“La saggezza è lasciar crescere ciò che nasce,
gustare ciò che è maturo
e lasciar perdere ciò che è morto.”
[Keshavjee S.]

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Amori che non sanno stare al mondo


Amori che non sanno stare al mondo” è il titolo del film di Francesca Comencini tratto dall’omonimo romanzo della regista e sceneggiatrice edito nel 2013 per Fandango Libri. La pellicola racconta l’epopea sentimentale di Claudia e Flavio, protagonisti di un amore che si consuma tra passione, dubbio, isteria, seduzione, inseguimenti e drammi per oltre sette anni.

Flavio è un uomo narcisisticamente incapace di investire nel rapporto, che lui riduce al sesso e all’isolamento della coppia nei fine settimana in un cascinale semi-diroccato. Per il resto preferisce la carriera. Claudia si illude che prima o poi lui vorrà sposarla e avere un figlio, e che quel casale diventi la loro casa, ma la realtà la smentisce di continuo e capisce che attendere non serve. Così, a propria insaputa, entra nei circoli viziosi della dipendenza affettiva e incentra la sua vita su Flavio, nel tentativo costante di ‘portare nel mondo’ una relazione sospesa e necessariamente conflittuale, come ogni amore con un narcisista. Continua a leggere

Il sesso banale. Compulsione, sexting e solitudini

Il sesso può essere noioso. Non è universalmente quell’esperienza cruciale nella vita di relazione che conduce all’amore, né la pietra filosofale dell’auto-affermazione e del successo, come eserciti di personaggi televisivi, di soubrette e di testimonial pubblicitari invogliano milioni di telespettatori a pensare. Il sesso può essere noioso e meccanico, può diventare il surrogato di una relazione, trasformarsi in un’esperienza degradante o alimentare le dinamiche di una coppia infelice. Continua a leggere

Psicologia e vacanze. Sei un turista o un viaggiatore?

Perché viaggiamo? Soprattutto d’estate, il tema del viaggio è ricorrente e ci si prepara a partenze più o meno prolungate per concedersi una pausa dalla quotidianità e vivere esperienze nuove.

Per molti secoli, viaggiare è stato appannaggio di aristocratici e intellettuali, mentre il turismo di massa come lo conosciamo oggi è un fenomeno relativamente recente la cui diffusione ha attirato l’attenzione della psicologia sociale che ne ha fatto oggetto di studio. Continua a leggere

Pride. Perché partecipare assolutamente

Il Pride è la parata dell’orgoglio della comunità gay, lesbica, bisex e transessuale che da 49 anni sfila nelle maggiori città del mondo per affermare e difendere i diritti civili delle persone LGBT.

Il primo Pride si tenne a New York nel 1970 per celebrare l’anniversario della rivolta di un gruppo di cittadini omosessuali contro le persecuzioni della polizia. Allora sfilarono in diecimila, oggi il Pride coinvolge folle oceaniche ed è diventato un appuntamento planetario contro l’omofobia, la discriminazione, l’ingiustizia sociale, contro il pregiudizio e l’invisibilità che ancora oggi colpiscono chiunque non sia eterosessuale.

C’è chi la chiama carnevalata, chi si sdegna e insulta i partecipanti, chi tra le istituzioni rifiuta il patrocinio, chi vorrebbe vietarla, ma la marcia dell’orgoglio non si può fermare, né si fermerà fino a che politiche della diseguaglianza, omofobe e razziste, continueranno a negare la piena cittadinanza per ragioni legate al genere e all’orientamento sessuale. Perché una società che perpetra discriminazioni è una società malata e una società malata contagia tutti i suoi cittadini, senza distinzione di sesso, razza e religione.

Nel 1981 l’omosessualità è stata derubricata dall’elenco delle malattie mentali del DSM, la “bibbia” della psichiatria, eppure la politica di molti Paesi, Italia compresa, fatica a recepire gli esiti della ricerca scientifica e a tenerne conto quando legifera. Va peggio, ovviamente, per la strada e nei luoghi di lavoro, in famiglia e tra gli amici: la visione fobica, patologica e segregazionista delle “diversità” è motivo di abusi, di esclusioni, di violenze, di depressione e di suicidi.

Dunque i detrattori del Pride ricordino che i manifestanti combattono per i diritti presenti e futuri di tutti, e che l’orgoglio di essere diversi è un valore per ognuno di noi, in quanto ognuno di noi è un diverso. I detrattori del Pride sappiano che questa “pagliacciata” può prevenire il suicidio dei loro figli, parenti e amici omosessuali e, soprattutto, può contribuire al miglioramento generale della nostra società. Perché si è sani quando si vive e si ama per come si è e non per come “si dovrebbe essere”.

In tempi in cui tira una brutta aria, un’aria medievale, un’aria da manganello, da muro e da lager partecipare al Pride è un atto civile, indipendentemente dall’orientamento sessuale. Abbiamo sentito il Ministro della Famiglia italiano dichiarare che le famiglie gay non esistono: un’affermazione di un’ottusità apocalittica che in un Paese civile avrebbe provocato dimissioni immediate. Invece niente.

