“La saggezza è lasciar crescere ciò che nasce,
gustare ciò che è maturo
e lasciar perdere ciò che è morto.”
[Keshavjee S.]

*NUOVA USCITA*

*BEST SELLER*

Da non perdere

* Per psicologi e psicoterapeuti

* Per tutte le professioni sanitarie

* Aforismi terapeutici

* Aforismi e metafore

Psicologia della vendetta

Il sentimento della vendetta è legato ad un torto subito, alla trascuratezza, all’abbandono o al maltrattamento, ma può manifestarsi anche quando qualcuno tradisce un’aspettativa o un accordo interpersonale. Una persona che spezza un patto, anche involontariamente, o lede la nostra fiducia in modo grave e ripetuto può provocare un profondo dolore psichico con vissuti di ingiustizia, di riabbia e pensieri pervasivi di vendetta. Continua a leggere

L’amore tossico: quando l’autostima non basta

Sempre più spesso si parla di “relazioni tossiche”, di manipolazione psicopatica e di narcisismo perverso. La consapevolezza di questi temi è come esplosa nell’ultimo decennio, anche perché la sensibilità collettiva è continuamente sollecitata dalle cronache su fatti gravissimi in ambito relazionale come stalking e femminicidi.

Fatti contrassegnati da denominatori comuni e ricorrenti, la dipendenza affettiva e il narcisismo patologico cronicizzati a causa della superficialità con cui, troppo spesso, la società affronta la sofferenza psicologica e relazionale.

Segnali dell’accresciuta attenzione per queste problematiche sono l’aumento della letteratura specialistica e divulgativa sulle love addictions e sui narcisismi, i programmi televisivi d’inchiesta sui delitti di matrice relazionale e la nascita di siti, blog e pagine Facebook dedicate. Continua a leggere

L’avarizia. Cosa si nasconde dietro l’ossessione del denaro

Avarizia, taccagneria, spilorceria, avidità, cupidigia, ingenerosità. Quando il vocabolario offre tanti sinonimi e sfumature per descrivere qualcosa, vuol dire che quel qualcosa è frequente ed è così complesso che abbisogna di più parole per essere indicato.In italiano l’avarizia è descritta anche da locuzioni come “avere il braccino corto” o “essere tirati” e, guardando al panorama dei dialetti incontra un’infinità di modi di dire, tanto da far pensare che l’attaccamento patologico al denaro sia un tratto più che comune dell’essere umani. Continua a leggere

“C’era una volta uno psicoterapeuta …” La realtà della professione, quella vera.



“C’era una volta uno psicoterapeuta che si alzava con gran calma al mattino e che, dopo essersi preparato per la giornata, si dedicava al suo blog, alla sua pagina facebook e al suo profilo su twitter.

Nel suo studio immerso in un’atmosfera rarefatta e atemporale, le giornate trascorrevano leggere come piume e le persone si succedevano una dopo l’altra senza stanchezza, ognuna guarita all’istante dalle parole dello psicologo.

Ormai avvezzo alla potenza della propria magia, la sera, davanti a una tazza di the profumata e lieta come la sua incrollabile abnegazione verso il prossimo, lo psicoterapeuta trascorreva lunghe ore a rispondere a decine di email, a interloquire sui social network su problemi appena accennati, domande sui suoi articoli e sui suoi libri, sempre con flemmatica e determinante vitalità. E, essendo un individuo soprannaturale, riusciva ad aiutare la gente anche su whatsApp, a qualunque ora del giorno e della notte.

Naturalmente, gli capitava di ricevere richieste urgentissime e, talvolta, commenti sgraditi. Ma, siccome era un terapeuta da fiaba, non si sognava di dire “Non posso aiutarla in questo momento” o di replicare a tono e, men che mai, di non rispondere affatto.

Poi, un bel giorno si svegliò e si accorse che era ora di andare a lavorare per davvero. Guardò l’agenda stipata di impegni, di appuntamenti da rispettare, di lezioni da tenere, di libri da finire. Pensò alla settimana futura e alle persone che con lui avrebbero lavorato duramente in studio e, guardando l’Ipad pieno di email, commenti, e delle richieste più disparate, considerò le priorità. Scrisse: “Non posso aiutarla in questo momento” e rispose a tono, o non rispose affatto alle richieste più pressanti e inopportune.

