“La saggezza è lasciar crescere ciò che nasce,
gustare ciò che è maturo
e lasciar perdere ciò che è morto.”
[Keshavjee S.]

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I vissuti dell’abbandono (terza parte)

Continua da “I vissuti dell’abbandono” *prima parte e **seconda parte

Rabbia

La fase della rabbia arriva come un balsamo su una ferita, brucia ma disinfetta, duole. ma prepara alla guarigione. Quando riusciamo a riconoscere la crudeltà malcelata che l’amato/a ci ha deliberatamente inflitto, siamo sulla strada della consapevolezza. L’altro non è la figura angelicale cui ci aggrappiamo, non è del tutto buono e sincero come lo abbiamo creduto e che lui stesso vuole credere di se stesso.

È probabilmente un individuo confuso, sofferente, scompensato, un bambino che ha gettato via rabbiosamente noi e la relazione perché incapace di reggere le responsabilità crescenti, l’impegno nel risolvere le difficoltà e non ha avuto il coraggio di affrontare contrasti e differenze nel modo costruttivo necessario perché l’amore evolva e la relazione maturi.

Ecco la rabbia: nessuno può permettersi di trattarti come un sacco della spazzatura, nessuno può farti ingollare pillole dorate pur di sfuggire alla realtà dei suoi problemi, come ha fatto a lungo prima di scoppiare travolgendo te, la tua vita, i tuoi sentimenti senza alcun riguardo, senza il minimo preavviso.

La prima conseguenza della rabbia è cercare di rincontrare il partner per parlare dell’accaduto e affrontarlo con fermezza. L’auto-colpevolizzazione è finita, l’ossessione del tradimento è sullo sfondo e ora l’attenzione si focalizza finalmente sull’artefice del brutale distacco. Ma se ci si attende che informare il partner supernova della nostra rabbia possa smuovere le acque e aiutarci a ricavare le vere motivazioni all’abbandono, prepariamoci a ricevere un’altra delusione. Lui/lei si chiuderà in se stesso/a ancor più, accusandoci per la nostra “aggressione” e ripetendo le sue ragioni:

  • “… i miei sentimenti per te sono cambiati e non so perché.”;
  • “ … non ho avuto il coraggio di parlarti prima perché non volevo che soffrissi.”;
  • “ … ho cercato di salvare il rapporto, ma poi sono scoppiato/a”.

Chi non sia coinvolto nella scena può facilmente cogliere l’infantilismo disarmante di queste affermazioni, può riconoscere nell’espressione cerea e vacua del/della supernova le conseguenze di una profonda inibizione emotiva e avvertire nella rigidità del suo corpo e nella monotonia dell’eloquio i segni di un disagio psicologico che, ora che l’amore è finito, può palesarsi dopo anni di repressione e di mascheramento.

Grazie alla rabbia il/la partner abbandonato/a, inizia a intuire che le cause del dramma vanno al di là della relazione e tangono appena i suoi “errori”, trascuratezze o atteggiamenti “sbagliati”. Ma chi ha abbandonano non ha ancora, o non avrà mai, questa consapevolezza e continuerà a reiterare le tesi della casualità e del disastro accidentale.

Messo alle strette potrebbe contrattaccare e tentare alcune spiegazioni:

  • attribuire il “botto” a differenze valoriali, un tempo considerate preziose – e lo erano! – differenze diventate (silenziosamente!) insopportabili;
  • “confessare” una perdita del desiderio dell’intimità sessuale, anche questo sottaciuto per mesi;
  • accennare a episodi di incomprensione avvenuti negli anni, che all’insaputa del/della partner, non sarebbero stati realmente risolti.

Queste false piste offerte alla “vittima” come possibili cause del fulmineo disamore hanno lo scopo, per lo più inconscio, di attenuare la rabbia e, di nuovo, evitare la possibilità di un confronto autentico. La manovra di chi lascia, a questo punto, è quella di ridistribuire le responsabilità, così da togliersi dall’assurdità della situazione creata, che non è più sostenibile per entrambi.