Salvini fa la voce grossa contro i migranti, chiude i porti, distrugge a furia di slogan le millenarie leggi del mare e calpesta il sentimento di umanità alla base del vivere. E niente, nonostante il richiamo di intellettuali, sociologi e politologi di fama internazionale la linea è quella del cinismo e dell’inumanità.

La “caccia al nemico” a cui assistiamo è appena iniziata e, purtroppo, siamo velocemente arrivati al proposito di schedare la popolazione per etnia … mentre l’insensibilità e la lapidazione per frasi fatte di migliaia di migranti sta dimostrando, ormai ogni giorno, la vocazione mortifera della società targata Salvini.

Di questo, a mio avviso, chiunque avverta la sensazione che l’Italia stia per impaludarsi pericolosamente nelle politiche dell’odio può partecipare al Pride e testimoniare così che viviamo in un Paese Libero, un Paese Civile e un Paese che ha bisogno di integrare le differenze, anziché demonizzarle o, peggio ancora, utilizzarle come strumento di distrazione di massa.

Pride significa orgoglio e di questi tempi il Pride è la marcia dell’orgoglio inteso come valore umano esteso ben oltre la questione LGBT: l’orgoglio di valere per quello che si è, dentro e attraverso le differenze.

Così il sabato a Cagliari partecipino tutti, e sia una parata di sorrisi e di solidarietà, di allegria e di consapevolezza, di singoli, di famiglie, di giovani, adulti e anziani di ogni età, estrazione, razza, religione. Manifestiamo per una società vera, una società comprensiva delle differenze e protestiamo contro ogni forma di esclusione e di discriminazione. Tutti insieme.

Enrico Maria Secci, Blog Therapy

Psicologia. La magia delle parole



Gioia, entusiasmo, felicità, armonia, desiderio, speranza, equilibrio, soddisfazione, appagamento, motivazione,slancio, fiducia, energia, benessere, determinazione, vitalità.
Quando hai pronunciato o sentito pronunciare l’ultima volta con convinzione e pienezza una di queste parole?
Alla tv o alla radio, forse, probabilmente in uno spot pubblicitario o tra le rime di una canzone. Più raramente o mai, nei discorsi della gente per strada o al telefono con un amico, o conversando con un conoscente.
Le categorie del pensiero positivo fanno sempre meno parte del parlare comune mentre vengono abusate dal linguaggio pubblicitario che le spreme e le svuota di senso, le snatura e le spalma sui prodotti più voluttuari per rivenderli con il deteriore valore aggiunto del consumo felice e l’illusione di acquistare uno status carismatico. Continua a leggere


Psicologia della vendetta




Il sentimento della vendetta è legato ad un torto subito, alla trascuratezza, all’abbandono o al maltrattamento, ma può manifestarsi anche quando qualcuno tradisce un’aspettativa o un accordo interpersonale. Una persona che spezza un patto, anche involontariamente, o lede la nostra fiducia in modo grave e ripetuto può provocare un profondo dolore psichico con vissuti di ingiustizia, di riabbia e pensieri pervasivi di vendetta. Continua a leggere


L’amore tossico: quando l’autostima non basta

Sempre più spesso si parla di “relazioni tossiche”, di manipolazione psicopatica e di narcisismo perverso. La consapevolezza di questi temi è come esplosa nell’ultimo decennio, anche perché la sensibilità collettiva è continuamente sollecitata dalle cronache su fatti gravissimi in ambito relazionale come stalking e femminicidi.

Fatti contrassegnati da denominatori comuni e ricorrenti, la dipendenza affettiva e il narcisismo patologico cronicizzati a causa della superficialità con cui, troppo spesso, la società affronta la sofferenza psicologica e relazionale.

Segnali dell’accresciuta attenzione per queste problematiche sono l’aumento della letteratura specialistica e divulgativa sulle love addictions e sui narcisismi, i programmi televisivi d’inchiesta sui delitti di matrice relazionale e la nascita di siti, blog e pagine Facebook dedicate. Continua a leggere

L’avarizia. Cosa si nasconde dietro l’ossessione del denaro

Avarizia, taccagneria, spilorceria, avidità, cupidigia, ingenerosità. Quando il vocabolario offre tanti sinonimi e sfumature per descrivere qualcosa, vuol dire che quel qualcosa è frequente ed è così complesso che abbisogna di più parole per essere indicato.In italiano l’avarizia è descritta anche da locuzioni come “avere il braccino corto” o “essere tirati” e, guardando al panorama dei dialetti incontra un’infinità di modi di dire, tanto da far pensare che l’attaccamento patologico al denaro sia un tratto più che comune dell’essere umani. Continua a leggere

“C’era una volta uno psicoterapeuta …” La realtà della professione, quella vera.



