertire emozioni negative (indolenza, tristezza, rabbia, aggressività, ecc.), o notarle nei nostri partner, familiari e amici.

Per superare la crisi da isolamento sarà fondamentale accettare queste prime settimane e le difficoltà emozionali che comportano come un periodo di adattamento psicologico, un passaggio dopo cui potremo riacquisire l’equilibrio necessario per fronteggiare con tutte le nostre risorse il prolungarsi della clausura sanitaria fino a che sarà necessario.

Una priorità assoluta è costruire nuove routine. Infatti, l’interruzione improvvisa della routine quotidiana, individuale e relazionale, rientra senza dubbio tra le variabili implicate nel peggioramento del nostro benessere psicologico. La buona notizia è che  le nostre abitudini sono un fattore controllabile, perciò abbiamo la possibilità di migliorare la nostra resistenza e resilienza al dramma della pandemia.

Un taccuino in cucina. Per esempio, potrebbe servire tenere un taccuino sul tavolo di cucina dove elencare al mattino, da soli o con il/la partner, le cose più importanti da fare entro l’ora di cena. Suddividere le attività in fasce orarie elastiche ma ben definite aiuterà a evitare la tendenza alla procrastinazione, tipica quando si è persa una routine e si ha davanti un’intera giornata da reclusi.

Condivisione e solitudine. Anche se non ce ne rendevamo conto, la vita prima dell’epidemia per la maggior parte di noi “funzionava” anche grazie alla possibilità di poter scegliere di stare da soli, di non condividere forzatamente ogni istante con qualcuno, come sotto il tetto coniugale.

Per evitare che l’isolamento forzato interferisca sugli equilibri familiari può essere una buona idea parlare apertamente con il/la coniuge e i figli della necessità di stare da soli e in silenzio per qualche minuto o più ogni giorno, e bandire la co-presenza continua infestata da domande invadenti come “Che cosa stai facendo?”, “Con chi stai parlando?”, ecc.

Pianificare piccole azioni condivise. Cucinare, organizzare le faccende domestiche, guardare insieme un film o una serie tv, fare un gioco di società, leggere libri e fare esercizi fisici. Queste azioni possono rientrare nell’agenda delle nuove routine dell’isolamento forzato, in modo che ognuno di noi al risveglio abbia un’idea di come scorrerà la prossima giornata di quarantena.

Coltivare le relazioni sociali. Aiutare gli altri e farsi aiutare dagli altri. Mettere in agenda ogni giorno un’ora per telefonare alle persone a cui teniamo e continuare a farlo, indipendentemente dall’umore del momento e dalle reazioni dei nostri interlocutori, contribuisce a ridurre il senso di alienazione, impotenza e solitudine della quarantena.

Uno spazio per piangere. Infine, nella routine da internati della pandemia sarà fondamentale tenere uno spazio per parlare apertamente delle proprie emozioni, per esprimere le angosce e i timori, persino i più irrazionali. Per arrabbiarsi e per piangere.

Come psicoterapeuta, in questo momento storico imprevedibile e angariante prescriverei non meno di venti minuti di sfogo emozionale e di pianto al giorno, perché elaborare le emozioni qui ed ora, senza lasciarle stagnarle sotto una pellicola di ottimismo faticoso ed artefatto, può ridurre veramente il contraccolpo psicologico di questo immensa tragedia.

Cito alla lettera il premio Nobel portoghese per la letteratura José Saramago,  dal suo romanzo “Cecità”, che consiglio a tutti di leggere, come parte della nuova routine nell’isolamento protettivo:

Abbiamo tutti i nostri momenti di debolezza, per fortuna siamo ancora capaci di piangere, il pianto spesse volte è una salvezza, ci sono circostanze in cui moriremmo se non piangessimo.
(J. Saramago)

Enrico Maria Secci
Riproduzione riservata