In una coppia sana, in una coppia terrestre, le pur esili motivazioni fornite potrebbero avviare un processo di riparazione congiunto, portare a riconsiderare la separazione immediata e prendersi del tempo insieme per affrontare la crisi o costituire le premesse per una psicoterapia di coppia. Ma il/la  partner supernova rigetta quasi sempre ogni opzione, di nuovo con argomentazioni puerili: “Non me la sento”, “Finché le mie emozioni per te rimangono queste, è tutto inutile”.

L’effetto è quello di gettare palate di cenere sul fuoco della rabbia dell’altra/o e ricondurla/o a una situazione di blocco, di impotenza e di frustrazione. Il risultato è quello costernante di un’implicita e sostanziale non-definizione del rapporto, confermata da una pletora di comunicazioni contraddittorie dal soggetto supernova che seguiranno l’esplicitazione della rabbia del compagno/a abbandonato/a:

  • sms o telefonate “interlocutorie”, come se nulla fosse accaduto;
  • brevi messaggi di “buongiorno”, qualche “ti voglio tanto bene”;
  • l’invio di “ambasciatori”, amici o parenti, con la consegna indiretta di testimoniare la prostrazione in cui la rottura che ha voluto lo/la sta gettando;
  • l’utilizzo di social network per manifestare il dolore e la costernazione per il distacco “inevitabile”.

Attesa

Se la “vittima”, a questo punto, non ha la prontezza di sottrarsi al buco nero che si sta creando dopo l’esplosione del rapporto e se non trova la forza di opporre all’ambiguità dell’amato il bisogno di definire con chiarezza confini interpersonali congruenti con la “scelta” dell’altro, corre i rischi del congelamento emotivo e della dipendenza affettiva.

Compiere questa definizione significa assumersi a pieno la responsabilità di adeguare la relazione alla dichiarazione di “fine dell’amore” fatta, e ripetuta, dal partner: niente più contatti, messaggi, telefonate, incontri “chiarificatori”. Finire e basta.

Così va quando le coppie adulte si separano, soprattutto quando uno dei due non ha avuto il tempo o la possibilità di elaborare il trauma. Senza più pensare al passato perduto o al futuro, magari a un’amicizia dopo il crollo del legame amoroso, chi subisce l’amore supernova e la sua magmatica assenza di senso può salvarsi attraverso l’impegno e la responsabilità di interrompere ogni comunicazione o contatto con l’ex.

Ufficializzare la fine, integrarla nella propria vita e muoversi di conseguenza richiede un grado di consapevolezza e un equilibrio notevoli. Sono risorse spesso carenti in chi attraversa lo shock della perdita e vive nel pieno le contraddizioni della crisi con un’incredulità al limite dell’ingenuità. La speranza che prima o poi l’amato/a si ravveda e ritorni nel nido, la speranza di poter rimediare attraverso il dialogo, attraverso la comprensione e la compassione reciproche diventano un tarlo.

Così arriva la fase dell’attesa, caratterizzata dalla disciplina, dal silenzio paziente, dal desiderio. L’attesa di un ritorno tanto magico quanto è stato nefasto l’abbandono conduce a comportamenti al limite del supplizio.

Ho conosciuto uomini e donne che hanno rinunciato per mesi ad uscire di casa sopraffatti dagli attacchi di panico, ostaggi dell’apatia, soggiogati dalla disperazione. Persone che, al di là della propria consapevolezza, hanno continuato a presidiare la casa come un nido, sconsolatamente, nell’inconscio anelito del ritorno.

Quanto più la storia supernova rimarrà inspiegabile, tanto più è probabile che il trauma, inizialmente conclamato da insonnia, scoppi di pianto, depressione e angoscia, diventi silente e continui a distruggere, mentre l’individuo si sforza di apparire sereno agli altri, ma soprattutto a se stesso. La fase dell’attesa, infatti, prevede una sorta di mascheramento, di maquillage psicologico finalizzato a rendersi appetibili all’ex, che non sopporta veder soffrire la “vittima”.

L’attesa comporta un rituale macabro di seduzione che porta l’abbandonato a identificarsi inconsciamente con le modalità di nascondimento e negazione delle emozioni tipiche del funzionamento supernova.

Congelamento emotivo

Il congelamento emotivo che colpisce i partner abbandonati all’improvviso è un processo che si sviluppa gradualmente dopo la chiusura brutale, mano a mano che la persona, non avendo altre opzioni, si rimbocca le maniche e cerca di andare avanti nella vita senza tuttavia aver costruito dentro di sé una narrazione coerente e funzionale del trauma subito.

