“La saggezza è lasciar crescere ciò che nasce,
gustare ciò che è maturo
e lasciar perdere ciò che è morto.”
[Keshavjee S.]

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Il bisturi e l’autostima. La dipendenza da chirurgia estetica (la sindrome di Grimilde)


Si parla da anni della rincorsa collettiva verso la bellezza e la giovinezza a furia di ritocchi facciali, liposuzioni, rino e blefaroplastica, lifting chirurgici e non, e via dicendo.
Un seno o un viso rifatti fanno ormai più invidia che notizia, e l’addominale scolpito, o il gluteo antigravitazionale, si impongono alla massa come uno standard da raggiungere con ogni mezzo. Continua a leggere

Workshop sulla dipendenza affettiva a Madrid

Il 15 e 16 febbraio scorsi ho tenuto a Madrid il workshop “La Dependencia amorosa y los problemas de pareja” (“La dipendenza amorosa e i problemi della coppia”). L’evento, commissionato dal Colegio Oficial de Psicólogos de Madrid (www.copmadrid.org), si è svolto nel centro della città, a pochi passi da Plaça de Espagna, nella prestigiosa sede del Cop.

Quando, oltre  un mese prima del seminario, la segreteria mi ha comunicato che i 40 posti a disposizione erano andati esauriti e che era stata aperta una lista d’attesa ho reagito con incredulità. Ma la mia emozione è stata profonda e indimenticabile quando ho aperto il seminario davanti a una sala gremita di colleghi, che mi hanno accolto con caloroso interesse.

Non avrei mai pensato di avere un giorno il privilegio di condividere il risultato della mia esperienza clinica nel trattamento delle dipendenze affettive in una sede internazionale e in un contesto importante come l’Ordine degli Psicologi di Madrid.

Nè avrei sperato in un riscontro più positivo per quanto riguarda la formazione pratica, ovvero l’applicazione del mio modello di trattamento tattico e focale delle dipendenze affettive nelle loro forme più frequenti: la co-dipendenza, la dipendenza da abbandono, la dipendenza da narcisista patologico.

Per una singolare sincronicità, questo incontro con la psicologia in Spagna coincide con la prossima pubblicazione de “I narcisisti perversi e le unioni impossibili” in lingua spagnola. Quando si dice che le cose non accadono per caso …

Voglio ringraziare di cuore il Dott. Carlo Cattaneo – psicologo e psicoterapeuta del C.O.P. di Madrid – sia per l’organizzazione impeccabile che per essere stato un traduttore competente, elegante e complice durante le lunghe ore del workshop.

È stato un onore confrontarmi con tanti colleghi spagnoli degli orientamenti più diversi sulla necessità, anzi sull’urgenza di mettere a punto strategie terapeutiche integrate, efficaci a breve termine ed efficienti nel medio e lungo periodo.

Col workshop “La Dependencia amorosa y los problemas de pareja” spero di aver apportato un contributo significativo al lavoro clinico dei colleghi, almeno quanto il dialogo professionale e il confronto scientifico con un uditorio così prezioso hanno stimolato in me nuove connessioni e opzioni nel lavoro psicoterapeutico sulla dipendenza affettiva.

Enrico Maria Secci, Blog Therapy


“I narcisisti perversi …” ebook ECM per psicologi, psichiatri e psicoterapeuti

Corso ecm fad: I Narcisisti Perversi e le Unioni Impossibili: come affrontare la dipendenza affettiva

https://www.ebookecm.it/corsi-ecm-fad/i-narcisisti-perversi-e-le-unioni-impossibili-165.html

Con piacere presento la nuova edizione accreditata ECM (10 crediti) de “I narcisisti perversi e le unioni impossibili” per gli operatori sanitari.

Grazie all’editore www.ebookecm.it, il primo in Italia specializzato in alta formazione a distanza con riconoscimento del Ministero della Salute, ho l’onore di condividere con una platea vasta e specializzata il mio modello di intervento clinico sulle dipendenze affettive.

Questa è una delle novità del 2019, in attesa dell’uscita della traduzione de “I narcisisti perversi …” anche in spagnolo.

Con gratitudine,

Enrico Maria Secci

San Valentino. É ora di fare bilanci?