Si guardò allo specchio nell’attimo in cui una persona vera suonò per la prima seduta della giornata, si sorrise, pensò alla bellezza del suo lavoro, per quanto fosse duro e certe volte schiacciante; pensò alla bellezza di quell’incontro e a quanto avrebbe fatto per aiutare quella persona e tutte le altre;  e pensò al suo amore e al dolce ritorno a casa la sera, … e cominciò la sua vera storia di psicoterapeuta.”

Ricevo continue richieste di consulenza online, talvolta davvero pressanti. Alcune mi fanno riflettere, perché presuppongono l’idea distorta che uno psicoterapeuta sia una specie di buontempone che indugia in lunghi e appassionati scambi su internet o un santone che dispensa email chiarificatrici, non avendo altro da fare.

A tratti, qualcuno scambia il mezzo per la modalità e si comporta come se lo psicologo che offre gratuitamente informazioni su Internet attraverso blog o facebook dovesse, per estensione, diventare una specie di consigliere gratuito a distanza o un qualunque amico di social network. Mi rendo però conto che ciò dipende dalla rappresentazione sociale, ancora molto imprecisa, della professionalità dello psicoterapeuta. Infatti, se si dà per scontato che un medico di qualunque specialità sia molto impegnato, non vale lo stesso per gli psicologi e per gli psicoterapeuti, misteriosamente consegnati nell’immaginario collettivo all’inoccupazione e al precariato, o comunque gratuitamente protesi alla consulenza last-minute.

In parte, questa distorsione è responsabilità degli stessi psicologi che, più che in altre specializzazioni sanitarie, si deprezzano con “colloqui gratuiti” e sconti da outlet ma, bisogna che qualcuno lo dica, un professionista non fa sconti da grandi occasioni (fanno eccezione le campagne nazionali promosse dall’Ordine degli Psicologici), non ammicca online, non ha risposte da cook-book da offrire sulla bacheca di face book o sulla messaggistica privata.

Personalmente, lavoro a tempo pieno in studio, seguo decine di persone a settimana a cui dedico totale attenzione e massimo impegno e, come sa chi segue il blog, da anni l’accesso alle terapie nel mio studio è regolato da liste di prenotazione. Inoltre, tengo vivo il mio impegno editoriale e didattico, oltre al tempo dedicato allo studio e all’aggiornamento professionale. E poi, dato che ho bisogno di un equilibrio emotivo, ho una vita privata.

Così, anche se faccio del mio meglio per aggiornare i miei siti e i profili social, come essere umano non posso far fronte alle richieste e, in alcuni casi, alle pretese di consulenza che mi arrivano dalla Rete. In tutto questo, intendo affermare una cosa semplice: lo psicoterapeuta non è una macchina, e tanto meno è una “macchina della verità”, una slot-machine da avviare con un messaggio o un confessore a ore, più o meno virtuale.

Quello che trovate qui o su facebook è quello che posso e sento di fare per stimolare la riflessione su temi psicologici e per divulgare argomenti di psicoterapia. In nessun modo i miei contenuti, così come la lettura di forum o libri possono sostituire l’esperienza di una psicoterapia vera e in vivo.


Come smettere di fumare

Oltre 6 milioni le vittime del tabacco nel mondo ogni anno. Blog Therapy contribuisce alla Giornata Mondiale Contro il Tabacco con questo articolo, che suggerisce piccole ma efficaci strategie per smettere.

 

Uno degli inganni che ci rende schiavi del fumo è contenuto nell’idea errata che si possa fumare una singola sigaretta e limitarsi a quella. Come sostiene Allen Carr, autore del libro anti-fumo più venduto del mondo,una sola sigaretta non esiste. Se ne guardi una attentamente puoi accorgerti che contiene un multiplo indefinibile di sé come fosse un oggetto stregato e che ti rovinerà la vita.

La consunzione psicologica da fumo.In occasione della giornate mondiale contro il tabacco si parla delle morti che causa, 6 milioni l’anno, ma non si dà spazio sufficiente alle dimensioni di un danno ancora più enorme e drammatico alla persona: la consunzione psicologica. Il fumatore è un malato cronico che si sveglia la mattina già stanco e di malumore, che è costretto a interrompere di continuo il flusso delle proprie azioni e dei propri pensieri per produrre una combustione di cui inalare i fumi disgustosi e venefici.