Con molta fatica, riprenderà a frequentare gli amici, ad andare a cena e al cinema, a viaggiare, continuerà a lavorare e a occuparsi dei propri affetti, ma si sentirà profondamente cambiata. Incapace di affrontare situazioni nuove, nuove relazioni senza una sorta di inibizione, un ineludibile disinteresse simile al sentimento di anedonia sperimentato dopo l’abbandono, ma schermato dalla razionalizzazione. Chi resta emotivamente congelato dopo un amore supernova diventa intransigente, mellifluo, incostante. Può diventare grigio, cinico, giudicante e, talvolta, si rende conto di vivere la propria esistenza come se ne fosse “fuori”. Nessun coinvolgimento è più possibile dopo che abbiamo guardato coi nostri occhi impotenti il suicidio di un amore palpitante di piena vita. Più o meno consciamente, il trauma non elaborato produce la comparazione continua della figura idealizzata dell’ex-partner e della relazione con gli incontri e le nuove conoscenze, che risultano sempre perdenti al confronto. Si potrebbe dire che, in qualche modo, la “vittima” dell’amore supernova finisca per identificarsi con partner che l’ha abbandonata, rivolgendo agli altri il medesimo vuoto emotivo, la stessa apatia, la stesso “immotivato” disinvestimento dagli affetti.

Questo stato di ibernazione emozionale può impedire o complicare lo sviluppo di rapporti successivi, a volte l’intensità del trauma modifica la rappresentazione dell’amore: da luogo sicuro a labirinto di botole, da nido a pozzo. Chi è stato lasciato nel malo modo delle supernova può, senza accorgersene, scivolare nel cinismo, nel fatalismo e nell’invidia, ma soprattutto rimanere imbrigliato in uno stato inconsapevole di “vedovanza bianca”, un’amarezza che si esacerberà dopo ogni contatto e/o notizia dell’ex, ad ogni festa comandata, ai compleanni e agli anniversari perduti, senza soluzione di continuità.

Enrico Maria Secci, Blog Therapy
Riproduzione riservata

I vissuti dell’abbandono (seconda parte)

Continua da “I vissuti dell’abbandono” (prima parte)

Paura del futuro

Una coppia strutturata e sana costruisce una quotidianità cadenzata da abitudini, piccoli rituali e progetti futuri: le coccole al risveglio, la colazione insieme, il prossimo viaggio, la casa, gli arredi, gli inviti agli amici, ecc. Quando l’amore supernova esplode distrugge in un istante ogni sicurezza e annulla la rappresentazione del futuro. Così, diventa difficile, se non impossibile, pensare al domani e l’individuo è assalito dalla paura della solitudine che gli mostra una vita arida, vuota, e azzera la percezione delle sue qualità e dei suoi valori diventati inutili perché ormai rigettati dalla persona amata.

E poi, ci sarà un’altra persona? Chi potrebbe prendersi lo scarto di un altro/a?

Ancora questo sentimento di svalutazione profondo, mortifero e mortificante, funge da amplificatore degli effetti del trauma abbandonico ingigantito dal silenzio del partner.

Dopo un amore supernova il futuro appare terrifico, perciò la “vittima” sceglie inconsciamente di annullarlo dentro di sé: non ci sarà niente, nessuno. Non si è più nulla, non si è più nessuno dopo che l’amore della tua vita ti abbandona senza riguardo e senza onore. La rottura improvvisa corrisponde a un tradimento del patto di lealtà alla base di ogni relazione adulta, sana e funzionale. Se ti abbandonano senza un perché, ti senti indegno di futuro, perdi la speranza e vorresti fermare il tempo nella convinzione che tutto sarà impossibile, ora che hai perso l’amore. Quando l’amore ti lascia senza un perché, il tempo si ferma. Assieme al tempo vuoi fermare il mondo, dimenticarlo, morire. Non c’è più futuro, e la paura del futuro corrisponde alla volontà di impedire il futuro, dato che il trauma è troppo doloroso e potrebbe moltiplicarsi con l’avanzare dei mesi.