San Valentino è arrivato, ci aspettano cioccolatini a profusione, cenette a lume di candela, inondazioni di cartoline augurali, tifoni di sms, tsunami di post e di foto-post d’amore. Anche i più indifferenti saranno toccati dalla discussa ricorrenza degli innamorati e saranno costretti a prendere una posizione in proposito. Così c’è chi pensa che San Valentino sia kitch, chi dice che San Valentino sia trash e chi osserva che “l’amore si festeggia tutti i giorni”; chi decide di ammutinarsi e, pur essendo in coppia, neutralizza la celebrazione trascorrendo una giornata qualunque e chi, che in coppia non è, detesta il 14 febbraio perché, volente o nolente, sottolinea una mancanza personale e la amplifica nella forma irritante di una sorta di esclusione sociale. Continua a leggere



Una vita di occasioni mancate



“[…] Una vita di occasioni mancate è un’esistenza distrutta, e la mente che avrebbe dovuto dare spinta, vigore e luce alle nostre aspirazioni si trasforma in una discarica di rimpianti, di “se..:” e di “ma…”, un magazzino di stoccaggio della rabbia e della frustrazione che marciscono e suppurano, mutano dalla loro essenza di scelte evitate e di responsabilità personale in sentimenti ustionanti e radioattivi: rabbia, senso di ingiustizia, invidia, rivalsa.

Il nero pensiero delle occasioni mancate si prende tutto, ingoia i colori del mondo sino a ridurlo a una tavolozza di grigi stinti e muschiosi affollata di ombre e chiusa tra mura dall’apparenza invalicabile. Vivere di “occasioni mancate” è una filosofia inconsapevole ma molto diffusa che prospera sul terreno paludoso di convinzioni distorte su se stessi, sugli altri e sul mondo.

Nutrirsi di sconfitte senza prendersi il disturbo di combattere è una moda; passiamo più tempo a ricalcare il tragico quadretto di una società in crisi che a disegnare una nostra personale e inedita rappresentazione della realtà. In molti casi ne siamo responsabili solo in parte, perché le visioni orrorifiche di un mondo crudele e senza speranze si ereditano in modo più insidioso e permeante che attraverso il dna, passano mescolate nell’Amore e dall’amore; passano disciolte nel sangue delle emozioni, così che non ci sia il rischio di un rigetto e il nostro cervello, così, possa assorbirle per intero e metabolizzare il veleno come fosse nutrimento. Un simile contagio, però, si estende e prospera soltanto quando c’è inconsapevolezza, ovvero, purtroppo, molto spesso.

Quando ci ostiniamo a replicare pensieri e comportamenti inconcludenti e apatici, quando viviamo con pigrizia il dramma degli errori reiterati. Quando siamo inerti, delusi e cerchiamo una posizione comoda in una branda di chiodi anziché darci da fare per evadere dalla cella e dal carceriere. Perché il carceriere, in definitiva, siamo noi.[…]”

Enrico Maria Secci, Blog Therapy 



Perché cominciare una psicoterapia?




La decisione di cominciare una psicoterapia è preceduta da ambivalenze e timori e accompagnata da ripensamenti e procrastinazioni legati ad una rappresentazione sociale delle cure psicologiche imprecisa e alla paura, più profonda, di fidarsi e affidarsi a uno sconosciuto per sondare aree molto intime della propria vita. Continua a leggere



Cinque storie in psicoterapia

In psicoterapia portiamo cinque storie.

La prima è la storia del nostro dolore, o del sintomo, quella che motiva la richiesta d’aiuto, a volte dopo anni di sofferenza e infiniti tentativi di venirne a capo da soli.

La seconda è la storia del nostro amare, il nostro amare che abbiamo vissuto ma che non abbiamo letto, anche se abbiamo pensato di conoscerlo perfettamente.

La terza è quella di un altro da noi, una storia che abbiamo letto senza averla vissuta, né compresa a fondo, anche se giuriamo il contrario.

La quarta storia narra del presente, di come ogni giorno coltiviamo il dolore mentre vorremmo estirparlo, o almeno lenirlo. È una vicenda di inconsapevolezza e di distrazione dalle trame sfuggenti e dagli orditi rappresi negli stessi nodi di ieri.

La quinta storia è la storia della terapia stessa, che riscrive tutte le altre, che restituisce una punteggiatura, che lavora sulla continuità narrativa nel passato, nel presente e nel futuro e che disvela, pian piano, il talento perduto di affermare se stessi nell’amarsi e nell’amare.