Chi fuma ha sempre un problema in più di chi non lo fa, è più infelice e più irritabile, è più fragile e rischia di continuo la crisi di nervi se non ha abbastanza sigarette o non ne ha affatto, se si può fumare o meno nel luogo in cui si trova, se gli altri disapprovano la sua  “abitudine” e così via. Fumare può alterare l’umore e peggiorare la regolazione delle emozioni rendendoci pericolosamente instabili, soprattutto nelle situazioni stressanti. Questa forma di consunzione psicologica si produce con gradualità impercettibile ma inarrestabile e può trasformare un’esistenza normale in una schiavitù silenziosa.

Smettere è come salire una scala. Chiunque abbia provato a smettere di fumare o abbia smesso e poi ripreso conosce a proprie spese gli ingranaggi della trappola: più ci si illude  di fare “solo un tiro” e più si scivola nel gorgo di migliaia di sigarette, una dietro l’altra, ciascuna meno soddisfacente della precedente eppure necessaria a placare la dipendenza fisica e la frustrazione che ne deriva. Quindi il primo requisito per salvarsi è farsi davvero pena: riconoscere quanto sia ridicolo e pazzesco il giogo della nicotina e quanto siamo fuori controllo. Il secondo requisito è sapere che probabilmente un solo tentativo fallirà. In realtà, ogni tentativo non riuscito rappresenta un gradino superato sulla scala della liberazione definitiva.

A furia di sperimentare l’odioso e perverso ricatto del fumo, individueremo quei comportamenti che ci tengono incollati alla sigaretta e li tranceremo per sempre con decisione e con soddisfazione. Una di queste condotte  è indubbiamente l’illusione di controllare l’assunzione di una droga potente e letale come la nicotina: è impossibile farlo senza sottoporsi al continue e fastidiose privazione. Quando la dipendenza è davvero patologica come nel caso del fumo (ma non solo) non esiste un continuum di utilizzo: o si assume la sostanza o non la si assume. Punto e basta. Al di fuori di questo, chi si promette di fumare meno o di ridurre il fumo sino a smettere dovrebbe denunciare per truffa il proprio cervello.

Per riuscire a smettere bisogna pensare in termini di ore e frazionare gli obiettivi in modo chiaro e misurabile. Un primo obiettivo può essere smettere per 4 ore e concentrarsi su che cosa succede sul piano fisico e psichico se non inspiriamo più nicotina al ritmo abituale: basta questo per riconoscere con chiarezza quanto siamo dipendenti. Ma la prova del 9 è proporsi di smettere per tre giorni. Dopo tre giorni il corpo ha smaltito quasi interamente la nicotina e il tasso di dipendenza fisica è molto ridotto. Perciò si sperimenta una vera e propria rinascita energetica che dimostra quanto le sigarette debilitino e dissipino la vitalità. A quel punto il gioco è quasi fatto: basta semplicemente continuare a non fumare per un mese e si è salvi, a condizione di aver capito con chiarezza che non ci si sta privando di nulla e che una sola sigaretta vuol dire anni e anni di sigarette, di alito pesante, di puzza, di malumore, di file ai tabacchini, di spreco di denaro e così via.

Tre elastici al polso. Quando avrai deciso di smettere, procurati tre elastici di colore diverso, semplici elastici da ufficio abbastanza larghi da essere comodamente indossati al polso destro. Ognuno rappresenta “un giorno senza fumare” e potrai liberartene solo in sequenza, di 24 ore in 24 ore. Quando leverai il terzo elastico sarai finalmente libero di scegliere di non fumare e di riprenderti la tua vita. Ma già sfilando il primo, 24 ore senza fumare, avrai chiarissimo che il tuo corpo sta meglio e che la voglia di continuare a intossicarti è in realtà un obbligo dettato dalla nicotina ai tuoi circuiti cerebrali che ne sono diventati schiavi molto rapidamente.