L’imponderabile ferisce sempre i cuori, li spezza, li spaventa. La radice della paura del futuro che affligge i cuori spezzati dall’abbandono consiste nell’esaurimento della speranza. Senza speranza, il futuro cessa. Nella circostanza del distacco le “vittime” preferiscono rinunciare al “poi”, all’“oltre” l’amante supernova perché così lo tengono vivo in se stesse, anche se nel lutto. Dopo uno shock così assurdo e violento, pensano che innamorarsi non sarà più possibile.

Auto-colpevolizzazione / Vittimismo

La seconda fase emotiva dopo l’abbandono è la colpa. In assenza di elementi chiari e predittivi della rottura del legame, chi è lasciato comincia un cruento processo a se stesso. Scandaglia la storia momento per momento e si concentra su situazioni che potrebbero spiegare il perché di un rifiuto così brutale.

Nel fitto setaccio della colpevolizzazione finiscono eventi minimali: piccoli errori, lievi dimenticanze riconosciute tali anche dal partner come episodi di calo del desiderio, battute “sbagliate” e lievi incomprensioni.

Come nel gioco enigmistico “unisci i puntini”, pur di trovare un senso all’abbandono, la “vittima” perviene a una visione negativa di sé. Troppo egocentrica, troppo egoista, troppo estroversa o, viceversa, troppo introversa. Antipatica, ottusa, presuntuosa, intrattabile. Ecco le “risposte”, disfunzionali ma pur sempre risposte: l’altro non ci sopportava più perché siamo persone indegne.

Come se non bastasse, la furia inquisitoria si sposta sul corpo, indugia insultante sulle rughe, sulla forma del naso, su eventuali chili di troppo o sull’eccessiva magrezza, sull’odore della pelle. La condanna è inappellabile, lo specchio diventa nemico e il senso di bruttezza che colpisce la persona diventa tortura quotidiana, insicurezza, disistima totale.

In questa fase la mancanza del partner è atroce, un’assenza continuamente evocata dagli oggetti comprati assieme, dai vestiti, dai regali, dalle fotografie. Il letto vuoto fornisce la prova schiacciante dello sfacelo e non di rado si finisce a dormire su un divano o su una branda. Ma l’auto-punizione non finisce qui e si serve dei social network, di WhatsApp e di altri servizi di messaggistica per continuare a umiliare e distruggere.

Giornate intere e notti interminabili a scandagliare le attività online dell’ex-partner, indagini volte a individuare elementi utili a rafforzare la tesi della propria inadeguatezza e indegnità non fanno che aggravare lo scompenso psicologico causato dal trauma.

La fase della dell’auto-colpevolizzazione non può protrarsi a lungo, perché la quantità di “prove” raccolte contro se stessi comunque non giustifica l’entità della pena subita. Anche la persona più intransigente con se stessa fatica a sostenere la tesi che l’esplosione dell’amore supernova sia avvenuta per via di un’opinione indigesta, vaghi episodi di tensione o piccoli battibecchi. Allora comincia una nuova fase, la fase del sospetto e dell’ossessione segnata dal dubbio del tradimento.

Ossessione / Sospetto

Il tradimento è senza dubbio tra le principali cause di separazione e divorzio, ma non negli amori supernova, dove, se avviene, è più conseguenza che causa della fine improvvisa. Infatti, le relazioni supernova sino all’ultimo sono caratterizzate da un forte patto di lealtà tra i partner e sviluppano una quotidianità che non lascia spazi a terzi incomodi, spesso anche dopo la rottura del legame.

Tuttavia, per chi è stato lasciato, messe da parte le proprie eventuali responsabilità, il sospetto del tradimento può diventare ossessionante perché, in fondo, può essere la motivazione più logica del repentino cambio di registro della/del compagna/o.

Così comincia il calvario delle investigazioni, delle congetture e delle illazioni. Gli appostamenti, le verifiche della cronologia sul pc, il controllo ossessivo della presenza online su WhatsApp e gli incroci con numeri “sospetti” per capire con chi l’amato/a si intrattenga, ora che è single.