Enrico Maria Secci, Blog Therapy 

I vissuti dell’abbandono (terza parte)

Continua da “I vissuti dell’abbandono” *prima parte e **seconda parte

Rabbia

La fase della rabbia arriva come un balsamo su una ferita, brucia ma disinfetta, duole. ma prepara alla guarigione. Quando riusciamo a riconoscere la crudeltà malcelata che l’amato/a ci ha deliberatamente inflitto, siamo sulla strada della consapevolezza. L’altro non è la figura angelicale cui ci aggrappiamo, non è del tutto buono e sincero come lo abbiamo creduto e che lui stesso vuole credere di se stesso.

È probabilmente un individuo confuso, sofferente, scompensato, un bambino che ha gettato via rabbiosamente noi e la relazione perché incapace di reggere le responsabilità crescenti, l’impegno nel risolvere le difficoltà e non ha avuto il coraggio di affrontare contrasti e differenze nel modo costruttivo necessario perché l’amore evolva e la relazione maturi.

Ecco la rabbia: nessuno può permettersi di trattarti come un sacco della spazzatura, nessuno può farti ingollare pillole dorate pur di sfuggire alla realtà dei suoi problemi, come ha fatto a lungo prima di scoppiare travolgendo te, la tua vita, i tuoi sentimenti senza alcun riguardo, senza il minimo preavviso.

La prima conseguenza della rabbia è cercare di rincontrare il partner per parlare dell’accaduto e affrontarlo con fermezza. L’auto-colpevolizzazione è finita, l’ossessione del tradimento è sullo sfondo e ora l’attenzione si focalizza finalmente sull’artefice del brutale distacco. Ma se ci si attende che informare il partner supernova della nostra rabbia possa smuovere le acque e aiutarci a ricavare le vere motivazioni all’abbandono, prepariamoci a ricevere un’altra delusione. Lui/lei si chiuderà in se stesso/a ancor più, accusandoci per la nostra “aggressione” e ripetendo le sue ragioni:

  • “… i miei sentimenti per te sono cambiati e non so perché.”;
  • “ … non ho avuto il coraggio di parlarti prima perché non volevo che soffrissi.”;
  • “ … ho cercato di salvare il rapporto, ma poi sono scoppiato/a”.

Chi non sia coinvolto nella scena può facilmente cogliere l’infantilismo disarmante di queste affermazioni, può riconoscere nell’espressione cerea e vacua del/della supernova le conseguenze di una profonda inibizione emotiva e avvertire nella rigidità del suo corpo e nella monotonia dell’eloquio i segni di un disagio psicologico che, ora che l’amore è finito, può palesarsi dopo anni di repressione e di mascheramento.

Grazie alla rabbia il/la partner abbandonato/a, inizia a intuire che le cause del dramma vanno al di là della relazione e tangono appena i suoi “errori”, trascuratezze o atteggiamenti “sbagliati”. Ma chi ha abbandonano non ha ancora, o non avrà mai, questa consapevolezza e continuerà a reiterare le tesi della casualità e del disastro accidentale.

Messo alle strette potrebbe contrattaccare e tentare alcune spiegazioni:

  • attribuire il “botto” a differenze valoriali, un tempo considerate preziose – e lo erano! – differenze diventate (silenziosamente!) insopportabili;
  • “confessare” una perdita del desiderio dell’intimità sessuale, anche questo sottaciuto per mesi;
  • accennare a episodi di incomprensione avvenuti negli anni, che all’insaputa del/della partner, non sarebbero stati realmente risolti.

Queste false piste offerte alla “vittima” come possibili cause del fulmineo disamore hanno lo scopo, per lo più inconscio, di attenuare la rabbia e, di nuovo, evitare la possibilità di un confronto autentico. La manovra di chi lascia, a questo punto, è quella di ridistribuire le responsabilità, così da togliersi dall’assurdità della situazione creata, che non è più sostenibile per entrambi.

In una coppia sana, in una coppia terrestre, le pur esili motivazioni fornite potrebbero avviare un processo di riparazione congiunto, portare a riconsiderare la separazione immediata e prendersi del tempo insieme per affrontare la crisi o costituire le premesse per una psicoterapia di coppia. Ma il/la  partner supernova rigetta quasi sempre ogni opzione, di nuovo con argomentazioni puerili: “Non me la sento”, “Finché le mie emozioni per te rimangono queste, è tutto inutile”.