Qualcuno potrebbe osservare:”Ma è ridicolo, come posso andare in giro con tre elastici al polso?”. Non è meno ridicolo che ciucciare fumo maleodorante e disgustoso da un cilindro di carta saturo di tabacco. E comunque, gli elastici possono ricordare con esattezza l’impegno che hai preso con te stesso per incominciare a salire la scala che ti libera dall’abisso del fumo: tre giorni senza fumare.

Una dipendenza somatosensoriale. Ricercatori americani e europei hanno recentemente scoperto che, oltre alla dipendenza legata all’assunzione di nicotina, la grande resistenza a guarire della malattia da tabacco sia da ricercare in un complesso di associazioni cerebrali rinforzate dalla ritualità implicata nel fumare. Prendere la sigarette, sfilarla dal pacchetto, metterla in bocca, far scattare l’accendino sono comportamenti che si collegano l’uno all’altro rigidamente e rinforzano i sintomi d’astinenza e la dipendenza a livello neuronale. Così il compiere o verder compiere determinati gesti legati al consumo di sigarette può indurre in chi cerca di smettere un forte desiderio di fumare dovuto all’attivazione di aree del cervello visive e motorie che nulla hanno a che vedere con la nicotina. Ciò spiega come mai l’assunzione di surrogati a base di nicotina non funzioni che in minima parte: stimoli motori e visivi disseminati nell’ambiente possono scatenare sintomi di astinenza nel fumatore compensato chimicamente con la nicotina perché i meccanismi che alimentano e mantengono la malattia sono più complessi e più “globali” di quanto per anni si è creduto fossero.

Smettere subito. Nella giornata mondiale contro il tabacco è fondamentale ricordare che non esiste un periodo “più giusto” di altri per riprendere a non fumare. E’ inutile aspettare che si creino “le condizioni favorevoli” per tollerare l’astinenza perché queste condizioni sono illusorie. Il momento giusto è subito. Oggi le i centri antifumo d’Italia sono aperti per aiutare tutti quelli che desiderano a guarire in fretta e per sempre dal tabagismo.

Leggi anche: Risorse gratuite per “Smettere di fumare”

Enrico Maria Secci

 

 

 

 

Psicologia dell’invidia. Sentimento umano e sintomo di disequilibrio




L’invidia è un sentimento umano e, come tale, è nota ad ognuno di noi. Infatti si tratta di una dinamica emotiva precoce, spesso risalente all’infanzia e all’adolescenza, quando il confronto con gli altri, necessario alla costruzione dell’identità, può risultare frustrante e produrre transitoriamente sensazioni di inadeguatezza e di rabbia.

Come vissuto emozionale primario, l’invidia può essere identificata col desiderio di avere qualcosa che un altro ha,  qualcosa che non si riesce ad avere o ad essere in rapporto a un altro individuo; l’impotenza data dal desiderio insoddisfatto viene, nell’invidia, trasformata in sentimenti distruttivi verso la persona percepita come rivale e può generare azioni indirettamente o deliberatamente dannose per l’altro.

Con l’evoluzione della personalità, l’individuo impara a riconoscere l’invidia come disfunzionale e negativa e ad arginarla attraverso la costruzione di un Sé sicuro, un Sé che non vive gli altri come minaccia e lavora per realizzare obiettivi attraverso le proprie risorse. Continua a leggere



Comunicare la separazione ai figli




Comunicare la separazione ai figli è una tappa obbligata nel doloroso percorso di una coppia che finisce. Oltre alla complessità delle emozioni vissute a livello coniugale, rabbia, fallimento e paura, i partner attraversano sentimenti di inadeguatezza, di vergogna e di colpa verso i figli, soprattutto se bambini e/o pre-adoloscenti. La totalità dei genitori che si separano affronta un doppio lutto segnato da ambivalenze e indecisioni, un lutto complicato da interrogativi e dilemmi su come affrontare la questione con i bambini. Cos’è giusto dire? Quale atteggiamento da tenere? Come proteggere la prole dalle conseguenze della rivoluzione emotiva che sono costretti a subire?