Paradossalmente sarebbe un sollievo scoprire il tradimento, perché l’elemento più traumatico degli amori supernova non è il distacco, ma l’apparente mancanza di senso. Il dolore e il trauma vengono dall’impossibilità di definire con chiarezza la nuova situazione. Questa impossibilità determina una condizione emotiva dilaniante sospesa tra la speranza che la crisi rientrerà, le continue conferme della decisione del partner e, allo stesso tempo, i suoi messaggi contraddittori, ambivalenti.

Chi lascia, in questi amori, è a propria volta lacerato dal lutto affettivo e conserva un affetto profondo che gli impedisce, nella gran parte dei casi, di scomparire da un giorno all’altro come aveva annunciato che avrebbe fatto.

Tornando all’idea del tradimento, di rado le indagini conducono a risposte esaustive e il fatto di non trovarle riporta la situazione all’incomprensibilità e cristallizza ulteriormente la “vittima”in una forma di attesa sottaciuta del ritorno di fiamma.

Si noti come sino a questo punto le reazioni di chi ha subito l’abbandono si concentrano su argomenti che non chiamano direttamente in causa la psicologia del partner, che non mettono in discussione il suo equilibrio e le sue qualità umane. Nonostante la violenza che le/gli è stata inflitta, la/il partner abbandonata/o matura sentimenti di rabbia molto tardi, perché ancorato contro ogni evidenza all’idealizzazione della relazione e del/della compagno/a. Continua nei prossimi giorni …

Enrico Maria Secci, Blog Therapy
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I vissuti dell’abbandono

Chi subisce l’abbandono improvviso nella vita amorosa è travolto dal caos. Nel disastro emozionale non sa più chi sia, chi sia l’altro/a e che senso abbia amare e vivere. Nella disperazione totale inizia a dubitare di tutti, rinuncia a ogni riferimento. Se lei/lui ti hanno gettato via come un sacco della spazzatura, vuol dire che sei spazzatura. Come psicologo credo che nulla possa devastare un essere umano quanto la perdita del senso del proprio valore intrinseco e incondizionato.

Le “vittime” di questi abbandoni brutali vivono improvvisamente una situazione psicologica ed esistenziale ai limiti della psicopatologia, perciò temono di impazzire o di morire. Sperimentano un senso di morte, una morte vivente segnata dalla perdita del sentimento del piacere. Il cibo insapore, il sonno tormentato, la libido annullata. Non sanno più cosa fare, dove andare, con chi parlare.

Il partner che vive un abbandono così incomprensibile è travolto da un giorno all’altro da un caos psicologico ed esistenziale che lo trascina in una sequenza di vissuti dolorosi:

  • Disperazione/ Incredulità
  • Auto-colpevolizzazione / Vittimismo
  • Ossessione/Sospetto
  • Rabbia
  • Attesa
  • Amarezza/Rassegnazione.

Se non elaborati, questi vissuti possono produrre un blocco psichico ed emotivo e sfociare in una sindrome psicopatologica sovrapponibile al disturbo da stress post-traumatico.

A rendere particolarmente complesso il superamento della crisi inflitta dagli amori finiti senza un apparente perché è il fatto che il partner ha l’onere di trovare un senso, di rintracciare in perfetta solitudine una narrazione coerente e funzionale della storia spezzata, perché dopo l’abbandono il/la compagno/a si dilegua esattamente come una supernova, lasciando al suo posto la lacerazione di un buco nero.

Disperazione/Incredulità

Nella contingenza dell’abbandono radicale, la prima reazione è un misto di disperazione e di incredulità. Disperazione perché la perdita improvvisa dell’oggetto d’amore è paragonabile alla notizia di un incidente mortale, a un lutto causato da una malattia fulminante e insospettata. Incredulità perché la drastica interruzione del rapporto sentimentale senza motivazioni e accadimenti comprensibili ha l’effetto psicologico di una burla, a causa della dissonanza surreale con le emozioni, i fatti e le azioni che l’hanno preceduta.

Nell’immediatezza del trauma, chi è lasciato pensa a una crisi transitoria e contiene le proprie reazioni (rabbia, delusione, sospetto) verso il partner per favorire il superamento della presunta crisi. Ma quest’approccio razionale non dura a lungo, in quanto le emozioni di tristezza, di ingiustizia e di umiliazione non possono essere arginate con ragionamenti consolatori.