L’effetto è quello di gettare palate di cenere sul fuoco della rabbia dell’altra/o e ricondurla/o a una situazione di blocco, di impotenza e di frustrazione. Il risultato è quello costernante di un’implicita e sostanziale non-definizione del rapporto, confermata da una pletora di comunicazioni contraddittorie dal soggetto supernova che seguiranno l’esplicitazione della rabbia del compagno/a abbandonato/a:

  • sms o telefonate “interlocutorie”, come se nulla fosse accaduto;
  • brevi messaggi di “buongiorno”, qualche “ti voglio tanto bene”;
  • l’invio di “ambasciatori”, amici o parenti, con la consegna indiretta di testimoniare la prostrazione in cui la rottura che ha voluto lo/la sta gettando;
  • l’utilizzo di social network per manifestare il dolore e la costernazione per il distacco “inevitabile”.

Attesa

Se la “vittima”, a questo punto, non ha la prontezza di sottrarsi al buco nero che si sta creando dopo l’esplosione del rapporto e se non trova la forza di opporre all’ambiguità dell’amato il bisogno di definire con chiarezza confini interpersonali congruenti con la “scelta” dell’altro, corre i rischi del congelamento emotivo e della dipendenza affettiva.

Compiere questa definizione significa assumersi a pieno la responsabilità di adeguare la relazione alla dichiarazione di “fine dell’amore” fatta, e ripetuta, dal partner: niente più contatti, messaggi, telefonate, incontri “chiarificatori”. Finire e basta.

Così va quando le coppie adulte si separano, soprattutto quando uno dei due non ha avuto il tempo o la possibilità di elaborare il trauma. Senza più pensare al passato perduto o al futuro, magari a un’amicizia dopo il crollo del legame amoroso, chi subisce l’amore supernova e la sua magmatica assenza di senso può salvarsi attraverso l’impegno e la responsabilità di interrompere ogni comunicazione o contatto con l’ex.

Ufficializzare la fine, integrarla nella propria vita e muoversi di conseguenza richiede un grado di consapevolezza e un equilibrio notevoli. Sono risorse spesso carenti in chi attraversa lo shock della perdita e vive nel pieno le contraddizioni della crisi con un’incredulità al limite dell’ingenuità. La speranza che prima o poi l’amato/a si ravveda e ritorni nel nido, la speranza di poter rimediare attraverso il dialogo, attraverso la comprensione e la compassione reciproche diventano un tarlo.

Così arriva la fase dell’attesa, caratterizzata dalla disciplina, dal silenzio paziente, dal desiderio. L’attesa di un ritorno tanto magico quanto è stato nefasto l’abbandono conduce a comportamenti al limite del supplizio.

Ho conosciuto uomini e donne che hanno rinunciato per mesi ad uscire di casa sopraffatti dagli attacchi di panico, ostaggi dell’apatia, soggiogati dalla disperazione. Persone che, al di là della propria consapevolezza, hanno continuato a presidiare la casa come un nido, sconsolatamente, nell’inconscio anelito del ritorno.

Quanto più la storia supernova rimarrà inspiegabile, tanto più è probabile che il trauma, inizialmente conclamato da insonnia, scoppi di pianto, depressione e angoscia, diventi silente e continui a distruggere, mentre l’individuo si sforza di apparire sereno agli altri, ma soprattutto a se stesso. La fase dell’attesa, infatti, prevede una sorta di mascheramento, di maquillage psicologico finalizzato a rendersi appetibili all’ex, che non sopporta veder soffrire la “vittima”.

L’attesa comporta un rituale macabro di seduzione che porta l’abbandonato a identificarsi inconsciamente con le modalità di nascondimento e negazione delle emozioni tipiche del funzionamento supernova.

Congelamento emotivo

Il congelamento emotivo che colpisce i partner abbandonati all’improvviso è un processo che si sviluppa gradualmente dopo la chiusura brutale, mano a mano che la persona, non avendo altre opzioni, si rimbocca le maniche e cerca di andare avanti nella vita senza tuttavia aver costruito dentro di sé una narrazione coerente e funzionale del trauma subito.

Con molta fatica, riprenderà a frequentare gli amici, ad andare a cena e al cinema, a viaggiare, continuerà a lavorare e a occuparsi dei propri affetti, ma si sentirà profondamente cambiata. Incapace di affrontare situazioni nuove, nuove relazioni senza una sorta di inibizione, un ineludibile disinteresse simile al sentimento di anedonia sperimentato dopo l’abbandono, ma schermato dalla razionalizzazione. Chi resta emotivamente congelato dopo un amore supernova diventa intransigente, mellifluo, incostante. Può diventare grigio, cinico, giudicante e, talvolta, si rende conto di vivere la propria esistenza come se ne fosse “fuori”. Nessun coinvolgimento è più possibile dopo che abbiamo guardato coi nostri occhi impotenti il suicidio di un amore palpitante di piena vita. Più o meno consciamente, il trauma non elaborato produce la comparazione continua della figura idealizzata dell’ex-partner e della relazione con gli incontri e le nuove conoscenze, che risultano sempre perdenti al confronto. Si potrebbe dire che, in qualche modo, la “vittima” dell’amore supernova finisca per identificarsi con partner che l’ha abbandonata, rivolgendo agli altri il medesimo vuoto emotivo, la stessa apatia, la stesso “immotivato” disinvestimento dagli affetti.