“C’era una volta uno psicoterapeuta che si alzava con gran calma al mattino e che, dopo essersi preparato per la giornata, si dedicava al suo blog, alla sua pagina facebook e al suo profilo su twitter.

Nel suo studio immerso in un’atmosfera rarefatta e atemporale, le giornate trascorrevano leggere come piume e le persone si succedevano una dopo l’altra senza stanchezza, ognuna guarita all’istante dalle parole dello psicologo.

Ormai avvezzo alla potenza della propria magia, la sera, davanti a una tazza di the profumata e lieta come la sua incrollabile abnegazione verso il prossimo, lo psicoterapeuta trascorreva lunghe ore a rispondere a decine di email, a interloquire sui social network su problemi appena accennati, domande sui suoi articoli e sui suoi libri, sempre con flemmatica e determinante vitalità. E, essendo un individuo soprannaturale, riusciva ad aiutare la gente anche su whatsApp, a qualunque ora del giorno e della notte.

Naturalmente, gli capitava di ricevere richieste urgentissime e, talvolta, commenti sgraditi. Ma, siccome era un terapeuta da fiaba, non si sognava di dire “Non posso aiutarla in questo momento” o di replicare a tono e, men che mai, di non rispondere affatto.

Poi, un bel giorno si svegliò e si accorse che era ora di andare a lavorare per davvero. Guardò l’agenda stipata di impegni, di appuntamenti da rispettare, di lezioni da tenere, di libri da finire. Pensò alla settimana futura e alle persone che con lui avrebbero lavorato duramente in studio e, guardando l’Ipad pieno di email, commenti, e delle richieste più disparate, considerò le priorità. Scrisse: “Non posso aiutarla in questo momento” e rispose a tono, o non rispose affatto alle richieste più pressanti e inopportune.

Si guardò allo specchio nell’attimo in cui una persona vera suonò per la prima seduta della giornata, si sorrise, pensò alla bellezza del suo lavoro, per quanto fosse duro e certe volte schiacciante; pensò alla bellezza di quell’incontro e a quanto avrebbe fatto per aiutare quella persona e tutte le altre;  e pensò al suo amore e al dolce ritorno a casa la sera, … e cominciò la sua vera storia di psicoterapeuta.”

Ricevo continue richieste di consulenza online, talvolta davvero pressanti. Alcune mi fanno riflettere, perché presuppongono l’idea distorta che uno psicoterapeuta sia una specie di buontempone che indugia in lunghi e appassionati scambi su internet o un santone che dispensa email chiarificatrici, non avendo altro da fare.

A tratti, qualcuno scambia il mezzo per la modalità e si comporta come se lo psicologo che offre gratuitamente informazioni su Internet attraverso blog o facebook dovesse, per estensione, diventare una specie di consigliere gratuito a distanza o un qualunque amico di social network. Mi rendo però conto che ciò dipende dalla rappresentazione sociale, ancora molto imprecisa, della professionalità dello psicoterapeuta. Infatti, se si dà per scontato che un medico di qualunque specialità sia molto impegnato, non vale lo stesso per gli psicologi e per gli psicoterapeuti, misteriosamente consegnati nell’immaginario collettivo all’inoccupazione e al precariato, o comunque gratuitamente protesi alla consulenza last-minute.

In parte, questa distorsione è responsabilità degli stessi psicologi che, più che in altre specializzazioni sanitarie, si deprezzano con “colloqui gratuiti” e sconti da outlet ma, bisogna che qualcuno lo dica, un professionista non fa sconti da grandi occasioni (fanno eccezione le campagne nazionali promosse dall’Ordine degli Psicologici), non ammicca online, non ha risposte da cook-book da offrire sulla bacheca di face book o sulla messaggistica privata.

Personalmente, lavoro a tempo pieno in studio, seguo decine di persone a settimana a cui dedico totale attenzione e massimo impegno e, come sa chi segue il blog, da anni l’accesso alle terapie nel mio studio è regolato da liste di prenotazione. Inoltre, tengo vivo il mio impegno editoriale e didattico, oltre al tempo dedicato allo studio e all’aggiornamento professionale. E poi, dato che ho bisogno di un equilibrio emotivo, ho una vita privata.

Così, anche se faccio del mio meglio per aggiornare i miei siti e i profili social, come essere umano non posso far fronte alle richieste e, in alcuni casi, alle pretese di consulenza che mi arrivano dalla Rete. In tutto questo, intendo affermare una cosa semplice: lo psicoterapeuta non è una macchina, e tanto meno è una “macchina della verità”, una slot-machine da avviare con un messaggio o un confessore a ore, più o meno virtuale.

Quello che trovate qui o su facebook è quello che posso e sento di fare per stimolare la riflessione su temi psicologici e per divulgare argomenti di psicoterapia. In nessun modo i miei contenuti, così come la lettura di forum o libri possono sostituire l’esperienza di una psicoterapia vera e in vivo.