La disperazione si manifesta come insonnia, inappetenza, mancanza di concentrazione, rimuginazioni senza pace e ripetitività del pensiero. Anche l’individuo più equilibrato dopo l’abbandono insensato è soggetto a scoppi di pianto improvvisi e depressione aggravati dai vissuti tipici del distacco traumatico: vergogna, anedonia e paura del futuro.

Vergogna

Essere lasciati di colpo dopo anni d’amore e di dedizione reciproci, e dopo aver condiviso parenti, amici, colleghi con lo slancio della coppia inossidabile, procura un profondo senso di vergogna e di indegnità. Accade perché una rottura così netta corrisponde in qualche modo a una svalutazione, ci si sente senza qualità e senza spessore, travolti dal crollo dell’autostima alimentato da pensieri negativi e persecutori sul modo in chi le persone vicine alla coppia commenteranno la notizia della separazione.

“Penseranno che è tutta colpa mia”, “Diranno, che stupida/o, come ha fatto a non accorgersi prima che le cose non andavano?”, “Ben gli/le sta. Non poteva essere tutto perfetto come voleva/volevano farci credere”. Il timore del giudizio altrui può causare isolamento sociale e complicare ulteriormente l’elaborazione del trauma emotivo.

Si arriva a evitare di parlare dell’accaduto rischiando un accumulo emozionale eccessivo che può dar luogo a disturbi psicosomatici: cefalee, problemi agli apparati cardio-circolatorio e gastro-esofageo, eruzioni cutanee, perdita dei capelli e invecchiamento precoce (per esempio, capelli bianchi, rugosità del viso, postura ingobbita).

La vergogna è accompagnata dall’idea di essere stati ingannati a lungo, di essere stati stupidi, idealisti, “sbagliati”. Un’idea dissonante con la memoria della relazione che, per quanto ci si sforzi di ricordare, non ha registrato elementi che potessero preannunciare il disastro.

Anedonia

In psichiatria e psicopatologia il termine anedonia designa l’incapacità di provare piacere per attività precedentemente gratificanti, come dormire, nutrirsi, frequentare gli altri o il sesso.

Dopo l’abbandono radicale l’anedonia è una delle condizioni più frequenti e si presenta associata all’apatia, uno stato di indifferenza verso cose, persone e situazioni della vita da cui la “vittima” ricavava benessere o gioia.

A un tratto nulla è importante. Anche se gli individui più equilibrati riescono a continuare comunque una vita attiva e complessivamente ben adattata, lo fanno senza trarne soddisfazione.

La perdita del piacere probabilmente deriva dal tentativo, conscio o inconscio, di limitare il dolore della perdita dell’oggetto d’amore, che provoca un blocco sia delle emozioni positive che di quelle negative.

Se ho perso lui/lei, se lui/lei, mi hanno rifiutato in questo modo assurdo, inspiegabile, non merito più niente e nessuno. Devo punirmi, devo annullare il piacere. Sono indegno/a del piacere e, anche di piacere. Dato che la persona alla quale ho dato tutto di me, quella che mi conosce più intimamente può scaricarmi all’improvviso, io non valgo niente. Questi i pensieri fissi dell’amante abbandonato. Pensieri di vergogna e di indegnità finalizzati inconsciamente a praticare una sorta di “espiazione” di colpe sconosciute, come se l’isolamento sociale, la rinuncia e l’auto-sacrificio potessero cambiare la decisione dell’amante supernova.

Nella fase della vergogna la “vittima” nutre ancora speranza, perciò si auto-punisce con l’esclusione dal mondo, che ritualizza nel pianto, nel ritiro, e nell’ossessione per le proprie “colpe”, martire di se stessa. Continua nei prossimi giorni …

Enrico Maria Secci, Blog Therapy
Riproduzione riservata

Amori che non sanno stare al mondo





Amori che non sanno stare al mondo” è il titolo del film di Francesca Comencini tratto dall’omonimo romanzo della regista e sceneggiatrice edito nel 2013 per Fandango Libri. La pellicola racconta l’epopea sentimentale di Claudia e Flavio, protagonisti di un amore che si consuma tra passione, dubbio, isteria, seduzione, inseguimenti e drammi per oltre sette anni.