Questo stato di ibernazione emozionale può impedire o complicare lo sviluppo di rapporti successivi, a volte l’intensità del trauma modifica la rappresentazione dell’amore: da luogo sicuro a labirinto di botole, da nido a pozzo. Chi è stato lasciato nel malo modo delle supernova può, senza accorgersene, scivolare nel cinismo, nel fatalismo e nell’invidia, ma soprattutto rimanere imbrigliato in uno stato inconsapevole di “vedovanza bianca”, un’amarezza che si esacerberà dopo ogni contatto e/o notizia dell’ex, ad ogni festa comandata, ai compleanni e agli anniversari perduti, senza soluzione di continuità.

Enrico Maria Secci, Blog Therapy
Riproduzione riservata

I vissuti dell’abbandono (seconda parte)

Continua da “I vissuti dell’abbandono” (prima parte)

Paura del futuro

Una coppia strutturata e sana costruisce una quotidianità cadenzata da abitudini, piccoli rituali e progetti futuri: le coccole al risveglio, la colazione insieme, il prossimo viaggio, la casa, gli arredi, gli inviti agli amici, ecc. Quando l’amore supernova esplode distrugge in un istante ogni sicurezza e annulla la rappresentazione del futuro. Così, diventa difficile, se non impossibile, pensare al domani e l’individuo è assalito dalla paura della solitudine che gli mostra una vita arida, vuota, e azzera la percezione delle sue qualità e dei suoi valori diventati inutili perché ormai rigettati dalla persona amata.

E poi, ci sarà un’altra persona? Chi potrebbe prendersi lo scarto di un altro/a?

Ancora questo sentimento di svalutazione profondo, mortifero e mortificante, funge da amplificatore degli effetti del trauma abbandonico ingigantito dal silenzio del partner.

Dopo un amore supernova il futuro appare terrifico, perciò la “vittima” sceglie inconsciamente di annullarlo dentro di sé: non ci sarà niente, nessuno. Non si è più nulla, non si è più nessuno dopo che l’amore della tua vita ti abbandona senza riguardo e senza onore. La rottura improvvisa corrisponde a un tradimento del patto di lealtà alla base di ogni relazione adulta, sana e funzionale. Se ti abbandonano senza un perché, ti senti indegno di futuro, perdi la speranza e vorresti fermare il tempo nella convinzione che tutto sarà impossibile, ora che hai perso l’amore. Quando l’amore ti lascia senza un perché, il tempo si ferma. Assieme al tempo vuoi fermare il mondo, dimenticarlo, morire. Non c’è più futuro, e la paura del futuro corrisponde alla volontà di impedire il futuro, dato che il trauma è troppo doloroso e potrebbe moltiplicarsi con l’avanzare dei mesi.

L’imponderabile ferisce sempre i cuori, li spezza, li spaventa. La radice della paura del futuro che affligge i cuori spezzati dall’abbandono consiste nell’esaurimento della speranza. Senza speranza, il futuro cessa. Nella circostanza del distacco le “vittime” preferiscono rinunciare al “poi”, all’“oltre” l’amante supernova perché così lo tengono vivo in se stesse, anche se nel lutto. Dopo uno shock così assurdo e violento, pensano che innamorarsi non sarà più possibile.

Auto-colpevolizzazione / Vittimismo

La seconda fase emotiva dopo l’abbandono è la colpa. In assenza di elementi chiari e predittivi della rottura del legame, chi è lasciato comincia un cruento processo a se stesso. Scandaglia la storia momento per momento e si concentra su situazioni che potrebbero spiegare il perché di un rifiuto così brutale.

Nel fitto setaccio della colpevolizzazione finiscono eventi minimali: piccoli errori, lievi dimenticanze riconosciute tali anche dal partner come episodi di calo del desiderio, battute “sbagliate” e lievi incomprensioni.