Continua a leggere



Superare l’ansia e gli attacchi di panico

L’ansia è senza dubbio il disturbo psicologico più diffuso. Secondo le statistiche, colpirebbe oltre 8,5 milioni italiani ed è responsabile del consumo crescente di farmaci psicoattivi, non solo nel nostro Paese.
Nel linguaggio comune la parola ansia individua un generico, ma pervasivo, stato di agitazione, di preoccupazione e di paura connotato da sintomi fisici di varia intensità. Tali sintomi irrompono all’improvviso e possono perdurare per ore, o manifestarsi con crisi acute, brevi e ripetute, sempre senza apparente ragione.

Da un punto di vista clinico, l’ansia individua una famiglia di disturbi: l’ansia generalizzata, il disturbo da attacchi di panico, la fobia sociale, l’ipocondria, le fobie specifiche ed è parte di altri quadri diagnostici come il disturbo post-traumatico da stress e la depressione. Continua a leggere

I volti del narcisismo

Parlare al singolare di narcisismo è riduttivo e sbagliato. Da decenni il termine è usato in modo intercambiabile per definire un disturbo della personalità o solo un tratto della personalità, e si parla di “ferite narcisistiche”, “trauma narcisistico” o di difese narcisistiche in un’accezione patologica e patologizzante mentre non esiste ancora oggi una definizione unanime del narcisismo.

In realtà il narcisismo come patologia tout court non esiste e il disturbo narcisistico di personalità potrebbe essere eliminato dal prossimo Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, il DMS V. Purtroppo la psicologia narcisistica si articola su tali e tanti piani da risultare sfuggente alla nosografia psichiatrica che ha bisogno di riferimenti “certi” e non ambigui per operare diagnosi; inoltre, il narcisismo patologico che non procura sofferenza alla persona che ne è affetta ma solo a quelle con cui viene in contatto risulta difficilmente collocabile tra le psicopatologie.

Una visione plurale. La questione può essere affrontata rinunciando alla rassicurante e univoca etichetta di “narcisista” in favore di un discorso plurale e multidimensionale sui “narcisisti”. Perché una singola categoria non può contenere, declinata al singolare, luniverso narcisistico che è sempre molteplice, cangiante e affascinante, persino quando deraglia nelle perversioni della dipendenza affettiva.

Tra gli autori più interessanti e attuali, Wendi T. Behary (2012, Disarmare il Narcisista Perverso, Edizioni ISC) propone tre tipologie di narcisismo: il narcisismo sano, il narcisismo maladattivo nascosto e il narcisismo maladattivo manifesto.

Il narcisismo sano descrive un individuo complessivamente adattato e capace di compensare l’egocentrismo con empatia, generosità e altruismo. Non solo il narcisista sano é inoffensivo nelle relazioni sentimentali ma viene riconosciuto dagli altro come risorsa e come leader.

Il narcisismo nascosto. Il narcisista nascosto si presenta come un virtuoso, come un paladino della giustizia, un eroe che difende la giusta morale e persegue la retta via in un mondo di ingrati e di ignoranti. È rigidamente votato alla missione di apparire migliore degli altri denigrandoli per le loro debolezze e per i loro errori.

Il narcisismo manifesto. Il narcisista manifesto vive in uno stato di auto-esaltazione e nella costante ricerca di approvazione altrui. Si interessa unicamente a chi lo convalida e distrugge o ignora tutto ciò che potrebbe mettere in crisi la sua aura (molto spesso immaginaria) di fascino e grandiosità.

Infinite sfumature narcisistiche. Le tipologie descritte sembrano appartenere a un continuum, a uno “spettro narcisistico” che va dalla polarità ‘sana e funzionale’ alla polarità ‘maladattiva’. All’interno di questo continuum si collocano infinite sfumature narcisistiche. Si capisce meglio, così, la necessita di ‘pensare al plurale’ per svincolarsi dal ginepraio della dipendenza affettiva. Non tutti i narcisisti, insomma, sono pericolosi. Anzi, quelli “sani” possono essere meravigliosi poeti, artisti, manager, medici impegnati o leader straordinari, e non nuocere mai ad altri. Occorre invece imparare a riconoscere i volti violenti del narcisismo maladattivo nascosto e manifesto, e lavorare per interrompere la loro drammatica influenza nelle relazioni affettive e sentimentali e la loro più radicale conseguenza: la dipendenza affettiva.