Flavio è un uomo narcisisticamente incapace di investire nel rapporto, che lui riduce al sesso e all’isolamento della coppia nei fine settimana in un cascinale semi-diroccato. Per il resto preferisce la carriera. Claudia si illude che prima o poi lui vorrà sposarla e avere un figlio, e che quel casale diventi la loro casa, ma la realtà la smentisce di continuo e capisce che attendere non serve. Così a propria insaputa entra nei circoli viziosi della dipendenza affettiva e incentra la sua vita su Flavio, nel tentativo costante di ‘portare nel mondo’ una relazione sospesa e necessariamente conflittuale come ogni amore con un narcisista. Continua a leggere



Psicologia. Un Capodanno per cambiare



Più di altre feste il Capodanno è una celebrazione carica di aspettative ed è una ricorrenza ineludibile, forse perché è la più pagana di tutte o, più probabilmente, perché il convenzionale cambio d’anno apre alla speranza magica e superstiziosa del rinnovamento.
E’ bello pensare di mettere da parte insieme al vecchio calendario le brutte cose, le delusioni, le difficoltà e abbandonarsi Psicologia. Un Capodanno per cambiare prospettiva di un futuro più lieto e più sereno che si realizzi con uno scatto della macchina del tempo.

Può essere ancora più piacevole immaginare che il nuovo calendario possa consolidare le buone relazioni e moltiplicare i risultati positivi raggiunti al 31 dicembre. Continua a leggere


Libro Novità: “AMARE VIVERE GUARIRE – Aforismi terapeutici” di Enrico Maria Secci

 

L'immagine può contenere: fiore e pianta

“Amare Vivere Guarire – Aforismi terapeutici” è uscito oggi ed è già disponibile all’acquisto in anteprima a questo link:

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presto sarà distribuito in tutti i formati su Amazon, Ibs, Apple Store, Kobo e in 4500 librerie in Italia (su ordinazione) compresi i negozi dei circuiti Feltrinelli, Mondadori e Giunti e in oltre 50 Paesi.

A Cagliari “Amare Vivere Guarire …” è disponibile presso la libreria Mieleamaro, via Manno.

Puoi leggere la presentazione e acquistarlo subito direttamente dal distributore in anteprima:

 

L’ultimo incontro in psicoterapia. Gioia, commozione e speranza.



La relazione tra il terapeuta e la persona che gli chiede aiuto è diversa da ogni altra forma di rapporto umano perché si svolge in un contesto specifico, il setting, modulato da regole precise e finalizzato al cambiamento, inteso come miglioramento significativo e concreto dell’equilibrio psicologico, che include la risoluzione dei problemi che hanno motivato la psicoterapia.
Perciò si può dire che la relazione psicoterapeutica, quando funziona, è nutrita dal cambiamento maturato fase dopo fase, seduta dopo seduta, e che si realizza appieno quando la persona, consolidati i risultati, è pronta al distacco.

Uno dei compiti difficili del terapeuta è incoraggiare amorevolmente all’autonomia e realizzare quelle condizioni ottimali per cui la psicoterapia si concluda con efficacia nel minor tempo possibile. Dunque, la fine di una relazione terapeutica non deve e non può essere traumatica, ma rappresentare un momento felice e convalidare il cambiamento, stabile e funzionale, conseguito durante il percorso.

Gioia, commozione e speranza. Quando una persona con cui ho lavorato lascia il mio studio per l’ultima volta sono abituato a sentire, tutte insieme, gioia, commozione e speranza.
Gioia, perché sento e vedo la bellezza del cambiamento, ricordo con precisione fotografica il “prima” e il “dopo” la terapia e ho un’idea precisa della linea ondulatoria, ma continua e ascendente, che si è inscritta nella sua vita, e nella mia vita, dopo ogni incontro.
Commozione, perché l’amore che nutro per le persone con cui lavoro è forte, ed è l’amore che per tutta la terapia mi spinge a restare nel setting, a colludere il meno possibile con le difese inevitabilmente opposte al processo terapeutico e, a volte, a sembrare duro e intransigente.
Speranza, perché quando una terapia finisce la persona incontrerà inevitabilmente nuove situazioni che potrebbero attivare “schemi disadattivi” e dovrà, da sola, gestirle e orientarsi verso quelle condizioni di auto-realizzazione, che sono sempre il tema finale della psicoterapia.