Come nel gioco enigmistico “unisci i puntini”, pur di trovare un senso all’abbandono, la “vittima” perviene a una visione negativa di sé. Troppo egocentrica, troppo egoista, troppo estroversa o, viceversa, troppo introversa. Antipatica, ottusa, presuntuosa, intrattabile. Ecco le “risposte”, disfunzionali ma pur sempre risposte: l’altro non ci sopportava più perché siamo persone indegne.

Come se non bastasse, la furia inquisitoria si sposta sul corpo, indugia insultante sulle rughe, sulla forma del naso, su eventuali chili di troppo o sull’eccessiva magrezza, sull’odore della pelle. La condanna è inappellabile, lo specchio diventa nemico e il senso di bruttezza che colpisce la persona diventa tortura quotidiana, insicurezza, disistima totale.

In questa fase la mancanza del partner è atroce, un’assenza continuamente evocata dagli oggetti comprati assieme, dai vestiti, dai regali, dalle fotografie. Il letto vuoto fornisce la prova schiacciante dello sfacelo e non di rado si finisce a dormire su un divano o su una branda. Ma l’auto-punizione non finisce qui e si serve dei social network, di WhatsApp e di altri servizi di messaggistica per continuare a umiliare e distruggere.

Giornate intere e notti interminabili a scandagliare le attività online dell’ex-partner, indagini volte a individuare elementi utili a rafforzare la tesi della propria inadeguatezza e indegnità non fanno che aggravare lo scompenso psicologico causato dal trauma.

La fase della dell’auto-colpevolizzazione non può protrarsi a lungo, perché la quantità di “prove” raccolte contro se stessi comunque non giustifica l’entità della pena subita. Anche la persona più intransigente con se stessa fatica a sostenere la tesi che l’esplosione dell’amore supernova sia avvenuta per via di un’opinione indigesta, vaghi episodi di tensione o piccoli battibecchi. Allora comincia una nuova fase, la fase del sospetto e dell’ossessione segnata dal dubbio del tradimento.

Ossessione / Sospetto

Il tradimento è senza dubbio tra le principali cause di separazione e divorzio, ma non negli amori supernova, dove, se avviene, è più conseguenza che causa della fine improvvisa. Infatti, le relazioni supernova sino all’ultimo sono caratterizzate da un forte patto di lealtà tra i partner e sviluppano una quotidianità che non lascia spazi a terzi incomodi, spesso anche dopo la rottura del legame.

Tuttavia, per chi è stato lasciato, messe da parte le proprie eventuali responsabilità, il sospetto del tradimento può diventare ossessionante perché, in fondo, può essere la motivazione più logica del repentino cambio di registro della/del compagna/o.

Così comincia il calvario delle investigazioni, delle congetture e delle illazioni. Gli appostamenti, le verifiche della cronologia sul pc, il controllo ossessivo della presenza online su WhatsApp e gli incroci con numeri “sospetti” per capire con chi l’amato/a si intrattenga, ora che è single.

Paradossalmente sarebbe un sollievo scoprire il tradimento, perché l’elemento più traumatico degli amori supernova non è il distacco, ma l’apparente mancanza di senso. Il dolore e il trauma vengono dall’impossibilità di definire con chiarezza la nuova situazione. Questa impossibilità determina una condizione emotiva dilaniante sospesa tra la speranza che la crisi rientrerà, le continue conferme della decisione del partner e, allo stesso tempo, i suoi messaggi contraddittori, ambivalenti.

Chi lascia, in questi amori, è a propria volta lacerato dal lutto affettivo e conserva un affetto profondo che gli impedisce, nella gran parte dei casi, di scomparire da un giorno all’altro come aveva annunciato che avrebbe fatto.

Tornando all’idea del tradimento, di rado le indagini conducono a risposte esaustive e il fatto di non trovarle riporta la situazione all’incomprensibilità e cristallizza ulteriormente la “vittima”in una forma di attesa sottaciuta del ritorno di fiamma.

Si noti come sino a questo punto le reazioni di chi ha subito l’abbandono si concentrano su argomenti che non chiamano direttamente in causa la psicologia del partner, che non mettono in discussione il suo equilibrio e le sue qualità umane. Nonostante la violenza che le/gli è stata inflitta, la/il partner abbandonata/o matura sentimenti di rabbia molto tardi, perché ancorato contro ogni evidenza all’idealizzazione della relazione e del/della compagno/a. Continua nei prossimi giorni …

Enrico Maria Secci, Blog Therapy
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