Smascherare il narcisista perverso. Per smascherare il narcisista perverso è utile innanzitutto considerare due variabili: l’autostima e la socialità. Nel narcisista perverso più pericoloso le due dimensioni sono inversamente proporzionali: l’autostima si esprime soprattutto con l’autoesaltazione e l’ostentazione di sé, la pretesa del controllo assoluto, la critica feroce e tranciante; la socialità, invece è vuota e limitata, anche questa esibita dove possibile eppure formale, superficiale e falsa. Il narcisista perverso non si interessa agli amici, a meno che non gli tornino utili e considera letteralmente invisibili le persone con le quali non può agire il ruolo del magnifico predatore. Per esempio, i narcisisti perversi maschi eterosessuali disconfermano completamente gli altri maschi, si comportano come se non esistessero, e quasi mai riescono a intrattenere rapporti d’amicizia disinteressati e autentici; vale lo stesso per le narcisiste perverse: si sentono odiate e invidiate dalle altre donne, a cui –a differenza dei colleghi maschi che tutt’al più ignorano i potenziali rivali – tendono a contrapporsi con astio e aggressività.

Quanto più è elevato il livello di autoesaltazione e, allo stesso tempo, basso il livello di socialità, tanto più il narcisismo di polarizza sul versante disadattivo del contiuum narcisistico.

Anche se il narcisista perverso sembra inconsapevole della propria inadeguatezza sociale e della sua solitudine, a qualche livello avverte con angoscia il suo isolamento, se ne vergogna e mente abitualmente per nasconderlo.

Una prima indicazione per smascherarlo, dunque, è imparare a fare domande sulle sue relazioni, sui suoi amici, sulla sua famiglia facendolo con delicatezza, rispetto ed empatia ed evitando l’effetto-interrogatorio. Più il narcisista è perverso, più sarà elusivo, brusco, evitante, violento o punitivo.

Più è perverso, più cercherà di divincolarsi troncando di netto la comunicazione, oppure ribaltando il discorso sull’interlocutore e colpevolizzandolo per la sua inappropriata e volgare curiosità.

Enrico Maria Secci, Blog Therapy 

Coppie gay: coppie e basta.



Una coppia gay è una coppia. E’ una coppia autentica e completa malgrado l’aggettivo “gay” smuova vortici di preconcetti e di stereotipi che relegano i rapporti sentimentali tra persone dello stesso sesso al rango di relazioni fugaci e tormentate, nulla a che fare con l’idillio d’amore che unirebbe la “coppia legittima e sovrana”, quella eterosessuale. La distorsione di fondo, l’errore che molti fanno, è assimilare l’amore che lega due uomini o due donne a quello che unisce partner di sesso diverso. Si tratta di un punto di vista etero-centrico che rappresenta la coppia gay come una copia dell’”originale” uomo-donna, come un prodotto di serie B, una pantomima in cui la relazione omosessuale imita nei ruoli, nelle regole e nelle dinamiche le unioni eterosessuali. Nulla di più sbagliato. La coppia gay è una coppia autentica nel senso che persegue gli stessi obiettivi di stabilità, impegno, appartenenza, intesa e fiducia della coppia etero, ma affronta problemi completamente diversi e si evolve, sul piano psicologico ed emotivo, in modo radicalmente differente.

Una differenza fondamentale. Nella coppia omosessuale “maschio” e “femmina” non esistono: non esistono quelle distinzioni nette che, a causa alla cultura vigente, orientano, rassicuranti, l’incontro tra persone di sesso diverso. Le persone omosessuali crescono, loro malgrado, senza l’imponente supporto psico-educativo dedicato ai coetanei etero e perciò partono da zero nella costruzione di un rapporto amoroso. Nella coppia gay nulla è codificato a priori e questo può determinare un’iniziale instabilità sconosciuta ai partner eterosessuali. Più di quanto accade nella relazione tra uomo e donna, i partner omosessuali affrontano l’uno attraverso l’altro un percorso congiunto di scoperta delle rispettive identità e devono sciogliere i nodi di un’affettività spesso coartata e limitata da paure, incertezze e ambivalenze radicate sin dall’infanzia.