Poi, ho la certezza che, anche dopo molto tempo, chi ha fatto una psicoterapia efficace sappia, se necessario, chiedere di nuovo aiuto. Perché i dinamismi della vita sono imponderabili, e chiunque abbia capito qualcosa di se stesso, lo sa.
Capita, soprattutto a fine anno, che riceva cartoline d’auguri o email, da persone seguite anche dodici anni fa che, con l’occasione del Natale, mi raccontano che ogni cosa ancora va bene, che i fantasmi e i mostri che avevamo allontanato continuano a stare alla larga,  che la depressione, il panico, il disamore e il mal d’amore, sono quello che devono essere: passaggi, occasioni di svincolo, traiettorie da sorpassare sulla via della felicità.

Tra me e me, anche nell’esperienza delle mie psicoterapie personali, so che il rapporto col terapeuta, quando è buono, non finisce mai. Che lo si porta dentro, lo si interiorizza al punto di poter fare a meno della sua presenza fisica e delle sedute. Che viene sostituito da un “terapeuta interno” efficiente e amorevole. E questo è il massimo obiettivo di una relazione d’aiuto.
All’ultima seduta, spiego sempre che io ci sarò in caso di necessità, e che la terapia che finisce davvero, in fondo non finisce mai. Nel senso che io, come essere umano e come terapeuta, resto legato a chi ho seguito, professionalmente e personalmente, e che sono consapevole che un sentimento simile da parte dell’altro sia sano e costruttivo. Nella realtà, accade che, dopo molti anni, qualcuno torni in consulenza per questioni diverse da quelle che ci avevano fatti conoscere e, in genere, bastano pochi incontri per conseguire risultati, quando, se le stesse problematiche si fossero verificate in passato, avremmo dovuto lavorare più duramente.

Grazie al blog e a Facebook, mantengo un contatto costante, anche se indiretto con le tantissime persone che ho incontrato nelle diverse funzioni della mia professione: come terapeuta, come formatore e consulente per le risorse umane, come docente, come autore, ecc.
Tutto sommato, si tratta di migliaia di persone che per me sono state e saranno importantissime ben oltre i contorni del setting.

A tutti, i miei migliori auguri di Buone Feste e di Buona Vita

(Enrico Maria Secci, Blog Therapy)


PSICOLOGIA | I REGALI DI NATALE E L’ARTE DI DONARE



Nessun regalo è troppo piccolo da donare, e nemmeno troppo semplice da ricevere, se è scelto con giudizio e dato con amore. (Franz Kafka)

Regalare e donare non sono sinonimi. Regalare evoca l’idea della “regalità”, del tributo a chi meriti un riconoscimento in quanto “regale”, dell’atto volto a riconosce un merito o a compensare un debito verso qualcuno nei confronti del quale si debba manifestare riconoscenza. Continua a leggere


Psicologia. La solitudine a Natale





Durante le festività di fine anno, tra alberi di Natale e vetrine addobbate, per molte persone si materializza più denso e angosciante che mai il fantasma della solitudine. La tradizione delle cene familiari e dello scambio dei regali evoca pensieri sulla qualità delle proprie relazioni e quando il bilancio è negativo procura un’inquietudine vaga ma persistente e una sconfortante sensazione di isolamento. Continua a leggere


Il partner sbagliato? La scelta più facile …





La cosa più facile della vita è trovare il partner sbagliato
. E’ facile, è ovvio e spontaneo tuffarsi negli stereotipi dell’amore e dell’innamoramento per poi trovarsi a chiedersi conto di un nuovo errore e di un’infelicità che spezza, disarma e mortifica. Dal mondo di internet e non solo si innalza un coro di PERCHE’ che raggiunge assiduamente questo blog con interrogativi pressanti: perché, a distanza di anni con persone “diverse” e in situazioni “diverse”, ci ingabbiamo in storie fallimentari all’insegna di denominatori comuni e disperanti: l’abbandono, l’esclusione, la gelosia, il tradimento, l’insoddisfazione, la delusione, sino agli abissi della violenza e della sopraffazione? Perché può capitare di vivere amori “sbagliati” in serie continue e ripetute? Continua a leggere




Grazie!

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