La (de)legittimazione familiare e sociale. La coppia gay, a causa della segregazione culturale che ancora colpisce l’omosessualità, non gode generalmente della legittimazione delle famiglie d’origine dei partner e fatica a affermarsi oltre una cerchia sociale ristrettissima. Così dove la coppia eterosessuale trae incoraggiamento e supporto, il suo corrispettivo gay incontra il muro dell’incomprensione e l’ostracismo del pregiudizio. Accade raramente che coppie omosessuali pluriennali e stabili conquistino un’accettazione aperta e piena da parte di genitori, famiglia e amici; mentre nel corso della relazione gay può intervenire un impoverimento della rete amicale dovuta al bisogno di tutelare la coppia da chi potrebbe giudicarla negativamente. Ne consegue il pericolo dell’isolamento sociale, con ripercussioni pratiche sulla vita di coppia come il rischio di una routine di solitudine a due che può all’inizio consolidare il rapporto ma a lungo andare , in assenza di stimoli e del confronto con l’esterno, rischia di logorarlo.

Il primato assoluto del sentimento. Un’altra ragione per cui è necessario evitare di assimilare la coppia etero e la coppia gay è che la prima può proseguire nella genitorialità e la seconda, in genere, non si struttura intorno a questa prospettiva, anche a causa del divieto sociale e politico perché ciò avvenga. Il progetto di procreare e la sua realizzazione prolunga la vita della relazione tra uomo e donna, spesso anche dopo che il sentimento d’amore si è affievolito o spento: nell’amore per i figli si ricerca una strada nuova e si rintraccia un “senso” per andare avanti. Ciò non avviene tra uomini o tra donne: la sola cosa che li tiene insieme negli anni è l’amore e la capacità di alimentare un’identità di coppia. Finita la fase dell’innamoramento, i partner gay hanno bisogno di elaborare una progettualità comune, pena la progressiva erosione del legame. E questa è indubbiamente la caratteristica che determina una netta differenza psicologica tra coppie etero e omosessuali.

Un pregiudizio diffuso è che le relazioni gay siano più instabili, più infedeli e “superficiali”. Prevale la rappresentazione distorta di gay ossessionati dal sesso e sessualmente promiscui, ma è un’immagine parziale e, quindi, erronea di persone che perseguono in realtà il desiderio di vivere l’amore e la coppia malgrado il contesto socio-culturale ostacolante in cui si muovono. Sappiamo quanto sia complicato stabilizzarsi all’interno di una relazione appagante per una persona eterosessuale, nonostante abbia goduto sin dall’infanzia di modelli di riferimento e dell’incoraggiamento costante a esprimere le proprie emozioni e la natura delle proprie inclinazioni. Ecco, per gli omosessuali conquistare un equilibrio a due, è reso spesso doppiamente difficile da un’educazione sentimentale colpevolizzante e scoraggiante. E il percorso che conduce a un’identità matura e all’affermazione dei propri bisogni affettivi è irto di incontri sbagliati, di paura, di indecisione e ingombro delle ortiche gettate dal “senso comune” e dagli stereotipi.

Tuttavia, le coppie gay sono una realtà diffusa e peculiare: si amano, lavorano, comprano appartamenti, viaggiano insieme, si sostengono, progettano un futuro, cercano e trovano la felicità. Affrontano le difficoltà e i conflitti della coppia come accade nelle corrispettive coppie etero, litigano, si separano, soffrono e si riappacificano più forti di prima o si separano lasciando ai partner il compito di imparare dagli errori fatti e ricominciare la ricerca dell’amore. Al di là delle differenze e del pregiudizio vigente, non c’è alcuna ragione per infliggere alla coppia gay l’impietosa etichetta di surrogato, con tanto di data di scadenza e precauzioni per l’uso. Differenza non vuol dire “minor valore”, “delegittimazione”, “patologia”. Eppure lo stigma sociale apposto sulle unioni omosessuali è ancora opprimente ed è causa di ciò che considera conseguenza: la difficoltà delle persone omosessuali a vivere il proprio diritto all’amore. Sarebbe ora di dire basta. Sarebbe ora di dire che le coppie gay sono coppie e basta e che, in quanto tali, necessitano dello stesso rispetto, dele stesse garanzie politiche e della stessa apertura sociale di cui godono le coppie eterosessuali.